La parola d’ordine dentro Fratelli d’Italia è una sola: vincere il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Ma il problema è come farlo senza trasformare quella consultazione nell’anticamera di una verifica politica nazionale, un “tagliando” sul governo Meloni con un anno di anticipo sulla fine della legislatura. È qui che nasce quella che, nei fatti, appare come una strategia spigolosa e contraddittoria: mobilitare gli elettori del centrodestra sul Sì, ma al tempo stesso ripetere che non si tratta di un voto politico.
Un equilibrio quasi impossibile, che Fanpage racconta come un rompicapo: se il referendum riguarda una delle riforme-bandiera della maggioranza, sostenere che il risultato non abbia valore politico è una tesi che regge fino a un certo punto. E infatti, dentro la direzione nazionale di FdI riunita a Roma, qualcuno lo ammette apertamente: una sconfitta “non sarebbe positiva per il governo”. Detto in modo più netto: anche senza crisi di maggioranza, un No vincente produrrebbe inevitabilmente contraccolpi, perché segnerebbe un limite di consenso reale sull’impianto riformatore dell’esecutivo.
Il trauma che ossessiona FdI: evitare l’“effetto Renzi”
Il fantasma che aleggia su ogni scelta è l’“effetto Renzi”: l’iper-personalizzazione di un referendum che poi si trasforma in plebiscito pro o contro il leader. Il centrodestra, questa volta, vuole fare il contrario: stare in campo “quanto basta”, evitare che Meloni si esponga troppo e che l’opposizione possa trasformare il voto in una bocciatura politica dell’esecutivo.
Il punto è che questa cautela ha un costo: se abbassi la temperatura del confronto e “anestetizzi” la campagna, rischi anche di abbassare la partecipazione e quindi di non portare al voto il tuo elettorato. E nel referendum confermativo non c’è quorum: non ti salva l’astensione, ti salva solo la capacità di portare voti veri alle urne.
La direzione nazionale di FdI: la campagna si decide “senza Meloni” ma con Arianna in regia
La riunione di Roma, durata circa due ore, arriva in un momento in cui i segnali sono tutt’altro che rassicuranti: il No è dato in rimonta e, soprattutto, l’esito cambia in base all’affluenza. Giorgia Meloni non c’è: è all’estero, impegnata al summit Italia-Africa in Etiopia. A tirare le somme è quindi Arianna Meloni, figura chiave dell’organizzazione interna, che all’uscita rassicura i cronisti: “Il governo si mobiliterà”.
È un messaggio calibrato: sì, il governo c’è, ma senza farne un comizio permanente. Un modo per dire: la macchina sarà attiva, ma la premier non vuole trasformarsi nella candidata di un referendum.
La linea ufficiale: “non politicizzare”, per tenere aperta la porta anche a voti “di sinistra”
Dentro l’ordine del giorno approvato, la formula è chirurgica: non politicizzare lo scontro “anche per consentire a tutti coloro – e sono tanti anche a sinistra – di sostenere serenamente le ragioni del Sì”. È Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione, a spiegare il senso della strategia.
In pratica, FdI punta a un doppio obiettivo:
1. blindare il proprio elettorato e assicurarsi che vada a votare;
2. non rendere tossico il Sì per quei segmenti esterni alla maggioranza che potrebbero appoggiarlo sul piano tecnico.
È una scommessa: se la consultazione resta “tecnica”, si può sperare di allargare. Se diventa “politica”, l’elettorato si polarizza e ognuno vota per appartenenza, non per contenuto.
Cirielli rompe il velo: “una sconfitta non sarebbe positiva”
Il passaggio più rivelatore arriva dal viceministro Edmondo Cirielli, che mette in fila ciò che molti pensano ma pochi dicono: una sconfitta sarebbe un problema. Non per far cadere il governo – ipotesi esclusa – ma perché il referendum avrebbe comunque ripercussioni.
E qui si capisce la tensione di fondo: FdI deve negare che sia un voto politico, ma allo stesso tempo sa benissimo che verrà letto politicamente da media, opposizioni e pezzi dell’opinione pubblica. È un “doppio linguaggio” che serve a non scoprire il fianco, ma che rischia di suonare artificiale.
Il nodo vero: quanto deve esporsi Meloni nello sprint finale
La domanda che attraversa la direzione è una sola: quanto deve scendere in campo Giorgia Meloni? Troppo poco e rischi di non mobilitare; troppo e rischi che il referendum diventi un giudizio sulla premier.
Anche Ignazio La Russa, citato nel racconto, sintetizza l’ambiguità con una frase che dice tutto e niente: “Il governo è già in campo”, ma senza entrare nel tema più sensibile, quello dei sondaggi e della rimonta del No. È la stessa logica: presenza sì, esposizione controllata.
Gratteri e la polemica “da gestire”: rispondere senza incendiare
Un’altra tessera della strategia riguarda lo scontro con la magistratura e la bufera sulle parole di Nicola Gratteri. Molti big meloniani scelgono la linea del basso profilo: non replicare, non alimentare la rissa, non trasformare la campagna in un braccio di ferro permanente con le toghe.
La risposta viene affidata quasi “in delega” a un fronte più tecnico-politico, come Carolina Varchi, che definisce le parole del magistrato “una indecenza gravissima e inaccettabile”. Anche qui, la logica è chiara: contenere il danno, evitare che lo scontro oscuri i contenuti e soprattutto non trasformi il referendum in una resa dei conti identitaria.
Il paradosso finale: se abbassi lo scontro, come porti la gente al voto?
Ed è qui che la strategia mostra il suo lato più fragile. Perché Cirielli stesso ammette che mobilitare l’elettorato è più difficile, soprattutto al Sud. E dunque serve una “fase due”: spiegare il testo, fare iniziative sul territorio, costruire una campagna che non sia solo da talk show o da comunicati.
Ma una campagna “tecnica” spesso non scalda. E senza calore, senza conflitto, senza una percezione di posta in gioco, la partecipazione può restare bassa. E se l’affluenza resta bassa, il rischio di ribaltone aumenta. In altre parole: FdI vuole un referendum poco politico, ma ha bisogno che gli elettori lo percepiscano come importante abbastanza da uscire di casa e votare.
Una presenza che fa rumore: il caso Sbarra e il messaggio implicito
Nella direzione compare anche Luigi Sbarra, ex leader Cisl passato nel 2025 direttamente a un ruolo di sottosegretario. Formalmente nega che sia un preludio a un impegno nel partito (“sono venuto perché invitato”), ma politicamente il messaggio è evidente: FdI prova a presentare la campagna come trasversale, non chiusa nel recinto identitario della destra.
È un tassello coerente con l’obiettivo di “depoliticizzare”: se porti in scena figure non organiche, puoi dire che non è uno scontro di parte. Ma anche qui, l’effetto dipende da quanto l’opinione pubblica ci creda.
Leggi anche

Bufera sul Ministro Salvini – In diretta TV su Rai: “In provincia di Napoli vivono nella me…” Video
Le parole pronunciate in diretta televisiva hanno acceso immediatamente la polemica. Durante la trasmissione Ore 14 su Rai2, il leader
La strategia di Meloni e FdI sul referendum è un gioco di equilibrio: spingere il Sì, ma senza intestarsi troppo la partita; mobilitare l’elettorato, ma non trasformare il voto in un giudizio sul governo; cercare consensi trasversali, ma senza raffreddare la partecipazione.
Il problema è che i referendum non restano mai “neutri” quando riguardano riforme simboliche e quando il clima politico è già polarizzato. Per questo il rompicapo è reale: se Meloni si espone troppo rischia l’effetto boomerang; se si espone troppo poco rischia di non portare gente alle urne.
E allora la campagna entra nella fase decisiva con una domanda che vale più di qualunque slogan: può un governo vincere un referendum senza farlo diventare un voto su se stesso? Se la risposta sarà no, il “vedo-non-vedo” finirà per esplodere esattamente dove FdI non vorrebbe: nell’interpretazione politica del risultato.



















