La presenza di Isabella Bertolini, consigliera laica del Consiglio superiore della magistratura, nella sede romana di Fratelli d’Italia per una riunione politica sul referendum sulla giustizia apre un fronte delicatissimo: quello del rapporto tra organi di garanzia e partiti di governo. Un episodio che arriva a pochi mesi dal voto, mentre il centrodestra spinge per la riforma e punta tutto sulla campagna per il Sì, e che solleva interrogativi pesanti sull’indipendenza dell’organo di autogoverno delle toghe.
Csm e politica: perché la presenza di Bertolini è un caso
Il Consiglio superiore della magistratura è, per Costituzione, l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri da ogni condizionamento esterno, in primis dalla politica e dai governi.
Per questo – non in senso letterale, ma politico – una sua consigliera seduta nella sede di un partito, a una riunione strategica sul referendum che proprio sulla giustizia andrà a incidere, viene letta come una vera e propria “notizia shock”.
Non si trattava di un convegno pubblico, né di un’iniziativa istituzionale. Secondo le ricostruzioni, nell’incontro a via della Scrofa erano presenti i vertici di Fratelli d’Italia – Arianna Meloni, Giovanni Donzelli, Galeazzo Bignami – insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano e a esponenti di Forza Italia, Lega e Noi Moderati. Tema all’ordine del giorno: definire la strategia unitaria del centrodestra per la campagna referendaria sul Sì, valutare un comitato unico, pianificare eventi ed azione social.
In una stanza in cui si disegna la linea politica di una coalizione sul futuro della giustizia, la presenza di una consigliera del Csm non è un dettaglio: è un corto circuito istituzionale.

La difesa di Bertolini: “Sono andata solo a sentire, non è scandaloso”
Interpellata da il Fatto Quotidiano, Isabella Bertolini ha minimizzato la portata del suo gesto. “Io non c’entro niente col partito, sono andata a sentire cosa stavano organizzando, non mi sembra una cosa scandalosa”, ha spiegato. Ha anche annunciato di voler partecipare “attivamente per il Sì al referendum”, paragonando la sua scelta a quella di “tutti i consiglieri del Csm che vanno a 100mila convegni”.
Ma il paragone non regge: un convegno pubblico, magari organizzato da università o ordini professionali, ha un profilo istituzionale e plurale; una riunione privata nella sede di un partito, con i vertici di una coalizione che decidono la strategia di campagna, è un’altra cosa.
In gioco non c’è solo la libertà di opinione di un singolo, ma l’immagine complessiva dell’organo di autogoverno della magistratura. Se un membro del Csm siede al tavolo dove si decide la linea politica su un referendum che tocca il cuore dell’ordinamento giudiziario, il rischio è che quell’organo appaia non più arbitro terzo, ma parte in causa.
Il passato politico di Bertolini e la sua linea nel Csm
La biografia di Isabella Bertolini aiuta a leggere meglio il caso. Avvocata dal 1991, è stata deputata per dodici anni con Forza Italia e il Popolo della libertà, dal 2001 al 2013. Nel 2019 lascia il partito di Berlusconi, si candida con la Lega alle regionali in Emilia-Romagna, senza essere eletta.
Nel 2023 rientra sulla scena istituzionale: viene eletta nel Csm come membro laico in quota Fratelli d’Italia. Da allora – raccontano le cronache – è tra i consiglieri che con più forza hanno interpretato la linea del centrodestra all’interno dell’organo di garanzia, promuovendo iniziative contro magistrati ritenuti “ostili” alla maggioranza, come il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, titolare del fascicolo sul caso Almasri che tocca anche la presidente del Consiglio.
La partecipazione alla riunione di partito sul referendum, quindi, non è un gesto isolato di una figura neutra, ma l’ennesimo tassello di un profilo fortemente politici zzato. Ed è proprio questa politicizzazione a scontrarsi con il ruolo che, almeno sulla carta, dovrebbe essere super partes.
L’accusa di doppio standard: quando criticava i magistrati “schierati”
A rendere il caso ancora più clamoroso è il confronto con le parole che la stessa Bertolini pronunciò un anno fa, nel novembre 2024, in un’altra vicenda che riguardava il Csm.
All’epoca il Consiglio votò a larga maggioranza una delibera di tutela del giudice bolognese Marco Gattuso, finito nel mirino della destra per aver chiesto un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue sul decreto “Paesi sicuri”. I cinque membri laici eletti in quota FdI, FI e Lega – tra cui Bertolini – si opponevano.
In un’intervista, la consigliera spiegò così la sua posizione: “I magistrati sono chiamati ad applicare le leggi, non a scendere in una contesa dove indossano delle casacche e si mettono allo stesso livello della diatriba politica”. Chi sceglie di farlo, aggiungeva, non può poi “fare il piagnisteo”, né presentarsi come vittima.
Oggi, quelle frasi rimbalzano come un boomerang. Se per Bertolini è sbagliato che un magistrato, nell’esercizio della sua funzione, venga percepito come “schierato”, come si concilia questa linea con la sua presenza in una stanza dove i partiti decidono la strategia di una campagna referendaria? Chi è, in questo caso, ad aver “indossato la casacca”?
Il parallelo con il caso Garante Privacy: la filiera FdI negli organi di garanzia
La vicenda Bertolini ricorda da vicino un altro episodio che ha scosso l’opinione pubblica: il caso del Garante per la privacy, finito sotto i riflettori dopo le denunce di possibili intrusioni e di un uso politicamente orientato dell’Autorità. Anche lì, la questione ruotava intorno al rapporto tra un’autorità indipendente e la sede di partito di Fratelli d’Italia.
Mettendo in fila i tasselli, emerge una tendenza: gli organismi di garanzia – Csm, Garante Privacy e non solo – vengono sempre più percepiti come appendici della maggioranza, luoghi dove gli esponenti indicati dai partiti mantengono un legame organico con la loro casacca di provenienza. Una traiettoria che mina alla radice la fiducia dei cittadini nella capacità dello Stato di controllare se stesso, attraverso autorità davvero indipendenti.
Le reazioni politiche: “Un fatto grave per la salute democratica”
Non sorprende quindi che le opposizioni abbiano reagito con durezza. Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, ha parlato di un uso degli “organismi indipendenti e di garanzia dello Stato per fini politici” da parte di Fratelli d’Italia. Il Csm – sottolinea – è l’organo che deve tutelare l’indipendenza della magistratura, e la sua terzietà “non può essere messa in discussione neppure per un istante”.
Anche Peppe De Cristofaro, capogruppo Avs al Senato, ricorda l’ovvio ma decisivo: quella a cui ha partecipato Bertolini “era una riunione politica, non istituzionale o un convegno”. Per chi siede nell’organo che deve garantire autonomia e indipendenza dei giudici, sostengono, è incompatibile sedersi al tavolo di una strategia di partito sulla giustizia.
Il comitato per il No al referendum, con il presidente Enrico Grosso, legge il “caso Bertolini” come un campanello d’allarme più profondo: con la riforma voluta dal centrodestra, i membri laici nominati dalla maggioranza parlamentare peserebbero ancora di più, mentre i magistrati – scelti per sorteggio – sarebbero più deboli, meno rappresentativi e quindi più esposti ai condizionamenti della politica. Il risultato, avverte Grosso, sarebbe un Csm inevitabilmente più controllabile dal governo di turno.
Il nodo referendum: un conflitto di interessi gigantesco
La questione esplode a ridosso del referendum sulla giustizia del 2026, che potrebbe ridisegnare il rapporto tra politica e magistratura. Proprio per questo la neutralità del Csm dovrebbe essere, se possibile, ancora più granitica.
Se una sua consigliera annuncia di voler partecipare “attivamente” alla campagna per il Sì, e si siede alle riunioni in cui si decidono slogan, comitati, piazze e strategie social, il rischio è che il confine tra ruolo istituzionale e militanza politica si dissolva.
Non stiamo parlando di una semplice opinione espressa in un’intervista o in un articolo: qui si tratta di contribuire in prima persona alla costruzione di una campagna referendaria che mira a modificare l’assetto stesso della magistratura, quella che il Csm dovrebbe tutelare.
Un problema di fiducia nelle istituzioni, non solo di opportunità
I difensori di Bertolini si rifugiano spesso nell’argomento tecnico: non c’è una norma esplicita che vieti a un membro laico del Csm di partecipare a una riunione politica. Ma ridurre tutto a ciò che è formalmente vietato o consentito significa non cogliere il cuore del problema.
La credibilità delle istituzioni non si regge solo sulle leggi, ma anche su regole non scritte: il senso del limite, la percezione dell’opinione pubblica, la capacità di evitare qualsiasi ombra di conflitto di interessi.
Per un organismo come il Csm, logorato negli ultimi anni da scandali, intercettazioni e faide correntizie, ogni passo falso pesa doppio. Servirebbero figure capaci di ricostruire fiducia, non di alimentare l’idea di un Csm allineato al partito di governo.
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La “notizia shock” della consigliera del Csm nella sede di Fratelli d’Italia non è un episodio folkloristico, ma un segnale di qualcosa che si muove in profondità: la progressiva normalizzazione dell’idea che organi di garanzia e partiti di maggioranza possano marciare a braccetto.
In un momento in cui si propone una riforma capace di cambiare per decenni l’equilibrio tra politica e magistratura, vedere una componente del Csm partecipare alle strategie di un fronte referendario rischia di trasformare l’organo di autogoverno in un giocatore schierato e non più in un arbitro.
Che piaccia o no a Isabella Bertolini, non è questione di “scandalo mediatico”, ma di salute democratica: perché se chi dovrebbe garantire l’indipendenza delle toghe siede al tavolo dei partiti, a chi potrà rivolgersi, domani, un cittadino che si sente schiacciato dal potere politico?




















