Roma, 9 ottobre 2025 – Una vera e propria “lista della spesa militare” da capogiro: 140 miliardi di euro in 15 anni, quasi 12 miliardi di tagli annui destinati ad alimentare il riarmo italiano. È quanto emerge dal Documento programmatico pluriennale della Difesa 2025-2027, arrivato in Parlamento e svelato in anteprima da Il Fatto Quotidiano. Una cifra imponente che apre un dibattito acceso sul futuro delle priorità del Paese.
Il piano della Difesa: aerei, carri armati e navi da guerra
Secondo quanto ricostruito, gli investimenti si articolano su più settori, con una distribuzione che fotografa la volontà di dotare l’Italia di una macchina bellica tra le più moderne d’Europa.
Mezzi aerei: 46 miliardi, la voce più corposa, comprendente 115 F-35 di quinta generazione e 50 Light Utility Helicopter per rinnovare la flotta di elicotteri.
Mezzi terrestri: 23 miliardi, destinati all’acquisto di 630 veicoli blindati medi 8×8 Freccia e 150 “Blindo Centauro 2”, oltre a sistemi di trasporto truppe.
Mezzi marittimi: 15 miliardi, con otto nuove unità moderne, tra cui cacciatorpediniere e mezzi anfibi per la proiezione rapida in scenari di crisi.
Armamenti e munizioni: 15 miliardi.
Infrastrutture: 9 miliardi per caserme, basi e logistica.
Digitalizzazione: 6 miliardi per modernizzare i sistemi informatici.
Altre voci: 25 miliardi complessivi per manutenzione e supporto tecnico.
Totale: 139 miliardi, cifra arrotondata nei documenti ufficiali a 140.
L’obiettivo: “Pronti ai conflitti”
La Difesa motiva queste spese con la necessità di “sostenere operazioni prolungate in scenari di alta intensità”, proiettando l’Italia in un ruolo di primo piano all’interno della Nato. L’impegno, ricordano i tecnici, è quello di portare le spese militari al 2% del Pil, con l’orizzonte di raggiungere addirittura il 5% nei prossimi anni tra Difesa e Sicurezza.
Il ministro Guido Crosetto ha difeso la manovra parlando di un investimento “non solo per la sicurezza, ma anche per l’innovazione e l’occupazione”. In altre parole, la spesa bellica viene presentata anche come volano economico e industriale per il Paese.
Le critiche: “Un governo Monti travestito da patriota”
L’opposizione ha subito attaccato. Il Movimento 5 Stelle parla di un esecutivo che “fa solo tagli e tasse, come il governo Monti”, destinando risorse enormi alle armi mentre famiglie e imprese affrontano inflazione e stagnazione economica. Anche associazioni pacifiste e reti antimilitariste denunciano la “scelta folle” di privilegiare il riarmo mentre la sanità e l’istruzione arrancano.
Il dibattito rischia di infiammarsi ulteriormente anche in Parlamento, con le commissioni Difesa di Camera e Senato chiamate a discutere un piano che – di fatto – vincola le politiche italiane per i prossimi 15 anni.
Una scelta strategica o un colpo ai cittadini?
I sostenitori del piano parlano di un adeguamento necessario agli standard Nato, utile a garantire la sicurezza nazionale e la credibilità internazionale. I detrattori, invece, lo definiscono un colossale spreco di denaro pubblico, che non produrrà benessere ma alimenterà soltanto tensioni e nuove guerre.
Una cosa è certa: con i suoi 140 miliardi in 15 anni, l’Italia si prepara a una svolta militare senza precedenti. Una scelta che peserà sulle tasche dei cittadini e che apre un nuovo, durissimo fronte politico e sociale.
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Il Dpp 2025–2027 traccia una curva di riarmo senza precedenti recenti: 140 miliardi in 15 anni su asset critici (aerei in testa), infrastrutture e ricerca, con l’ambizione di allinearsi agli standard Nato più esigenti e di blindare la base industriale nazionale. La scelta è politicamente chiara: priorità alla sicurezza in un mondo instabile. La sfida, ora, è finanziaria e di trasparenza: spiegare come e con quali coperture questa traiettoria conviverà con le altre urgenze (sanità, scuola, welfare) e con i risparmi annui richiesti ai conti pubblici. Senza una rendicontazione puntuale su costi, benefici e tempi di consegna, il riarmo rischia di restare uno slogan da dossier; con milestone verificabili, può tradursi in capacità reali e in una politica di difesa credibile e sostenibile.



















