Beccato il piano shock della Premier Meloni – Ecco cosa vuole fare per le prossime elezioni

La domanda che apre il ragionamento è brutale nella sua semplicità:
se – come ripetono da giorni – la destra ha vinto le Regionali, perché Giorgia Meloni ha tanta fretta di cambiare la legge elettorale prima del prossimo voto nazionale?

Il ragionamento che fa Beppe Giulietti – e che qui proviamo a sviluppare – è che a Palazzo Chigi hanno capito meglio di molti nel centrosinistra una verità scomoda: il “campo largo” può essere competitivo, le Regionali hanno mostrato crepe nella narrazione del centrodestra imbattibile, e il governo ora tenta una mossa di protezione del proprio potere.

Non si tratta di un aggiustamento tecnico, ma di un tassello dentro una strategia politica più ampia, che tocca tre nodi:

1. la legge elettorale,


2. la Costituzione antifascista,


3. il ruolo di garanzia del presidente Mattarella.

Il contesto: un 3-3 che inquieta la destra

La destra ha provato a raccontare l’ultimo giro di Regionali come una “conferma” del consenso al governo. Ma i numeri dicono altro:

il risultato complessivo è un 3-3 tra centrodestra e centrosinistra;

in Veneto, la vittoria del centrodestra è figlia anche del “regalo” di Luca Zaia, che ha blindato il campo conservatore;

perfino in territori considerati roccaforti, la destra mostra affanno nelle grandi città e aree in cui il voto progressista, se unito, torna competitivo.


In altre parole: la maggioranza c’è, ma non è più quella schiacciante fotografia del 2022.
Da qui nasce la tentazione di blindare il quadro con una legge elettorale scritta su misura, ridisegnando collegi e meccanismi di premio prima che gli equilibri si spostino ulteriormente.

Perché cambiare la legge elettorale ora?

La questione centrale non è se cambiare la legge elettorale – tema legittimo in ogni democrazia – ma perché farlo adesso, a ridosso di un possibile ciclo di voto e mentre il governo è sotto pressione su più fronti (economia, giustizia, autonomia differenziata, diritti).

Secondo Giulietti, il disegno è chiaro:

preparare il terreno prima del voto,

sfruttare la posizione di forza parlamentare attuale,

ridurre al minimo il rischio che una coalizione di opposizione coesa e competitiva possa contendere il governo del Paese.


In questa logica, la nuova legge elettorale diventa un’arma preventiva, uno scudo contro l’ipotesi – oggi non più fantasiosa – che il centrodestra possa non avere, domani, lo stesso vantaggio di ieri.

La “corte italiana di Trump”: tra propaganda e riscrittura delle regole

Giulietti parla della “corte italiana di Trump” per indicare quel pezzo di destra che:

alimenta continuamente il clima da campagna permanente;

delegittima critici e contropoteri;

prova a piegare le regole del gioco a proprio vantaggio.


Il paragone è forte, ma centrato su un punto: l’idea che si possa cambiare l’arbitro mentre la partita è in corso.
La strategia, nella sua analisi, è scandita in tre tappe:

1. Referendum contro la giustizia
Un’offensiva mediatica per polarizzare il Paese contro la magistratura e contro i meccanismi di controllo sui poteri pubblici.

2. Cambio della legge elettorale e dei collegi
Se il fronte governativo regge il colpo referendario, parte la riscrittura delle regole del voto: meno collegi uninominali, più proporzionale, premio di maggioranza disegnato in modo tale da garantire al blocco guidato da Meloni un vantaggio strutturale, anche in presenza di un consenso reale non più maggioritario nel Paese.

3. Assalto finale alla Costituzione antifascista
Una volta sistemata la legge elettorale, l’obiettivo diventa ritoccare l’architettura costituzionale, indebolendo quegli elementi che fungono da freno: equilibri tra poteri, ruolo del Parlamento, principi di eguaglianza e coesione nazionale (si pensi all’autonomia differenziata).

In questo percorso, la figura del presidente della Repubblica diventa un ostacolo.

Mattarella nel mirino: come si attacca un arbitro senza dirlo

Sergio Mattarella, per la Costituzione, è garante dell’equilibrio tra i poteri, custode della Carta, supervisore delle fasi più delicate:

scioglimento delle Camere,

nomina dei governi,

promulgazione delle leggi,

potere di rinvio delle norme in caso di profili di incostituzionalità.

 

Per un esecutivo che punta a spingersi oltre i limiti, questa figura diventa ingombrante.
Non a caso, sottolinea Giulietti, si moltiplicano:

attacchi velati,

pressioni politiche,

messaggi più o meno espliciti sui “poteri eccessivi” del Colle.


L’obiettivo non dichiarato è “azzoppare” Mattarella, renderlo meno libero di intervenire quando si tratterà di giudicare leggi controverse: dalla giustizia all’autonomia differenziata, fino alla stessa legge elettorale.

Il presidente, in questa partita, è l’ultimo baluardo istituzionale che può frenare un’evoluzione in senso maggioritario-plebiscitario del sistema. Per questo finisce, di fatto, nel mirino.

Il referendum come snodo decisivo

Giulietti richiama un dato spesso sottovalutato: i 13 milioni di elettori che hanno già votato un quesito sul lavoro (articolo 18) sono una massa potenziale che potrebbe tornare protagonista nel referendum sulla giustizia e sulle altre riforme.

Secondo i sondaggi più seri – scrive – il No è in leggero vantaggio.
Se questo vantaggio venisse confermato e rafforzato, lo scenario cambierebbe radicalmente:

una vittoria del No sarebbe la fine della controriforma della giustizia;

si fermerebbe l’assalto alla Costituzione, almeno su questo fronte;

verrebbero bloccate o fortemente ridimensionate le leggi bavaglio, le spinte sull’autonomia differenziata, le pressioni sul Quirinale.


In altre parole, il referendum non sarebbe un semplice appuntamento tecnico, ma lo spartiacque politico tra due visioni opposte del Paese:

una Italia che rimane dentro la cornice della Costituzione antifascista,

o una Italia che si consegna a una maggioranza in grado di ritoccare le regole a proprio vantaggio.

Il ruolo di Articolo 21 e del fronte costituzionale

Giulietti parla esplicitamente di un impegno: Articolo 21 sarà presente in tutti i comitati referendari, “sempre e comunque dalla parte della Costituzione antifascista”.

È un messaggio che va oltre l’associazione che lui rappresenta:

chi difende libertà di stampa,

indipendenza della magistratura,

pluralismo dell’informazione


viene chiamato a costruire una rete ampia, un fronte costituzionale che metta insieme giornalisti, magistrati, giuristi, associazioni, sindacati, mondo della scuola e della cultura.

Non si tratta di difendere un feticcio, ma di preservare i contrappesi fondamentali che evitano la concentrazione di troppo potere in poche mani.

Un centrodestra che vuole “vincere a tavolino”

Nella parte finale del ragionamento emerge il vero nodo politico:
se il quadro elettorale reale tende a un equilibrio instabile (non più una destra dominante e un’opposizione marginale), la tentazione è spostare la partita dalle urne ai regolamenti.

Cambiare legge elettorale ora – con l’attuale maggioranza, in condizioni di forte asimmetria – significa provare a:

modificare gli uninominali, dove l’unità del campo progressista può fare la differenza;

introdurre premi di maggioranza tali da trasformare un 40% in una maggioranza quasi blindata di seggi;

ridisegnare collegi e regole in modo da rendere molto più difficile per qualunque coalizione alternativa raggiungere la soglia di governo.


È, in sostanza, la versione istituzionale di ciò che Orlando ha definito “evitare il pareggio vincendo a tavolino”: se il campo si sta riequilibrando, meglio spostare le porte.

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La domanda iniziale – “a che serve cambiare ora la legge elettorale?” – trova così una risposta politica precisa:
serve a preparare un sistema su misura per chi governa oggi, prima che il consenso si eroda, prima che un campo largo più maturo e organizzato possa competere davvero alla pari.

Per chi guarda alla Costituzione antifascista come a una bussola, questo è il momento in cui occorre:

accendere i riflettori su ciò che sta accadendo,

costruire comitati, reti, alleanze sociali,

trasformare il prossimo referendum in un pronunciamento non solo tecnico, ma politico e culturale.


Perché, come suggerisce tra le righe Giulietti, se si ferma qui la corsa alla controriforma – giustizia, legge elettorale, attacchi al Quirinale – si salva l’impianto della democrazia costituzionale.

Se si lascia passare tutto in silenzio, il rischio è che il prossimo passo non sia più solo la riscrittura delle regole del voto, ma la messa in discussione di quelle garanzie minime che oggi diamo per scontate: la separazione dei poteri, il ruolo del presidente della Repubblica, il pluralismo dell’informazione, la capacità dei cittadini di incidere davvero, e non solo di ratificare decisioni prese altrove.

In gioco, insomma, non c’è soltanto una legge elettorale: c’è l’idea stessa di Repubblica scritta nella Carta del 1948.

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