Roma, 9 novembre 2025 —
La nuova difesa del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sulla Manovra 2025 ha suscitato forti reazioni. Dal palco del Festival dei Territori Industriali a Bergamo, il ministro ha provato a ribaltare le accuse di favoritismo verso i redditi alti, dichiarando che “chi guadagna 2mila euro al mese non è ricco”.
Una frase che ha scatenato il dibattito, perché arriva proprio mentre i principali istituti economici — Banca d’Italia, Corte dei Conti, Istat e Ufficio Parlamentare di Bilancio — certificano che l’85% dei vantaggi del taglio Irpef andrà al 20% più ricco delle famiglie italiane.
La difesa del ministro: “Sosteniamo il ceto medio”
Secondo Giorgetti, la legge di bilancio non premia i ricchi, ma il “ceto medio produttivo”.
> “Bisogna capire cosa si intende per ricco — ha detto —. Se una persona guadagna 45mila euro lordi l’anno, circa 2mila netti al mese, non si può dire che sia un privilegiato.”
Il ministro ha poi spiegato che le misure fiscali del governo puntano a stabilizzare il taglio del cuneo fiscale e a sostenere i lavoratori dipendenti con redditi compresi tra i 28mila e i 50mila euro l’anno.
Secondo lui, le critiche ignorerebbero il quadro complessivo della manovra, che andrebbe letta “nel suo insieme” e su un “orizzonte pluriennale”.
Le critiche di Bankitalia, Corte dei Conti e Istat
Le parole del ministro arrivano però dopo una serie di audizioni parlamentari in cui le principali istituzioni economiche italiane hanno espresso preoccupazioni precise.
In particolare, Banca d’Italia e Corte dei Conti hanno stimato che oltre quattro quinti delle risorse destinate al taglio dell’Irpef andranno alle fasce di reddito medio-alte, cioè a chi già guadagna più di 35mila euro lordi l’anno.
Il risultato, secondo gli analisti, è che le famiglie con i redditi più bassi resteranno sostanzialmente escluse dai benefici, mentre il rischio di ampliare le disuguaglianze sociali è concreto.
Un ceto medio sempre più fragile
Nelle parole del ministro, chi guadagna 2mila euro al mese è parte del “ceto medio” da sostenere. Ma i numeri raccontano un’altra realtà.
Secondo i dati Istat, la metà dei lavoratori italiani guadagna meno di 1.700 euro netti al mese, e oltre il 20% non arriva a 1.200.
In questo contesto, definire “non ricco” chi percepisce 2mila euro può apparire realistico solo in un Paese dove la soglia della povertà lavorativa continua a crescere, ma suona distante da chi vive con redditi dimezzati, senza tutele e con l’inflazione che erode stipendi e risparmi.
“Ci siamo già occupati dei più poveri”
Il ministro ha poi ricordato che “negli anni scorsi il governo è intervenuto sui ceti più deboli”, spiegando che la priorità di quest’anno è “coprire anche la fascia dei redditi fino a 50mila euro”.
Una dichiarazione che, di fatto, esclude nuovi interventi diretti per i redditi bassi, affidando la tutela dei lavoratori meno pagati ai bonus e alle misure straordinarie dei precedenti esercizi.
Ma proprio la fine del contributo straordinario per il bonus bollette, prevista nel 2026, rischia di colpire le famiglie che più faticano ad arrivare a fine mese.
Un governo lontano dalla realtà
Le parole di Giorgetti riassumono bene la filosofia economica del governo Meloni: un sostegno dichiarato al “ceto medio produttivo” che, nei fatti, lascia scoperti i più fragili.
Le istituzioni indipendenti parlano di una manovra regressiva, che non affronta la questione salariale né quella del costo della vita, ma punta a consolidare benefici fiscali per chi già dispone di un reddito stabile.
Mentre il ministro difende la linea dell’esecutivo, il Paese reale continua a fare i conti con prezzi in aumento, salari stagnanti e disuguaglianze crescenti.
E così, ancora una volta, la promessa di una manovra “per tutti” rischia di trasformarsi nell’ennesimo regalo a pochi, pagato dai molti.
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In conclusione, la difesa di Giorgetti non scioglie il nodo centrale: se — come indicano le istituzioni indipendenti — la gran parte dei benefici fiscali confluisce sul quinto più benestante, chiamare questa una manovra “per il ceto medio” suona poco convincente in un Paese dove metà dei lavoratori non arriva a 1.700 euro netti al mese. La frase “chi guadagna 2mila euro non è ricco” fotografa una realtà parziale: non risponde a chi vive con molto meno e vede prezzi e bollette mangiare salari fermi.
Senza correttivi mirati ai redditi bassi, strumenti anti–carovita e un serio rafforzamento delle tutele per i più fragili, la legge di bilancio rischia di ampliare le disuguaglianze invece di ridurle. Se l’obiettivo è davvero sostenere il Paese reale, serviranno scelte redistributive trasparenti e verificabili: altrimenti la promessa di una manovra “per tutti” resterà un titolo, mentre i costi continueranno a ricadere sui molti.


















