Brutte notizie per Meloni e Governo – Deve intervenire L’Europa – Disastro per L’Italia

La risposta che il governo italiano aspettava da Bruxelles non è arrivata. Anzi, dalla Commissione europea è arrivato uno stop netto, almeno per ora, all’ipotesi di sospendere il Patto di stabilità nonostante la nuova crisi energetica provocata dalla guerra in Medio Oriente. Una decisione che pesa politicamente e finanziariamente, perché arriva proprio mentre l’Italia scopre di restare sopra la soglia chiave del 3% nel rapporto tra deficit e Pil.

Secondo quanto emerso, la Commissione considera ancora insufficiente il peggioramento del quadro economico per giustificare l’attivazione della clausola generale di salvaguardia. In sostanza, per Bruxelles non siamo ancora dentro una “grave recessione” dell’area euro o dell’intera Unione, unica condizione che permetterebbe agli Stati membri di deviare dal percorso di rientro della spesa pubblica.

Questo significa che Roma, almeno allo stato attuale, non potrà contare su un allentamento automatico delle regole fiscali europee. E il messaggio è ancora più pesante perché arriva proprio nel momento in cui il rallentamento dell’economia italiana si fa più evidente e la pressione sui conti pubblici aumenta.

Il dato che preoccupa il governo: deficit al 3,1%

Il punto centrale della vicenda è tutto in un numero: 3,1%. È questo il rapporto deficit/Pil confermato dall’Istat per il 2025. Un dato in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, ma ancora sopra quella soglia del 3% che rappresenta il confine decisivo per chiudere la procedura per disavanzo eccessivo che riguarda l’Italia.

Può sembrare uno scarto minimo, ma sul piano politico ed economico è enorme. Stare sopra il 3% vuol dire non poter rivendicare una piena normalizzazione dei conti proprio mentre l’esecutivo cerca margini di flessibilità. E vuol dire anche dover affrontare i prossimi passaggi europei con una posizione più fragile.

Il dato che farà fede per Bruxelles sarà quello trasmesso a Eurostat e pubblicato il 22 aprile. Ma già ora è chiaro che per portare il deficit sotto il 3% servirebbe una correzione significativa, superiore ai due miliardi. Non si tratta quindi di una semplice limatura tecnica, ma di un aggiustamento molto rilevante.

La linea della Commissione: non c’è ancora una grave recessione

A Bruxelles la linea è stata tracciata con chiarezza. La Commissione europea sostiene che la clausola di salvaguardia del Patto può essere attivata solo in caso di grave recessione nell’Eurozona o nell’Unione nel suo complesso. E, almeno secondo la lettura dell’esecutivo europeo, oggi questo scenario non si è ancora materializzato.

Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis aveva già parlato nei giorni scorsi di rallentamento, non di recessione, pur riconoscendo l’esistenza di un rischio stagflazionistico. Significa crescita debole, prezzi in rialzo e spazi di manovra sempre più ridotti: una combinazione pericolosa, ma non ancora sufficiente, nella lettura europea, a giustificare la sospensione delle regole.

La Commissione, insomma, osserva con attenzione la crisi in Medio Oriente e ne monitora gli effetti, ma continua a ritenere che l’Unione non si trovi ancora nella condizione estrema necessaria per modificare l’impianto del Patto di stabilità.

Giorgetti insiste: la discussione in Europa è inevitabile

Di fronte a questo muro, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti continua però a tenere aperto il fronte politico. Ha ribadito che la riflessione a livello europeo diventerà inevitabile se la situazione internazionale non cambierà. Il ministro sostiene che la guerra, l’energia e il rallentamento globale stanno modificando radicalmente il contesto e che prima o poi Bruxelles dovrà prenderne atto.

Il ragionamento del Tesoro è semplice: se la crisi durerà a lungo, sarà molto difficile per gli Stati più esposti rispettare rigidamente i parametri fissati in un contesto economico completamente diverso. Per questo Giorgetti insiste nel dire che la questione va affrontata in ogni sede europea e internazionale.

Ma al momento il governo italiano resta isolato su questo fronte. Bruxelles non apre e, almeno per ora, non sembra intenzionata a cambiare rotta solo sulla base di un rallentamento o di un peggioramento delle prospettive.

Bankitalia lancia l’allarme: crescita debole e inflazione in salita

A rendere il quadro ancora più pesante ci pensano le nuove stime della Banca d’Italia. Le previsioni sono state riviste al ribasso e mostrano un Paese che cresce molto meno del previsto. Il Pil italiano, secondo lo scenario base, dovrebbe fermarsi intorno allo 0,5% quest’anno e il prossimo.

Ma il dato più allarmante è quello legato allo scenario peggiore. Se il conflitto si prolunga e i prezzi di petrolio e gas restano alti a lungo, l’Italia potrebbe arrivare a una crescita zero già quest’anno e addirittura negativa il prossimo. Parallelamente, l’inflazione potrebbe salire fino al 2,6% nello scenario base e spingersi fino al 4,5% in quello più critico.

Questa combinazione rende la situazione estremamente delicata. Da una parte il governo ha bisogno di sostenere famiglie e imprese. Dall’altra, con la crescita che rallenta e il deficit sopra la soglia, ogni intervento aggiuntivo sui conti pubblici diventa più difficile da finanziare e più complicato da giustificare davanti all’Europa.

Perché Bruxelles teme che una deroga peggiori la crisi

Uno degli argomenti che circola negli ambienti europei è ancora più duro. Secondo la Commissione, una sospensione del Patto nelle condizioni attuali potrebbe perfino risultare controproducente. Il motivo è legato proprio all’energia.

Se gli Stati adottassero misure fiscali troppo ampie e generalizzate, aumenterebbero la domanda di energia in un momento in cui l’offerta è già limitata. Il risultato potrebbe essere un ulteriore aumento dei prezzi e un aggravamento delle difficoltà di approvvigionamento. In pratica, secondo Bruxelles, più spesa pubblica non risolverebbe automaticamente il problema, ma rischierebbe di renderlo persino più pesante.

È una linea che penalizza fortemente Paesi come l’Italia, che hanno bisogno di intervenire per contenere l’impatto dei rincari ma si ritrovano con uno spazio fiscale molto ristretto.

Meloni ora si trova stretta tra Europa e crisi interna

Per Giorgia Meloni questa è una fase complicatissima. La premier si trova schiacciata tra due pressioni. Da un lato c’è l’urgenza di proteggere famiglie e imprese dagli effetti della crisi energetica e del rallentamento economico. Dall’altro c’è il muro europeo, che impedisce di usare con libertà la leva della spesa pubblica.

Il problema non è soltanto tecnico, ma profondamente politico. Perché un deficit al 3,1%, una crescita quasi ferma e l’assenza di aperture da Bruxelles riducono enormemente la capacità dell’esecutivo di presentarsi come un governo in pieno controllo della situazione.

Se la guerra dovesse continuare e i prezzi dell’energia restare elevati, il governo si troverebbe davanti a scelte tutte difficili: tagliare altrove per finanziare nuovi sostegni, limitarsi a misure parziali o alzare il livello dello scontro con la Commissione europea. Nessuna di queste opzioni è semplice.

Cosa succede adesso

I prossimi passaggi saranno decisivi. Il 22 aprile arriverà il dato ufficiale notificato a Eurostat, mentre il 3 giugno sarà la Commissione a esprimere la propria valutazione nel pacchetto del Semestre europeo. Lì si capirà se Bruxelles considererà sufficiente il percorso italiano o se la procedura resterà pienamente aperta.

Nel frattempo, tutto dipenderà anche dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Se lo scenario dovesse peggiorare, il governo italiano avrebbe più argomenti per chiedere una riflessione europea. Ma il paradosso, oggi, è proprio questo: Bruxelles non apre perché la crisi non è ancora abbastanza grave, ma i numeri dicono che il rischio di arrivarci è sempre più concreto.

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La decisione della Commissione europea segna un passaggio pesantissimo per il governo italiano. Il Patto di stabilità non viene sospeso, il deficit resta sopra il 3%, la crescita rallenta e il rischio di una vera recessione inizia a comparire nei principali scenari previsionali.

Per Meloni il problema è doppio: non solo deve affrontare una fase economica molto più fragile del previsto, ma deve farlo senza poter contare su quella flessibilità europea che avrebbe potuto alleggerire la pressione politica e finanziaria.

Il messaggio che arriva da Bruxelles è chiaro: per cambiare le regole serve una crisi ancora più grave. Il punto, però, è che l’Italia intravede già quella curva pericolosa. E il timore, sempre più concreto, è che quando l’Europa deciderà di intervenire, parte del danno sarà già stato fatto.

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