Brutte notizie per Nordio – “Dopo il pasticcio” arrivano i nuovi ricorsi sul Referendum, ora…

La partita del referendum sulla riforma della giustizia entra in una fase nuova, più tecnica ma potenzialmente esplosiva: dopo la decisione del Consiglio dei ministri di integrare il quesito con gli articoli della Costituzione coinvolti, lasciando però invariata la data del voto (22-23 marzo), i promotori della raccolta firme tornano a valutare la strada dello scontro istituzionale. E sul tavolo, ora, ci sono due ipotesi precise: ricorso al Tar oppure – ed è l’opzione che molti considerano più “forte” – ricorso alla Corte costituzionale attraverso un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.

È il punto d’arrivo di una sequenza che ha già ribaltato la narrazione del governo: prima la Cassazione ha imposto la riformulazione del quesito, riconoscendo la piena legittimità dell’iniziativa popolare; poi l’esecutivo ha scelto di “correggere” il testo, ma senza concedere tempo in più per una campagna informativa più lunga e ordinata. Proprio qui nasce il nodo: si può cambiare in corsa la domanda referendaria e pretendere che, di fatto, nulla cambi?

Il day after del Cdm: “Prendiamo atto, ma è una forzatura”

I quindici giuristi promotori – i cosiddetti “volenterosi” – hanno già fatto sapere che la scelta del governo “rappresenta una forzatura”. Non è solo una critica politica: è un messaggio procedurale. Perché, nella loro impostazione, la campagna referendaria non è un dettaglio logistico, ma una garanzia democratica che richiede tempi congrui e condizioni minime di chiarezza.

La decisione definitiva non è ancora stata presa: il comitato – viene riferito – deciderà lunedì come muoversi. Ma il quadro è tracciato: se l’obiettivo è far ripartire da “oggi” i termini dei cinquanta giorni destinati alla campagna referendaria, allora occorre un passaggio formale. E lì entra la scelta fra Tar e Consulta.

Il punto giuridico: 500mila firme come “potere dello Stato”

Il cuore dell’argomento dei promotori sta nel valore istituzionale della raccolta firme: 500mila sottoscrizioni non sarebbero solo un fatto numerico o politico, ma l’esercizio di una prerogativa costituzionale.

Detta in modo semplice: la richiesta referendaria promossa dal popolo è uno dei modi con cui la sovranità popolare si esercita direttamente. E per questo, nella lettura di diversi esperti, quel comitato non è una “parte” come le altre, ma rappresenta un potere costituzionalmente rilevante che può entrare in conflitto con un altro potere: il governo.

È su questa base che prende corpo l’ipotesi più pesante: il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale.

La via della Consulta: il “conflitto tra poteri” e la corsia preferenziale

Secondo l’impostazione richiamata in queste ore, la strada più conveniente e più “lineare” sarebbe quella del ricorso alla Consulta. Perché?

1. Non si tratta solo di impugnare un atto amministrativo, ma di contestare la scelta del governo come atto che interferisce con l’esercizio di una prerogativa costituzionale legata alla sovranità popolare.


2. Il conflitto di attribuzione è lo strumento tipico quando si sostiene che un potere abbia invaso lo spazio di un altro.


3. Se il ricorso venisse accolto, l’effetto pratico potrebbe essere enorme: slittamento del referendum o comunque ricalibratura dei tempi.

C’è poi una variabile decisiva: la tempistica. La questione è considerata urgente e, pur non essendo “complicatissima” sul piano tecnico, è politicamente rovente: la Consulta potrebbe scegliere una corsia preferenziale e pronunciarsi in tempi relativamente rapidi.

In altre parole: se i promotori vogliono davvero mettere in discussione la data, la Consulta è il luogo dove quella battaglia può diventare istituzionale prima ancora che politica.

La via del Tar: impugnazione del provvedimento e rischio tempi lunghi

L’altra ipotesi è il ricorso al Tar, cioè l’impugnazione dell’ultimo provvedimento del governo (quello che integra il quesito) per illegittimità. Qui, però, i margini appaiono più stretti.

In teoria, si potrebbe chiedere una sospensiva del decreto integrativo. Ma resterebbe comunque in piedi il decreto di gennaio che ha fissato le date del 22-23 marzo. Inoltre, il ricorso al Tar rischia di entrare in collisione con la cornice definita dall’ordinanza della Cassazione, che ha di fatto determinato l’intervento del governo.

C’è anche un problema di prospettiva: la decisione del Tar sarebbe appellabile al Consiglio di Stato, con una catena di passaggi che rende questa strada più esposta a un esito paradossale: tempi lunghi, incertezza alta, e un voto che nel frattempo resta calendarizzato.

Per questo, nel ragionamento che circola tra giuristi ed esperti, il Tar appare la via più difficile, meno “risolutiva”, e con un rischio concreto: non spostare nulla ma alimentare comunque il caos.

Lo scenario politico: referendum confermato ma campagna “compressa”

La scelta del governo – integrare il quesito ma non la data – ha già prodotto una lettura condivisa anche fuori dai comitati del No: il referendum viene formalmente “salvato” con la precisazione degli articoli costituzionali, ma la campagna si gioca tutta dentro una finestra stretta e ad alta tensione.

E proprio qui si innesta l’argomento che i promotori potrebbero portare in tribunale: cambiare la domanda senza ridare tempo alla discussione pubblica rischia di trasformare lo strumento referendario in un voto accelerato, meno informato, più vulnerabile alla propaganda.

Lunedì la scelta, ma il vero bivio è politico-istituzionale

La decisione arriverà a breve: lunedì i promotori stabiliranno se andare avanti e con quale strada. Ma il dato è già chiaro: dopo l’intervento del governo, la questione non è più solo “Sì o No” alla riforma. È diventata anche un tema di garanzie, tempi, e confini tra poteri.

Se i “volenterosi” scelgono la Consulta, la partita può diventare un vero confronto costituzionale con possibili effetti immediati sulla data.

Se scelgono il Tar, la battaglia rischia di allungarsi e di restare appesa alla procedura, mentre il calendario del voto continua a correre.


In ogni caso, la consultazione di marzo nasce ormai con un’ombra addosso: il referendum sulla giustizia non è solo un voto, è una prova di tenuta del metodo democratico. E questa, dopo Cassazione e Cdm, è la vera miccia che può ancora far saltare il banco.

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In sostanza, il governo prova a chiudere la falla aperta dalla Cassazione “correggendo” il quesito, ma senza aprire davvero lo spazio politico e informativo che una correzione del genere richiederebbe. È qui che i promotori intravedono l’invasione di campo: se si ammette che la domanda va riscritta perché va resa più chiara e completa, allora diventa difficile sostenere che i tempi possano restare identici, come se nulla fosse accaduto. La partita, quindi, smette di essere solo una contesa tra comitati e diventa un precedente: quanto vale, nella pratica, l’esercizio diretto della sovranità popolare quando entra in collisione con le scelte dell’esecutivo?

Lunedì arriverà la decisione sul ricorso, ma il vero punto è che qualunque strada venga scelta porterà il referendum dentro una zona ad altissima tensione istituzionale. Se sarà Consulta, la data del 22-23 marzo potrebbe smettere di essere un dato “tecnico” e diventare l’oggetto stesso del contendere. Se sarà Tar, il rischio è una guerriglia procedurale con il calendario che corre e la campagna compressa. In entrambi i casi, però, la miccia è già accesa: non si discute più soltanto della riforma della giustizia, ma delle regole del gioco—e quando il metodo finisce sotto processo, il risultato diventa inevitabilmente più fragile, qualunque sia l’esito delle urne.

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