Un’inchiesta destinata a far discutere. Al centro c’è l’Istituto Romano San Michele, la più grande Asp del Lazio e la seconda in Italia, un ente pubblico con un patrimonio stimato intorno ai 110 milioni di euro tra immobili e terreni, destinato alla gestione di case di riposo, RSA e servizi di supporto per persone fragili.
Un patrimonio pubblico enorme, che secondo l’inchiesta di Fanpage.it sarebbe stato utilizzato per alimentare una rete di consulenze, incarichi e appalti legati al mondo politico di Fratelli d’Italia.
L’arrivo di Libanori e l’inizio della “nuova gestione”
Tutto parte nel 2023, quando Giovanni Libanori diventa presidente dell’ente grazie alla spinta politica dell’allora assessore regionale alle politiche sociali Massimiliano Maselli, esponente di FdI.
Da quel momento, secondo i documenti e le testimonianze raccolte nell’inchiesta, l’istituto sarebbe diventato un centro di potere legato al deputato FdI Luciano Ciocchetti, figura chiave della corrente ex democristiana del partito.
Non solo scelte gestionali e organizzative: il San Michele sarebbe diventato, parole degli autori dell’inchiesta, “un laboratorio di potere”.
Consulenze strategiche agli amici del partito
Secondo l’inchiesta, numerose consulenze sono state affidate a figure politicamente vicine a FdI e alla rete di Ciocchetti:
Nausica Cangini: psicologa, candidata municipale, militante della fondazione di Francesco Giubilei e autrice vicina all’area meloniana. Per lei un incarico da 110mila euro in quattro anni.
Giorgia Venerandi, avvocata penalista presente in eventi FdI: compensi da 31mila euro.
Giulia e Alessandro Adotti, entrambi avvocati: oltre 12mila euro complessivi.
Vittorio Bevilacqua, commercialista e politico legato ai territori di Ciocchetti: 68mila euro di incarico triennale.
Molti di loro avrebbero sostenuto o partecipato a eventi elettorali della corrente meloniana.
Comunicazione, eventi e marketing: soldi pubblici per l’immagine del gruppo politico
Uno dei capitoli più rilevanti riguarda gli appalti nel settore comunicazione:
Alla società DBG Management Consulting, legata a Barbara Molinario (candidata FdI nel 2021), viene affidato il rifacimento del sito web della struttura per 40mila euro.
Alla società Road to Green, sempre a lei riconducibile, l’organizzazione della “festa del San Michele”: 10mila euro.
Per l’ufficio stampa esterno viene incaricata Valeria Fossatelli, per una cifra da 90mila euro in tre anni: è la compagna dell’addetto stampa storico di Ciocchetti.
Persino una testata locale dei Castelli Romani, Castelli Notizie, avrebbe ricevuto 4mila euro per “promozione dell’attività dell’ente”. Una scelta, osservano i giornalisti, curiosa: l’istituto opera a Roma, non nei Castelli.
Sport, gonfiabili e convenzioni: il capitolo più surreale
Non mancano episodi che sfiorano il grottesco.
Tra gli affidamenti figura infatti una società di gonfiabili sportivi per l’allestimento delle attività per anziani dell’istituto, contratti assegnati – secondo diverse fonti – su segnalazione di un imprenditore vicino a Ciocchetti e protagonista di numerosi eventi elettorali FdI.
Un altro evento costato 74mila euro sarebbe stato finanziato direttamente dalla Regione.
Le reazioni: richiesta di chiarimenti e primi effetti politici
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta sono arrivate richieste di intervento:
Il presidente della Regione Lazio Rocca ha disposto un’ispezione interna.
Il Movimento 5 Stelle ha annunciato un’interrogazione parlamentare e una in Consiglio regionale.
Il Partito Democratico parla di “poltronificio di partito”.
L’inchiesta alimenta il sospetto di un sistema clientelare strutturato, in cui risorse pubbliche sarebbero diventate strumenti di costruzione del consenso dell’area politica oggi al governo.
La domanda finale
La vicenda San Michele non è un episodio marginale. È sintomo di una questione più ampia: il rapporto tra potere politico e gestione del patrimonio pubblico.
In un momento in cui il governo chiede rigore, tagli e sacrifici, l’eco di questa inchiesta rischia di pesare nella percezione pubblica.
E mentre emergono nuove domande, una resta aperta:
Il San Michele è un ente di welfare o un motore elettorale mascherato?
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In definitiva, il caso San Michele va ben oltre la contabilità di qualche appalto o consulenza: mette in discussione l’idea stessa di come debbano essere gestiti gli enti pubblici che si occupano di fragilità, cura e welfare. Se quanto ricostruito da Fanpage.it fosse confermato, saremmo di fronte a un utilizzo distorto di un patrimonio collettivo – strutture, fondi, opportunità professionali – trasformato in leva di costruzione del consenso e in rete di protezione per un preciso gruppo politico, in aperto contrasto con la retorica del “merito” e del “buon governo” rivendicata a ogni livello istituzionale.
Le ispezioni annunciate, le interrogazioni e le prese di posizione delle opposizioni sono solo il primo passo: serviranno trasparenza assoluta sugli atti, responsabilità politiche chiare e, se necessario, una vera discontinuità nella gestione dell’ente. Perché il punto non è solo capire chi abbia beneficiato di incarichi e contratti, ma ristabilire una verità semplice: il San Michele non appartiene a una corrente, appartiene ai cittadini. Solo restituendolo pienamente alla sua missione sociale – e sottraendolo a ogni forma di “amichettismo” – sarà possibile ricucire la frattura di fiducia che questa inchiesta ha fatto emergere.




















