Bufera shock su Gasparri, l’ha detto veramente in diretta TV – Scoppia la polemica – IL VIDEO

È degenerato in pochi minuti il confronto in diretta a “L’aria che tira” (La7) tra lo storico Angelo d’Orsi e il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Il tema di partenza era geopolitico e attuale — il riarmo europeo e l’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron su un ulteriore finanziamento destinato a “accelerare” il riarmo della Francia entro il 2030 — ma il dibattito è rapidamente scivolato sul terreno più incendiario delle etichette politiche e degli attacchi personali, fino a coinvolgere la figura di Enrico Berlinguer.

Il contesto: riarmo, “nemico” e la lettura di d’Orsi

La scintilla nasce mentre d’Orsi commenta l’idea di riarmo e la narrazione che, a suo giudizio, accompagna sempre questo tipo di scelte. Lo storico contesta l’impostazione “difensiva” che — sostiene — viene presentata come inevitabile, spiegando che nessuno ammetterà mai di riarmarsi “per fare la guerra”, e che per rafforzare la tesi della difesa si finisce per “inventare” un nemico: “Hannibal ad portas”, cioè “Annibale alle porte”, pronto ad aggredire.

È un ragionamento che porta d’Orsi a spostare l’attenzione dalla retorica alla ricostruzione degli eventi, chiamando in causa la sequenza storica e domandando: “Da dove nasce l’invasione russa? Cosa è successo nel 2014?”. È il passaggio in cui prova a riportare la discussione su una cornice storica, ma il tono del confronto nel frattempo si è già irrigidito.

La replica di Gasparri: “Prescinde dalla realtà” e l’accusa di “filosovietismo”

Gasparri respinge l’impostazione di d’Orsi, sostenendo che parlare di “nemico inventato” significhi ignorare la realtà. Da qui, il salto sul piano politico-identitario: il senatore collega le posizioni dello storico a un retroterra ideologico, arrivando a definirlo “filosovietico” e sostenendo che alcune letture prescindano da valori come “libertà dei popoli” e “autodeterminazione”, che rivendica come caratterizzanti della propria area.

È un passaggio decisivo perché trasforma il confronto sul merito (riarmo sì/no, quali ragioni, quale contesto) in un confronto sulla legittimità dell’interlocutore: non più “non condivido la tua analisi”, ma “la tua analisi nasce da un’impostazione ideologica”.

La controreplica di d’Orsi: “Non esiste più l’Urss, si aggiorni”

D’Orsi reagisce immediatamente all’etichetta. La definisce anacronistica, contestando l’idea stessa di “filosovietismo” nel presente e affermando che l’Unione Sovietica non esiste più, invitando Gasparri ad “aggiornarsi”. Anche qui, il tono si alza e l’argomentazione si mescola al rimprovero diretto, con un botta e risposta sempre più serrato.

L’escalation: “Berlinguer prendeva i soldi da Mosca” e lo scontro frontale

A questo punto lo scontro prende la piega più esplosiva. Gasparri, nel tentativo di colpire d’Orsi sul suo immaginario politico, tira in ballo Enrico Berlinguer e afferma che “prendeva i soldi da Mosca” per il partito, aggiungendo che “Berlinguer non era onesto”.

È la frase che fa saltare definitivamente i freni: d’Orsi si infuria, richiama il tema della “questione morale” associata alla figura di Berlinguer e risponde con una frase durissima: “Non si permetta di nominare Berlinguer. Si lavi la bocca col sapone prima di parlare di Berlinguer”.

Il confronto, ormai, non è più sul referendum, sul riarmo o sulle decisioni europee: diventa uno scontro sulla memoria politica, sull’onorabilità di una figura simbolica e sulla legittimità di usare certe accuse in tv.

Il rilancio di Gasparri e la chiusura al veleno

Gasparri non arretra e rilancia citando un riferimento specifico: invita d’Orsi a leggere “L’oro di Mosca” del tesoriere Gianni Cervetti, con l’esortazione a “studiare la storia”. D’Orsi replica accusandolo di doversi “vergognare” e definendolo “pietoso”.

Sono le battute finali di una lite che, in pochi minuti, ha attraversato più piani: geopolitica, memoria storica, identità ideologica, reputazioni personali. E che, proprio per questo, ha assunto il profilo della “bagarre” televisiva classica: un tema enorme (riarmo e guerra) che finisce travolto dalla polarizzazione e dalle accuse.

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La lite tra Gasparri e d’Orsi racconta in modo plastico un cortocircuito frequente nei talk show politici: quando il confronto entra su questioni complesse e divisive — come il riarmo, la costruzione del “nemico”, la lettura delle crisi internazionali — basta poco perché l’argomentazione lasci spazio alle etichette e alle invettive, fino a trasformare la discussione in uno scontro identitario. E quando vengono chiamati in causa simboli come Berlinguer, la temperatura sale ancora: non si discute più solo di scelte politiche, ma di “chi” ha diritto di parlare e con quale credibilità. Risultato: un dibattito che nasce per chiarire e finisce per incendiare, con la politica che diventa soprattutto conflitto di memoria e di reputazioni, più che confronto sul merito delle decisioni.

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