Le parole pronunciate dal ministro della Giustizia Carlo Nordio durante la Conferenza internazionale contro il femminicidio del 20 novembre stanno attraversando l’opinione pubblica come un fulmine. La sua tesi — secondo cui la violenza sulle donne avrebbe radici nel “codice genetico maschile” e in una “sedimentazione millenaria” di superiorità fisica — ha sollevato interrogativi, critiche e accuse di arretratezza culturale.
Per l’ennesima volta, un rappresentante del governo Meloni finisce al centro di una polemica che tocca temi sensibili, già al centro del dibattito nazionale dopo i casi di cronaca che hanno scosso il Paese.
La teoria della “superiorità biologica”
Nel suo intervento, Nordio ha sostenuto che il maschilismo non sarebbe solo un fenomeno culturale, ma avrebbe una radice biologica: la maggiore forza fisica degli uomini, presente sin dai primordi, avrebbe alimentato un modello di dominio che sarebbe rimasto impresso “nel subconscio” e addirittura “nel DNA”.
Secondo il ministro, la natura avrebbe “dotato i maschi di maggiore forza fisica rispetto alle femmine”, generando una forma storica di supremazia che ancora oggi si rifletterebbe nella difficoltà di accettare la parità.
“Sedimentazione millenaria”: un alibi o una diagnosi?
Nordio non ha negato l’urgenza di strumenti legislativi e repressivi, ma ha insistito sulla necessità di un intervento educativo, paragonando il lavoro culturale a una sorta di “psicoanalisi collettiva” per rimuovere una “tara mentale”.
Un linguaggio che molti osservatori considerano ambiguo: da una parte riconosce il problema, dall’altra rischia — secondo critici ed esperti — di trasformare la violenza in un destino biologico, un riflesso naturale anziché un crimine scelto.
Reazioni politiche e sociali
Sui social e nel mondo accademico, il commento è stato immediato: le parole di Nordio sono state definite “pericolose”, “antiscientifiche” e “retaggio di un mondo patriarcale giustificato”.
Molti hanno sottolineato che la teoria della predisposizione genetica alla violenza non ha riscontro nella comunità scientifica moderna, dove domina la lettura socioculturale del fenomeno.
Non sono mancati i riferimenti alla recente controversia sulle parole del ministro Nordio sulla giustizia e sulle affermazioni precedenti considerate controverse: per l’opposizione, il Guardasigilli conferma un atteggiamento ideologico e non istituzionale.
Un governo in difficoltà sulla narrazione del contrasto alla violenza
Il tempismo delle dichiarazioni ha aggravato la polemica: arrivano in un momento in cui la società chiede misure concrete, non teorie pseudo-antropologiche.
A pochi giorni dalle manifestazioni nazionali contro la violenza sulle donne, il dibattito si polarizza: per le associazioni, è l’ennesimo segnale di un governo che fatica a comprendere la dimensione culturale della violenza di genere.
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L’intervento del ministro della Giustizia, nato con l’intento di spiegare il fenomeno del femminicidio, si è trasformato in una miccia politica. La domanda che ora domina il dibattito è una sola: spiegare la violenza significa comprenderla, ma è accettabile farlo usando categorie genetiche e retaggi storici che rischiano di trasformare un crimine in fatalità?
Una cosa è certa: questa uscita non chiuderà la discussione — la riapre, con toni ancora più accesi.



















