L’origine della controversia
È bastata una parola per accendere il dibattito. Durante l’edizione serale del Tg La7, Enrico Mentana ha introdotto un servizio sul rientro dei civili palestinesi nella parte settentrionale della Striscia di Gaza, dopo il cessate il fuoco, definendolo come “una vera e propria transumanza”. Un termine che, nel linguaggio comune, indica lo spostamento stagionale del bestiame dai pascoli estivi a quelli invernali.
In un contesto segnato da mesi di bombardamenti, vittime civili e distruzioni, la frase del direttore è stata percepita da molti come una caduta di tono, o peggio, come una metafora disumanizzante nei confronti della popolazione palestinese.
Le reazioni sui social
Nel giro di poche ore, la clip del telegiornale ha iniziato a circolare sui principali social network, scatenando una valanga di critiche. Su X (ex Twitter) e Instagram, decine di utenti hanno accusato Mentana di aver usato “un linguaggio inaccettabile per un giornalista del suo calibro”, parlando di “parole indegne, specie in un momento di sofferenza così estrema”.
Molti commenti sottolineano l’inadeguatezza del lessico scelto: “Chiamare ‘transumanza’ il ritorno a casa di famiglie distrutte dalla guerra significa cancellare la dimensione umana del dramma”, scrive un utente. Altri ricordano che “le parole contano, e in televisione ancora di più, perché costruiscono immaginari collettivi”.
Il contesto: Gaza tra tregua e sfollamenti
Le parole di Mentana arrivano in un momento delicatissimo: dopo oltre settecento giorni di guerra, la tregua concordata tra Israele, Hamas e i mediatori internazionali ha consentito a migliaia di civili di tornare verso il nord della Striscia, dove le loro case – o ciò che ne resta – si trovano in condizioni precarie.
Le immagini diffuse dalle agenzie mostrano colonne di persone, bambini e anziani compresi, che camminano tra le macerie, spesso trasportando a mano gli ultimi oggetti rimasti. Un esodo inverso, pieno di dolore e di incertezze. È in questo scenario che la definizione di “transumanza” è apparsa, a molti, come una parola spogliata di empatia.
Il nodo linguistico
La polemica attorno al termine “transumanza” non è solo politica, ma anche semantica. Nella lingua italiana, la parola ha una radice rurale e zootecnica, legata ai cicli naturali e non alle tragedie umane. Usarla per descrivere lo spostamento forzato di popolazioni civili in zona di guerra può risultare, anche involontariamente, un modo di depersonalizzare chi soffre.
Molti giornalisti e linguisti intervenuti nel dibattito online hanno evidenziato come la televisione generalista debba prestare attenzione estrema alle metafore, specialmente quando si parla di conflitti o genocidi: “Non si tratta di censura, ma di responsabilità – scrive una docente di semiotica su Facebook –. Le parole evocano immagini, e certe immagini restano”.
Il silenzio (per ora) del direttore
Fino al pomeriggio di sabato 11 ottobre, Enrico Mentana non ha commentato la vicenda, né attraverso i suoi canali social né durante le successive edizioni del Tg. Un silenzio che alcuni hanno interpretato come un segnale di riflessione, altri come una mancanza di confronto.
Il giornalista, da sempre difensore di un’informazione libera ma rigorosa, potrebbe chiarire la sua scelta linguistica nelle prossime ore, anche per riportare il dibattito su un piano di contenuti.
Il ruolo dell’informazione nelle crisi umanitarie
La polemica mette in luce un tema più ampio: il linguaggio dei media nei conflitti. In un’epoca di polarizzazione e informazione in tempo reale, ogni parola pronunciata in tv ha un peso politico e morale. La cronaca non può essere asettica, ma deve saper coniugare precisione e sensibilità, evitando di ridurre le persone a numeri, flussi o – peggio – mandrie in movimento.
Nel racconto della guerra, e soprattutto della pace fragile che segue, le parole restano un campo di battaglia etico. E la lezione di questa vicenda è chiara: in tempi di disumanizzazione, il linguaggio può ferire quanto le armi.
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La frase di Mentana è diventata, nel giro di poche ore, un caso mediatico che interroga il mestiere stesso del giornalismo. In un momento in cui il mondo assiste a una tregua carica di speranza ma segnata da lutti e distruzioni, ogni parola pesa più del piombo.
Che si tratti di una svista o di una scelta infelice, resta l’occasione per ricordare che il rispetto linguistico è parte integrante del rispetto umano – soprattutto quando si parla di chi, da mesi, non ha più una casa da cui fare ritorno.



















