Nel pieno di un momento delicatissimo per la libertà di stampa e per l’incolumità dei giornalisti italiani, Filippo Facci firma su Libero un articolo che ha scatenato un’ondata di indignazione.
Il giornalista, commentando l’attentato esplosivo contro l’auto di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, ha scritto che «probabilmente l’obiettivo non era neppure Ranucci», arrivando a definire “normali” bombe e sparatorie nell’hinterland romano.
Una tesi che, oltre a sfidare ogni evidenza investigativa, appare come un tentativo di minimizzare l’episodio più grave di intimidazione contro un cronista italiano degli ultimi anni.
Il contesto: un attentato reale, non una suggestione
Giovedì scorso, un ordigno è esploso accanto all’auto di Sigfrido Ranucci, giornalista d’inchiesta e conduttore di Report, nel quartiere romano dove risiede.
Le prime ricostruzioni dei Carabinieri hanno confermato che l’episodio non è un incidente, ma un atto di matrice dolosa. L’attacco, per modalità e tempistica, è stato definito dagli inquirenti come un chiaro atto intimidatorio nei confronti del giornalista, da anni sotto scorta e bersaglio di minacce per le sue inchieste televisive.
La notizia ha provocato una forte reazione istituzionale e mediatica: il Parlamento Europeo discuterà il caso a Strasburgo, mentre centinaia di colleghi e cittadini hanno espresso solidarietà a Ranucci durante la manifestazione promossa dal Movimento 5 Stelle e dal mondo dell’informazione libera.
Facci e la normalizzazione dell’orrore
In questo contesto, le parole di Facci arrivano come una doccia gelata.
Nel suo articolo su Libero, il giornalista sostiene che nell’hinterland romano “bombe e spari sono normali”, e che dunque l’episodio potrebbe non avere nulla a che fare con il lavoro giornalistico di Ranucci.
Un passaggio recita:
“Probabilmente l’obiettivo non era neppure Ranucci. Nessun riscontro, nessuna evidenza. È una zona dove certe cose accadono di frequente. Parlare di attentato giornalistico è forse un’esagerazione”.
Un’impostazione che suona come una riscrittura surreale dei fatti, non solo perché contraddetta dalle indagini in corso, ma anche perché tende a sminuire la portata simbolica di un attentato a un cronista sotto scorta.
Dalla vittima al sospetto: la distorsione del racconto
Il paradosso più inquietante dell’articolo di Facci è l’operazione narrativa che compie: trasforma la vittima in un elemento secondario, e sposta l’attenzione dal gesto intimidatorio al contesto “criminale” del territorio.
In pratica, la colpa non è dell’attentatore, ma del luogo.
Un espediente che serve — più o meno consapevolmente — a deresponsabilizzare chi odia e minaccia i giornalisti, e a insinuare il dubbio che Ranucci non fosse davvero il bersaglio, riducendo tutto a una casualità di cronaca nera.
Il rischio: banalizzare la violenza contro chi fa informazione
Le parole di Facci non sono solo una provocazione. Inserite nel clima politico e mediatico di questi giorni — con Ranucci nel mirino, Report oggetto di attacchi e l’Europa costretta a intervenire — rischiano di diventare un messaggio devastante:
che si può colpire un giornalista e poi dire che non era lui il vero bersaglio.
Un modo di pensare che normalizza la violenza, delegittima la professione giornalistica e mina uno dei principi fondamentali della democrazia: il diritto dei cittadini a essere informati senza paura o intimidazioni.
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Il giornalismo d’inchiesta in Italia ha già pagato un prezzo altissimo, da Giancarlo Siani a Ilaria Alpi, da Mauro Rostagno a Giuseppe Fava.
Ogni volta, prima che le inchieste chiarissero la verità, qualcuno aveva provato a dire che “forse non era un attentato”, che “forse non c’entrava il mestiere”, che “forse era solo una fatalità”.
L’articolo di Filippo Facci si inserisce in questa tradizione del negazionismo giornalistico, quella che anziché difendere i colleghi sotto attacco preferisce ridimensionare i fatti per non disturbare il potere.
Oggi, di fronte a un ordigno esploso sotto casa di un cronista d’inchiesta, non servono teorie né ironie: serve una difesa ferma e unanime della libertà di stampa.
E chi, come Facci, sceglie di raccontare l’attentato come “una coincidenza di quartiere”, non esercita il diritto di cronaca — lo tradisce.



















