Una frase pronunciata davanti alla Direzione nazionale del Partito Democratico rischia di pesare molto più del previsto nella complicata costruzione del campo largo. Nel momento in cui Pd e Movimento 5 Stelle dovrebbero avvicinarsi al tavolo per programma, alleanze e leadership, Elly Schlein rivendica apertamente il peso elettorale del suo partito e mette un paletto destinato a far discutere.
La segretaria dem non nomina direttamente Giuseppe Conte nel passaggio più duro e non dice che il presidente del M5S debba essere escluso dalla corsa alla leadership. Ma le sue parole arrivano appena ventiquattr’ore dopo che Conte aveva raccontato di essersi detto disponibile persino a fare un passo indietro insieme a Schlein per individuare un “nome terzo” condiviso. Una proposta che, secondo Conte, non avrebbe trovato disponibilità negli alleati.
È in questo clima che Schlein, il 2 ottobre, pronuncia una frase inequivocabile sul metodo con cui costruire il programma comune: «Bisogna essere inclusivi, ma uno non è che vale uno».
E subito dopo ricorda il peso elettorale del Pd rispetto alle altre forze dell’opposizione.
Schlein: «Uno non vale uno»
Il passaggio arriva durante la relazione della segretaria alla Direzione nazionale del Pd, convocata al Nazareno proprio per affrontare una fase decisiva in vista delle prossime elezioni. L’appuntamento era stato fissato da giorni e si apre con la relazione della leader dem.
Schlein parte dalla costruzione del programma della futura alleanza.
La linea è quella dell’apertura: il programma deve essere scritto insieme alle altre forze politiche. Ma l’inclusività, secondo la segretaria, non significa attribuire automaticamente a ogni partito lo stesso peso.
«Il programma si scrive con l’alleanza, sapendo bene che in quella discussione bisogna essere inclusivi ma anche che uno non è che vale uno».
È il primo passaggio.
Poi arriva quello politicamente ancora più significativo.
«Abbiamo preso il doppio dei voti delle altre forze»
Schlein rivendica il consenso ottenuto dal Partito Democratico e respinge l’idea che il suo peso all’interno della coalizione possa essere equiparato automaticamente a quello degli alleati.
«A noi non ci ha regalato niente nessuno», afferma.
La segretaria sottolinea che il Pd è «saldamente il primo partito di opposizione» e sostiene che questo risultato sia stato conquistato attraverso «fatica, sudore e impegno».
Quindi il passaggio destinato ad alimentare maggiormente il confronto con gli alleati: secondo Schlein, gli elettori hanno consegnato al Pd «il doppio dei voti delle altre forze politiche alle europee, alle regionali e alle comunali», come riporta l’agenzia Adnkronos nel dispaccio del 2 ottobre.
La rivendicazione è chiara: al tavolo comune tutti devono partecipare, ma il peso elettorale delle singole forze non può essere ignorato.
Un messaggio che inevitabilmente incrocia Conte
Schlein non pronuncia il nome di Giuseppe Conte in quella frase. Per questo sarebbe improprio trasformarla nella prova di un piano per “mettere fuori gioco” personalmente il presidente del Movimento 5 Stelle.
Il significato politico, però, è evidente: la segretaria sta rivendicando un ruolo centrale per il Pd proprio mentre con Conte è aperto il confronto su chi debba guidare l’alleanza.
E soprattutto le parole arrivano poche ore dopo un’altra accelerazione.
Conte ha infatti rivelato di aver proposto una soluzione che avrebbe potuto evitare la competizione diretta: né Conte né Schlein, ma un terzo nome condiviso.
Secondo il presidente del M5S, quella disponibilità sarebbe stata manifestata anche molto recentemente.
Il Nazareno, però, ha contestato questa ricostruzione: esponenti dem hanno sostenuto di non essere a conoscenza di una nuova proposta concreta in questo senso.
Ed è proprio su questo terreno che lo scontro diventa più interessante.
Conte era pronto a fare un passo indietro: «Disponibile a un nome terzo»
Conte aveva spiegato di non considerare la propria candidatura una questione di ambizione personale.
«Ho dichiarato fin dall’inizio la mia disponibilità a concordare anche un nome terzo», ha affermato, precisando però che non avrebbe accettato una figura scelta attraverso un compromesso al ribasso.
La personalità individuata avrebbe dovuto, secondo Conte, rappresentare un progetto autenticamente progressista.
Ma la conclusione del leader M5S è stata altrettanto netta: «Non c’è stata disponibilità a valutare questa strada».
Da qui il ritorno alle primarie.
Per Conte, se non c’è accordo su un candidato comune e non viene accettata la soluzione del federatore, la leadership deve essere affidata alla consultazione degli elettori della coalizione.
Il vero nodo: il Pd rivendica il primato elettorale
Le parole pronunciate oggi da Schlein aggiungono però un nuovo elemento.
Non si discute più soltanto di chi debba candidarsi alle primarie. Si discute di quanto debba pesare ciascun partito nella definizione della linea politica dell’alleanza.
Il ragionamento della segretaria è sostanzialmente questo: costruire insieme il programma sì, ma senza cancellare i rapporti di forza espressi dagli elettori.
È una posizione che il Pd aveva già lasciato intravedere nei giorni precedenti.
Dalla segreteria dem del 30 settembre era infatti emersa la linea secondo cui il programma dovrà essere scritto con tutte le componenti dell’alleanza, comprese le forze moderate e centriste, senza partire da zero. E sulle eventuali primarie il messaggio proveniente dal gruppo dirigente era altrettanto esplicito: «Se saranno primarie siamo pronti, e pronti a vincerle».
Il Pd non vuole un programma costruito sulla piattaforma del M5S
Dietro il confronto sulla leadership si nasconde infatti una battaglia ancora più importante: quella sul programma.
Una parte dei dirigenti democratici, soprattutto nell’area riformista, teme che il Pd possa arrivare all’alleanza accettando un’impostazione eccessivamente vicina alle posizioni del Movimento 5 Stelle.
Alla vigilia della Direzione, esponenti della minoranza dem avevano già annunciato l’intenzione di porre il problema della linea politica, sostenendo che il Pd non potesse presentarsi alle elezioni semplicemente sulla piattaforma del M5S.
La questione diventa particolarmente delicata sulla politica estera.
Conte continua a sostenere la necessità di interrompere l’invio di armi all’Ucraina e di puntare su una svolta negoziale. Nel Pd esistono invece posizioni differenti e la linea complessiva del partito resta distinta da quella pentastellata su questo punto.
Schlein vuole anche i centristi al tavolo
C’è poi un altro elemento.
Schlein vuole che alla costruzione del programma partecipino non soltanto Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra, ma anche le componenti moderate e centriste dell’opposizione.
È la linea uscita dalla riunione della segreteria dem del 30 settembre: «Il programma lo scriviamo con tutti».
Questo significa allargare il confronto a un’area politica nella quale si trovano soggetti che, su Ucraina, Europa e politica economica, hanno spesso posizioni molto distanti da quelle di Conte.
Anche questo contribuisce a spiegare la frase pronunciata oggi da Schlein.
“Inclusivi” significa far sedere tutti al tavolo. “Uno non vale uno” significa invece, nella formulazione della segretaria, che l’apertura non deve cancellare la consistenza elettorale dei partecipanti.
La battaglia sulle primarie è appena cominciata
A questo punto le primarie sembrano sempre più difficili da evitare, anche se non sono ancora state formalmente convocate e non esiste ancora un regolamento definitivo.
Conte le considera la strada da percorrere dopo il mancato accordo su una figura terza. Nel Pd cresce la disponibilità ad affrontarle e una parte del partito chiede addirittura un sistema a doppio turno.
Restano però differenze importanti.
Il Movimento 5 Stelle vorrebbe un sistema che permetta anche la partecipazione digitale e guarda con maggiore favore al turno unico. Nel Pd continua invece a pesare la tradizione dei gazebo e una parte dei democratici considera preferibile il doppio turno.
E non è ancora definitivamente chiarito nemmeno il numero dei candidati.
Nel Pd resta l’incognita di una candidatura alternativa
Nei giorni scorsi è circolato soprattutto il nome di Giorgio Gori come possibile candidatura interna alternativa a Schlein.
Alla vigilia della Direzione, tuttavia, i riformisti dem hanno fatto sapere di non essere pronti ad annunciare un secondo candidato. Il tema rimane sul tavolo, insieme alla richiesta di primarie a doppio turno e di una maggiore valorizzazione della pluralità interna del partito.
Questo significa che l’eventuale consultazione potrebbe non ridursi necessariamente a un semplice duello Conte-Schlein.
Ma prima bisognerà decidere regole, tempi e perimetro della coalizione.
Prima il programma, poi la leadership
Schlein continua formalmente a sostenere che il primo passaggio debba essere quello programmatico.
Già a settembre aveva riassunto la propria posizione con la formula: «O accordo o primarie», chiedendo però di evitare che il centrosinistra parlasse esclusivamente dei propri equilibri interni anziché dei problemi del Paese.
Conte, dal canto suo, arriva al confronto con le proposte elaborate attraverso il percorso di Nova e insiste sulla necessità che quelle priorità abbiano un peso concreto nel programma comune.
È qui che la frase di oggi assume il suo significato più ampio.
Il confronto non riguarda semplicemente Conte contro Schlein. Riguarda il modello stesso con cui dovrebbe funzionare la futura coalizione.
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«Uno non vale uno»: la frase che cambia il tono del confronto
Fino a ieri il confronto sembrava concentrato soprattutto sul metodo per scegliere il candidato premier. Oggi Schlein sposta l’attenzione sui rapporti di forza.
Il Pd, dice in sostanza la segretaria, vuole costruire il programma insieme agli alleati ma non intende comportarsi come se tutti i partiti avessero lo stesso peso elettorale.
Conte, invece, rivendica la necessità di un progetto comune che non venga automaticamente guidato dal partito più grande e proprio per questo aveva proposto anche una personalità terza.
Sono due impostazioni che dovranno trovare un punto di incontro.
E la frase pronunciata oggi da Schlein rende ancora più evidente il problema: il campo largo deve stabilire non soltanto chi lo guiderà, ma anche con quali equilibri interni verranno prese le decisioni.
Per ora non c’è alcuna prova che Schlein abbia deciso di “mettere fuori gioco” Conte. C’è però un dato politico molto concreto: mentre Conte dice di essere stato disposto a rinunciare alla propria candidatura per cercare una figura condivisa, Schlein rivendica pubblicamente il primato elettorale del Pd e avverte gli alleati che, al tavolo della coalizione, «uno non vale uno».
Ed è probabilmente su questa distanza, prima ancora che sui nomi, che si giocherà la parte più difficile della costruzione del centrosinistra.



















