La politica italiana è abituata agli eccessi verbali, ai capri espiatori e alle accuse strumentali. Ma questa volta il confine del grottesco è stato superato. Secondo Italo Bocchino, ex deputato e direttore del giornale online vicino a Fratelli d’Italia, la recente sconfitta della Nazionale italiana contro la Norvegia non sarebbe un problema sportivo, tecnico o gestionale: la colpa sarebbe della sinistra, “che ha distrutto il patriottismo”.
Una frase talmente surreale da non sembrare politica, ma una sceneggiatura scartata di Boris o un monologo involontario da satira involontaria. E invece è reale.
La dichiarazione: patriottismo, calcio e un colpevole “prefisso”
Nel video diventato virale sui social, Bocchino afferma:
“Meno male che c’è Sinner a rendere orgogliosi gli italiani. Perché quello che è accaduto alla nostra nazionale di calcio è sintomo di qualcosa di più ampio: la distruzione del patriottismo da parte della sinistra ha colpito anche i nostri calciatori.”
Il messaggio, oltre a essere politicamente forzato, appare scollegato dai fatti. La Nazionale ha problemi strutturali noti da anni: vivai insufficienti, club che investono poco sugli italiani, federazione in difficoltà e un movimento calcistico che fatica a rinnovarsi. Tutto questo cancella l’idea che a determinare un 4-1 contro la Norvegia sia stata un’entità astratta come “la sinistra”.
Eppure, nel racconto della propaganda, trovare un responsabile esterno è sempre preferibile a una riflessione sulla realtà.
Il meccanismo: trovare un nemico per coprire il vuoto
Negli ultimi anni, parte della comunicazione politica della destra ha individuato in un avversario permanente la spiegazione universale per ogni difficoltà del Paese.
Che si tratti di:
inflazione,
sbarchi,
debito pubblico,
crescita zero,
disoccupazione,
rincari energetici,
la risposta è sempre identica: colpa della sinistra.
Un automatismo utile, soprattutto quando si governa e i risultati stentano ad arrivare.
La caricatura funziona perché evita domande, analisi e responsabilità. Trasforma un dibattito pubblico in una curva calcistica, in cui non conta capire ma tifare.
Dal rigore sbagliato al clima: tutto attribuito al “nemico politico”
Il paradosso si sta normalizzando: se piove, è colpa della sinistra. Se l’auto non parte, è colpa della sinistra. Se la Nazionale perde, è colpa della sinistra.
Un canovaccio retorico che annulla ogni complessità trasformando la politica in una guerra culturale permanente.
Il rischio è chiaro: quando tutto diventa propaganda, nulla diventa soluzione.
Sinner come patriota di riferimento
Nella dichiarazione di Bocchino emerge un altro aspetto significativo: l’appropriazione simbolica di personaggi pubblici non allineati, leggendone la popolarità come adesione ai valori del governo.
Jannik Sinner, come molti atleti contemporanei, rappresenta impegno, disciplina, sacrificio e meritocrazia. Ma non ha mai rivendicato identità politiche, né si è prestato a slogan di governo.
Attribuirgli il ruolo di contrappeso identitario contro la “deriva culturale” della sinistra è un’operazione comunicativa artificiale e forzata.
Il caso Bocchino non è solo un episodio folkloristico. È la cartina tornasole di un modo di comunicare che ha smesso di distinguere tra realtà e narrazione politica.
È la trasformazione della discussione pubblica in intrattenimento ideologico. È la rinuncia a spiegare i problemi preferendo raccontarli come battaglie identitarie.
E mentre la politica litiga sul patriottismo calcistico, il calcio italiano continua a perdere terreno e il Paese resta senza risposte concrete.
Il video ha fatto discutere, indignare e sorridere. Ma lascia una domanda amara: quanto ancora lo storytelling potrà sostituire la responsabilità?
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IL VIDEO:
In definitiva, il caso Bocchino racconta molto più di una sparata infelice sul 4-1 con la Norvegia. Mostra una politica che, invece di misurarsi con la complessità dei problemi – in questo caso il declino strutturale del calcio italiano – preferisce rifugiarsi nel solito copione: individuare un nemico, possibilmente la “sinistra”, e attribuirgli qualsiasi cosa vada storta, dallo spread al risultato di una partita. È una scorciatoia comunicativa che funziona nei talk show e sui social, ma che svuota di senso sia il dibattito sportivo sia quello pubblico, trasformando tutto in una rissa identitaria a bassa intensità.
L’arruolamento simbolico di Sinner come “patriota di governo” completa il quadro: si prende un campione che non ha mai rivendicato appartenenze politiche e lo si usa come bandierina di parte, mentre si scarica su un avversario immaginario la responsabilità di ogni fallimento. Ma così non si risolvono né i problemi del calcio né quelli del Paese. Finché il racconto propagandistico continuerà a sostituire l’analisi dei fatti, resteremo inchiodati a una politica che cerca applausi, non soluzioni – e che arriva a dare la colpa alla sinistra persino per un rigore sbagliato.



















