Cambia tutto nel Movimento 5 stelle – Ecco cosa farà Giuseppe Conte adesso. La rivelazione shock

Nel Movimento 5 Stelle non è tempesta, ma nemmeno “calma piatta”. Mentre l’era Conte appare più consolidata rispetto alle stagioni convulse delle origini – lontane le espulsioni via blog, archiviati i traumi delle scissioni ai tempi del governo Draghi – in queste settimane si registrano onde interne che raccontano un passaggio delicato: la ridefinizione dei vertici e, soprattutto, la scelta del futuro capogruppo al Senato.

Il contesto è chiaro: con il secondo mandato da leader, Giuseppe Conte deve rinnovare – come prevede lo statuto – alcune caselle chiave. E secondo le ricostruzioni interne, l’ex presidente del Consiglio sarebbe pronto a far partire il “pacchetto nomine” dei vicepresidenti, che poi andrà ratificato dal voto online degli iscritti.

La nuova fase contiana: potere più stabile, ma nervi scoperti

La leadership di Conte, rafforzata dal “percorso costituente” concluso nel 2024 e dalla sua rielezione plebiscitaria dell’ottobre scorso (con l’89,3% di sì), non somiglia alle guerre di trincea del primo M5S. Eppure, proprio perché il Movimento oggi è più strutturato, la gestione degli equilibri diventa più politica, e quindi più sensibile.

Non è un caso che in Transatlantico qualcuno ironizzi: “Se mi avessero chiesto due mesi fa se le nomine stavano per arrivare avrei risposto sì… e lo stesso avrei detto un mese fa”. Tradotto: nel M5S niente è mai del tutto prevedibile. Ma ora, sostengono più fonti parlamentari, la macchina sembra davvero pronta a partire.

Il dossier vicepresidenti: Conte valuta l’allargamento e una “nuova architettura” interna

Il cuore della partita è la vicepresidenza del Movimento. Conte, secondo quanto filtra, starebbe valutando due strade:

1. confermare l’attuale schema a cinque vicepresidenti;


2. oppure fare un salto e portare i vice a sette, ipotesi che circola con insistenza e che avrebbe un obiettivo preciso: bilanciare correnti, territori e sensibilità, prevenendo malumori e rendendo più ampia la “squadra di garanzia” attorno al leader.

 

In questo quadro, alcune riconferme appaiono già considerate “blindate”.

Le riconferme date per certe: Taverna, Gubitosa, Turco

Nei corridoi delle Camere diversi parlamentari, rigorosamente anonimi, danno per scontato che Conte riparta da tre nomi:

Paola Taverna, la vicaria, figura di raccordo su accordi complessi per alleanze locali e regionali e con un ruolo di supervisione sui gruppi territoriali;

Michele Gubitosa, descritto come “sherpa discreto” nei rapporti con le altre forze politiche;

Mario Turco, coordinatore del comitato Economia, già sottosegretario a Palazzo Chigi nel Conte 2.


Tre pilastri che garantirebbero continuità politica e organizzativa, e che nella logica contiana rappresentano l’asse della gestione interna.

 

I posti nuovi e il nodo Appendino: tra promozioni e ferite ancora aperte

Se Conte resta a cinque vicepresidenti, due caselle diventano cruciali. Se passa a sette, lo diventano ancora di più, perché si aprono spazi per includere figure chiave senza lasciare fuori nessuno.

Tra i nomi indicati come “naturali” per una promozione c’è:

Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera da oltre un anno, che rappresenterebbe la linea della continuità parlamentare.


Poi c’è il caso politicamente più sensibile:

Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, dimessasi a ottobre in polemica con quella che ha definito l’eccessiva attenzione del Movimento contiano alle “alleanze di palazzo”.


La sua eventuale rientrata in un ruolo apicale avrebbe un doppio significato: da un lato ricucire, dall’altro segnare un compromesso tra identità e strategia. Perché Appendino incarna l’area più allergica alla politica delle alleanze e più attenta alla coerenza “movimentista”.

Patuanelli verso la vicepresidenza e la questione di genere

Tra le indiscrezioni più ripetute c’è quella che vede Stefano Patuanelli in salita verso una vicepresidenza. Un passaggio che però apre automaticamente un vuoto al Senato, perché Patuanelli è anche il perno del gruppo a Palazzo Madama.

In parallelo, Conte deve fare i conti con un tema non secondario: gli equilibri di genere. Tra le donne considerate “in corsa” per ruoli di peso compaiono:

Vittoria Baldino, che secondo i retroscena però punterebbe a “una delega vera”, non un ruolo solo simbolico;

Barbara Floridia, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, che potrebbe avere margini di agenda più ampi proprio perché – raccontano le ricostruzioni – la commissione è di fatto boicottata dal centrodestra dopo lo scontro sulla presidenza Rai.


In caso di organico allargato a sette, potrebbe trovare spazio anche:

Ettore Licheri, ex presidente dei senatori, indicato come possibile rientro nel perimetro della squadra dirigente.

La vera miccia: il dopo Patuanelli al Senato e lo scontro tra “due squadre”

Il punto più delicato – e quello che rischia di trasformare una normale rotazione in una frizione politica – è la successione al Senato.

Secondo la ricostruzione, a Palazzo Madama si fronteggerebbero due aree di senatori legati ai candidati:

Alessandra Maiorino, vicepresidente in carica del gruppo;

Luca Pirondini, senatore genovese.


Qui le versioni divergono, come spesso accade nei retroscena interni: c’è chi parla di “animi accesi” e tensioni, e chi invece giura che il clima sia “sereno” e finalizzato a costruire una squadra.

Ma un dato emerge: la partita non è solo su un nome, è su un equilibrio di potere dentro il gruppo, in una fase in cui Conte vuole consolidare una filiera coerente tra direzione politica e rappresentanza parlamentare.

La “sintesi unitaria”: passo indietro di Maiorino e Pirondini capogruppo?

La soluzione che sembra prendere forma – proprio per evitare spaccature – è quella di una sintesi unitaria: un possibile passo indietro “per spirito unitario” di Maiorino, nonostante il suo percorso da vicepresidente del gruppo ne rafforzasse l’ambizione.

In questo scenario:

Pirondini diventerebbe il capogruppo più probabile;

e una parte della “squadra Maiorino” verrebbe assorbita nel nuovo direttivo, con la distribuzione di incarichi come vicecapogruppo e segretari, in modo da evitare la logica del “vincitore che prende tutto”.


È un compromesso classico, ma per il M5S – tradizionalmente allergico alle mediazioni di corrente – rappresenta anche la fotografia di un partito che ha ormai interiorizzato meccanismi più tradizionali di gestione interna.

Perché “cambia tutto”: Conte prova a chiudere la fase delle ambiguità e blindare il Movimento

Il senso politico della mossa di Conte è duplice.

Da una parte, rafforzare la catena di comando: vicepresidenti, capigruppo, direttivi devono parlare la stessa lingua, soprattutto in una fase in cui il Movimento cerca spazio tra opposizione, alleanze e campagne tematiche.

Dall’altra, prevenire fratture: le tensioni non sono quelle esplosive di un tempo, ma sono quelle più insidiose di un partito che si struttura, dove ogni scelta produce scontenti se non viene compensata.

Ecco perché l’ipotesi dei sette vicepresidenti pesa così tanto: non è un capriccio numerico, è un modo per allargare la stanza dei bottoni senza lasciare fuori pezzi importanti, e soprattutto per trasformare una transizione interna in un’operazione di stabilità.

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Il Movimento 5 Stelle non sta vivendo una crisi, ma un passaggio: dalla leadership “carismatica” alla leadership “organizzata”. E in questa fase le nomine non sono semplici incarichi, sono messaggi politici.

Conte lo sa: la forza del M5S, oggi, non dipende solo dai sondaggi o dalle battaglie pubbliche, ma dalla capacità di restare compatto mentre cambia pelle. Le prossime mosse – tra vicepresidenze e capogruppo al Senato – diranno se la “sintesi unitaria” sarà reale o solo una formula per prendere tempo.

Una cosa, però, è già evidente: nel M5S sta partendo un riassetto vero, e non sarà indolore per tutti.

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