Camera e Senato? Arriva la scoperata scandalosa – Ecco cosa fa infuriare i cittadini italiani – ASSURDO

Il ragionamento che ha accompagnato il taglio dei parlamentari era lineare: meno eletti = meno stipendi = meno costi per lo Stato. La riforma costituzionale ha ridotto i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200, promettendo un alleggerimento della spesa pubblica e un messaggio politico di sobrietà. A distanza di quattro anni dall’avvio della legislatura con i numeri ridotti, però, i bilanci raccontano una storia più complessa: alla Camera il totale delle spese non è diminuito, e in alcuni anni risulta persino più alto rispetto al passato.

Non è solo un’anomalia: col passare del tempo, l’andamento sembra somigliare a una tendenza strutturale. E questo riapre una domanda semplice, ma pesante: se davvero lo scopo era “risparmiare”, perché il conto complessivo di Montecitorio non scende?

I numeri: prima poco sopra il miliardo, poi un livello più alto

Dai rendiconti ufficiali di Montecitorio, per come vengono riassunti nel materiale che riporti, emerge questo quadro:

  • 2017-2021: spesa annua complessiva stabile poco sopra il miliardo, con una media di circa 1,034 miliardi.

  • 2022-2024: valori mediamente più elevati, intorno a 1,293 miliardi.

  • 2024: spesa complessiva impegnata pari a circa 1,26 miliardi.

Qui c’è un passaggio tecnico che conta moltissimo: nei documenti contabili compare anche un dato riferito alle sole “attività funzionali”, che nel 2024 si attesterebbe intorno a 967 milioni. È un numero che può trarre in inganno perché non coincide con il totale: è una parte della spesa, spesso presentata in forma aggregata, e rischia di essere scambiata per “tutta la spesa della Camera” se non si chiarisce bene cosa include e cosa no.

In altre parole: anche dentro lo stesso bilancio, a seconda di quale voce si guarda, si possono ottenere numeri diversi. E questo alimenta equivoci e polemiche.

Il paradosso vero: cala il numero, non cala il costo “dell’istituzione”

Il punto non è negare che il taglio abbia ridotto qualcosa. Il punto è che la riduzione non è stata tale da far scendere il totale, perché il bilancio di un’istituzione come la Camera non è fatto solo da indennità e stipendi degli eletti.

Molte spese sono strutturali o “semi-fisse”:

  • personale amministrativo (la macchina parlamentare);

  • servizi (sicurezza, pulizie, manutenzioni, logistica);

  • appalti e forniture (informatica, reti, sistemi di voto e trasmissione, archivi);

  • utenze ed energia;

  • gestione e conservazione del patrimonio immobiliare;

  • spese per attività istituzionali, supporto ai lavori d’Aula e delle Commissioni.

Queste voci non calano automaticamente se togli 230 deputati. E in alcuni casi possono anche crescere per fattori esterni, come l’inflazione o il caro-energia.

L’effetto “pro capite”: il costo medio per eletto cresce (anche solo per matematica)

C’è poi un elemento “politico” che colpisce molto l’opinione pubblica: se dividi la spesa complessiva per il numero dei deputati, la cifra per eletto aumenta parecchio.

Facendo un conto grezzo (che non misura la “spesa per deputato”, ma rende l’idea dell’effetto):

  • Media 2017-2021: 1,034 miliardi / 6301,64 milioni per deputato.

  • Media 2022-2024: 1,293 miliardi / 4003,23 milioni per deputato.

È ovvio che questa divisione è “imperfetta” (perché una parte dei costi non dipende dal numero dei deputati), ma fotografa il nocciolo della questione: tagliare i seggi senza ridisegnare anche le spese fisse può far aumentare la spesa media per ciascun eletto, o quantomeno può farla apparire così in modo clamoroso.

La voce che non cambia: i contributi ai gruppi parlamentari

Uno degli esempi più chiari che citi è quello del “Contributo unico e onnicomprensivo” destinato ai gruppi parlamentari, che negli ultimi esercizi risulta sostanzialmente stabile attorno a 31 milioni.

Questo è un punto politicamente sensibile perché:

  • i gruppi hanno meno deputati;

  • ma la dotazione annuale non diminuisce in modo proporzionale.

Risultato: anche qui cresce l’effetto “pro capite”, perché la torta resta simile ma i destinatari sono meno.

Ed è esattamente questo il limite del taglio “automatico”: taglia i posti, non riscrive le regole di spesa.

Le spiegazioni dei questori: “il taglio ha fatto risparmiare, ma l’inflazione ha spinto su altre voci”

Nella tua ricostruzione compaiono due risposte politiche, una dall’opposizione (M5S) e una dalla maggioranza (FdI), che convergono su un punto: il taglio ha inciso, ma non basta a trascinare giù tutto il bilancio.

  • Filippo Scerra (M5S) sostiene che senza la riforma la spesa complessiva sarebbe stata più alta: il taglio avrebbe ridotto una specifica voce di bilancio legata alle indennità, per un risparmio nell’ordine di circa 50 milioni. Ma riconosce che altre voci hanno seguito inflazione e rincari (soprattutto nel biennio 2021-2022), contribuendo a far crescere i conti.

  • Paolo Trancassini (FdI) insiste sul concetto di “gestione virtuosa”: anche con inflazione e aumenti generalizzati, la spesa complessiva sarebbe rimasta sostanzialmente invariata, e nel frattempo la Camera avrebbe ripreso anche le assunzioni dopo anni.

Sono due letture diverse nello stile, ma con un punto comune: il taglio non è una bacchetta magica, perché agisce su un pezzo del bilancio, mentre il resto vive di dinamiche proprie.

Camera e Senato: perché a Palazzo Madama il quadro appare diverso

Nel materiale che riporti, il Senato viene descritto come un caso più “lineare”:

  • la dotazione richiesta per il 2025 è 505 milioni, importo identico al 2011;

  • dal 2012 in poi viene rivendicata una riduzione strutturale della dotazione (anche qui, il racconto punta molto sul fatto che la dotazione sia stata tenuta bassa “per anni consecutivi”);

  • dal rendiconto 2024 emerge una spesa complessiva attorno a 495,37 milioni, quindi sotto il livello della dotazione annuale.

La differenza, al netto della comunicazione istituzionale, suggerisce un fatto: i due rami del Parlamento possono avere scelte contabili e gestionali differenti, oppure una diversa composizione delle voci di spesa, oppure ancora una diversa capacità di “compressione” dei costi in alcuni capitoli.

La domanda finale: il taglio era una riforma “di risparmio” o “di immagine”?

Arrivati qui, il punto politico è inevitabile. Se il taglio dei parlamentari viene venduto come misura di risparmio, allora i cittadini si aspettano un segnale netto e visibile sul bilancio. Se invece l’effetto principale resta confinato a una voce (indennità) mentre il totale non scende, la riforma rischia di apparire come:

  • un intervento simbolico molto forte,

  • ma con una resa economica meno evidente.

In più, l’effetto collaterale è che la discussione diventa confusa: c’è chi guarda alla “spesa complessiva”, chi alle “attività funzionali”, chi alle “spese di funzionamento”, chi alle “dotazioni”. E a quel punto ognuno può scegliere il numero che fa più comodo alla propria tesi.

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Il taglio dei deputati ha ridotto una parte dei costi legati alle indennità, ma non ha trasformato automaticamente la struttura di spesa di Montecitorio. Se le voci che restano stabili (come i contributi ai gruppi) non vengono riparametrate e se altre componenti crescono per inflazione, contratti e servizi, il risultato è quello che oggi fa discutere: meno eletti, ma spesa complessiva che non scende.

Ecco perché il vero nodo, ormai, non è più “tagliare o non tagliare” i parlamentari. È capire se la politica ha intenzione di fare il passo successivo: una revisione trasparente e coerente delle voci di bilancio che restano fisse o che aumentano, altrimenti il taglio delle poltrone resterà quello che molti temono: una riforma capace di cambiare i numeri dell’Aula, ma non i numeri del conto.

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