Caos totale in Senato – Arriva lo scontro shock – Ecco cosa sta accadendo in questo momento

Doveva essere una nomina interna alle dinamiche parlamentari, una di quelle che normalmente restano confinate nei resoconti di Palazzo. Invece l’elezione di Maurizio Gasparri alla presidenza della Commissione Esteri e Difesa del Senato ha innescato una crisi politica tutta interna al Partito Democratico, fino a far esplodere uno scontro personale e correntizio che, secondo più ricostruzioni di stampa, è arrivato a sfiorare il contatto fisico tra due esponenti di primo piano come Alessandro Alfieri e Filippo Sensi. Il detonatore è stato il voto dei dem in commissione: Gasparri è stato eletto con 18 voti favorevoli e 2 astensioni, e proprio quei consensi arrivati anche dall’area Pd hanno aperto una ferita che il partito non è riuscito a ricomporre in silenzio.

La nomina di Gasparri, avvenuta il 31 marzo, nasce già in un quadro particolare. Il senatore di Forza Italia ha preso il posto di Stefania Craxi alla guida della Commissione Esteri e Difesa dopo che Craxi era salita al ruolo di capogruppo azzurro al Senato proprio al posto di Gasparri. Sul piano formale tutto regolare; sul piano politico, però, la vicenda è stata letta da parte delle opposizioni come l’ennesimo riassetto interno di Forza Italia consumato dentro incarichi istituzionali. Il punto è che, mentre il Pd a parole criticava questa staffetta, al momento del voto una parte dei suoi senatori ha comunque sostenuto l’elezione del forzista.

È qui che comincia il caso. Secondo il manifesto e Domani, nel Pd la linea indicata da Alessandro Alfieri, capogruppo dem in commissione, era l’astensione o comunque la non partecipazione al voto. Eppure almeno tre, se non quattro, senatori democratici hanno votato a favore di Gasparri. I nomi che compaiono nelle ricostruzioni sono Pier Ferdinando Casini, Graziano Delrio, Francesca La Marca e Silvio Franceschelli, con una zona d’ombra rimasta proprio sul voto di quest’ultimo. Domani scrive che l’indicazione di Alfieri era stata comunicata in anticipo; il manifesto aggiunge che il voto favorevole dei dem è stato vissuto all’interno del partito come un vero strappo politico.

Da quel momento la vicenda si è trasformata in una resa dei conti interna. Corriere della Sera ricostruisce che, durante un’assemblea del gruppo Pd al Senato, il capogruppo Francesco Boccia abbia invitato tutti a restare uniti e a non ripetere “errori come quello della votazione in Commissione Esteri”. Subito dopo, il vicecapogruppo Alfredo Bazoli avrebbe provato a sgonfiare il caso, parlando di un misunderstanding e di un errore di comunicazione, sostenendo che non ci fosse stata una vera indicazione vincolante. Ma Alfieri ha respinto questa lettura, rivendicando di aver dato indicazioni chiare e di poterlo dimostrare anche con i messaggi inviati ai colleghi.

È in questo passaggio che entra in scena Filippo Sensi, vicino alla segreteria Schlein. Secondo il Corriere, intervenendo da remoto Sensi avrebbe criticato Alfieri per aver attaccato Bazoli, e questo affondo gli sarebbe poi stato riferito. Da lì la tensione si sarebbe spostata dai canali interni ai banchi dell’Aula di Palazzo Madama, dove i due si sono fronteggiati in pubblico con insulti e toni altissimi. Il Corriere descrive la scena come uno scontro “occhi negli occhi” durato circa due minuti, con Alfieri che apostrofa duramente Sensi e quest’ultimo che lo invita a tornare a sedersi.

Altre testate spingono la descrizione ancora oltre. HuffPost parla apertamente di “insulti, richieste di dimissioni, mani quasi addosso”, raccontando un “breve parapiglia” che avrebbe coinvolto anche Bazoli e richiesto l’intervento mediatore di Boccia. Il Foglio, in un articolo ripreso dai risultati di ricerca, parla di “lite furibonda” tra Alfieri e Sensi; il manifesto conferma comunque l’esistenza di uno scontro interno molto duro esploso proprio sulle “scorie” del voto a favore di Gasparri. Va detto con chiarezza che la formula “quasi rissa” appartiene alle ricostruzioni giornalistiche e non a una conferma ufficiale del Pd; però il fatto politico sostanziale — la spaccatura e lo scontro verbale — è convergente in più fonti.

Il vero problema, però, non è solo il litigio. È quello che il litigio rivela. Perché questa vicenda mette a nudo almeno tre fratture simultanee dentro il Pd. La prima è quella tra chi considera il voto a Gasparri un incidente da chiudere in fretta e chi invece lo vive come una violazione politica grave. La seconda è quella tra le varie anime riformiste, tutt’altro che compatte, come mostra il fatto che Bazoli e Alfieri appartengano a sensibilità diverse pur dentro la stessa area moderata del partito. La terza è quella, più larga, tra il gruppo dirigente parlamentare e la segreteria, con il rischio che ogni incidente finisca per essere letto come un regolamento di conti trasversale più che come una semplice incomprensione procedurale.

In questo senso, il caso Gasparri pesa molto più del nome di Gasparri. Perché avviene in un momento in cui il Pd prova a mostrarsi compatto contro il governo Meloni e invece finisce per esibire in pubblico le proprie tensioni. Il manifesto sottolinea che l’assemblea dei senatori dem doveva servire anche a preparare la risposta parlamentare alla premier, ma è stata travolta dal caso interno. Corriere e HuffPost raccontano che la discussione sul voto in commissione ha finito per oscurare tutto il resto, trasformandosi nel simbolo di un partito che fatica ancora a controllare i propri gruppi parlamentari e a mantenere una linea politica univoca anche su passaggi apparentemente semplici.

C’è poi un ulteriore aspetto politico: Maurizio Gasparri, pur essendo formalmente un avversario, è una figura parlamentare di lungo corso, con relazioni trasversali costruite in decenni di istituzioni. Il voto a suo favore da parte di alcuni senatori Pd è stato letto da varie testate come il prodotto di questa rete di relazioni e di una cultura parlamentare che, in alcuni settori dem, continua a privilegiare il riconoscimento personale e il rapporto d’Aula rispetto alla logica più rigida delle consegne di partito. È proprio questo che ha reso la vicenda ancora più tossica: non un incidente casuale, ma il sintomo di un doppio registro politico che nel Pd continua a convivere male.

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La storia dei sì a Gasparri e dello scontro tra Alfieri e Sensi non è una semplice nota di colore parlamentare. È il ritratto di un partito che, mentre prova a presentarsi come alternativa di governo, continua a fare i conti con linee non rispettate, catene di comando contestate e tensioni personali che diventano immediatamente politiche. Il voto in Commissione Esteri ha aperto un caso; il confronto durissimo di Palazzo Madama lo ha reso visibile a tutti. E quando, dentro il principale partito d’opposizione, una nomina dell’avversario finisce in insulti, accuse e scene da quasi contatto fisico, il problema non è più solo chi abbia votato Gasparri. Il problema diventa la tenuta stessa del Pd nel momento in cui dovrebbe apparire più unito.

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