“Questa la sapevate?”. Andrea Scanzi rilancia sui social un articolo de L’Espresso firmato da Carlo Tecce e trasforma un pezzo di cronaca amministrativa in un vero e proprio caso politico: Atreju – la festa-brand di Giorgia Meloni – non è solo il grande palcoscenico del potere sovranista, ma anche un evento che beneficia di condizioni economiche particolarmente favorevoli per l’occupazione del suolo pubblico.
Tecce ricostruisce numeri, date e metri quadri: l’edizione 2025 di Atreju a Castel Sant’Angelo occupa un’area enorme, per un periodo lunghissimo, con tariffe ribassate grazie a una delibera del Comune di Roma che prevede sconti per gli eventi considerati “ricorrenti”.
Scanzi ci mette il carico politico: la leader che continua a presentarsi come “underdog” – l’outsider che sfida i poteri forti – oggi può permettersi una festa-mostro nel cuore monumentale della Capitale a condizioni di favore. Altro che Davide contro Golia: qui, suggerisce il giornalista, il Golia è lei.
Atreju, da festa dei giovani missini a vetrina del governo
Per capire perché questi numeri contano, bisogna ricordare cos’è diventata Atreju. Nata nel 1998 come piccola festa dei giovani di destra, organizzata allora da un movimento minoritario, oggi è la vetrina politica di un partito che governa il Paese, con una presidente del Consiglio che ne è il volto e l’anima.
L’edizione di quest’anno segna il salto definitivo:
Location strategica: Castel Sant’Angelo, a due passi da San Pietro e da via della Conciliazione, dopo l’“esilio” al Circo Massimo per i lavori dell’anno scorso;
Formato maxi: non più la “tre giorni militante” ma quasi una settimana di dibattiti preceduta e seguita da settimane di allestimenti;
Palcoscenico di sistema: ministri, sottosegretari, leader di opposizione, sindacati, direttori di giornali. Un luogo dove il governo detta l’agenda con la scenografia di un grande festival.
In questo contesto, la festa non è solo evento di partito: è un pezzo di comunicazione istituzionale mascherata da kermesse “popolare”.
I numeri che fanno discutere: metri quadri, giorni, sconti
L’inchiesta di Tecce elenca con precisione la “logistica del potere”:
38 giorni di occupazione del suolo pubblico (dal 14 novembre al 22 dicembre) per montaggio e smontaggio;
6.728 mq di pedane e strutture;
9 giorni di eventi (dal 6 al 14 dicembre);
82 dibattiti, oltre 400 ospiti, due grandi tensostrutture da 1.850 mq complessivi;
padiglione da 450 mq per il ristoro e 25 casette di legno per street food, birre, porchette, dolci.
Per tutto questo, il Municipio I – con il via libera del Campidoglio – concede a Fratelli d’Italia 12.426 mq di superficie pubblica, applicando le tariffe previste per gli eventi “ricorrenti” dalla delibera di Giunta n. 522/2024: in pratica, uno sconto “cliente abituale” rispetto a chi organizza un evento una tantum.
Legalmente è tutto in regola: la norma vale per tutte le manifestazioni che rientrano in quella categoria. Politicamente, però, la fotografia è esplosiva: il partito di governo occupa per oltre un mese uno dei luoghi simbolo di Roma a prezzi di favore, trasformando un bene pubblico in un grande luna park identitario.
L’“underdog” al potere: la narrazione che non torna
Qui entra in gioco Scanzi. Il giornalista utilizza il pezzo de L’Espresso per mettere in crisi una delle narrazioni più care a Meloni: quella della leader che “ce l’ha fatta da sola”, che lotta contro poteri forti, lobby, establishment.
L’immagine che emerge da Castel Sant’Angelo è l’esatto contrario:
non è la piccola festa dei militanti “contro tutti”;
è il grande evento di chi il potere già ce l’ha, con sponsor, media al seguito, passerelle istituzionali e un Comune – guidato da un sindaco di centrosinistra – che, nel quadro delle regole, concede un trattamento economico agevolato.
Per Scanzi, è la prova plastica che l’era dell’underdog è finita: Atreju diventa il simbolo di una destra pienamente integrata nei meccanismi del potere, che tratta la città come quinta scenica permanente del proprio racconto politico.
Spazio pubblico, soldi pubblici: la questione democratica
Il nodo non è solo economico. L’inchiesta solleva implicitamente una domanda più ampia: come si decide la gerarchia delle manifestazioni politiche nello spazio pubblico?
Quando un partito al governo ottiene, per settimane, un’area monumentale centrale:
per i cittadini che vivono e lavorano nella zona significa cantieri, limiti di accesso, spazi sottratti;
per le altre forze politiche e per le associazioni civiche significa competere in condizioni impari, perché nessun’altra iniziativa ha la stessa combinazione di location, durata e tariffe scontate.
Da qui la critica di chi vede nel “super sconto” non solo un favore amministrativo, ma il segnale di una asimmetria di potere: chi governa dispone della città – pur nel rispetto delle carte bollate – con un grado di libertà che agli altri è di fatto precluso.
Atreju come macchina di propaganda permanente
Un altro elemento sottolineato nel dibattito è la funzione di Atreju come propaganda permanente. Per nove giorni, qualsiasi notizia politica passa di lì:
le interviste ai leader avversari diventano “ospitate” in casa Meloni;
i ministri annunciano misure e linee di governo dal palco di un evento di partito;
i talk televisivi aprono con l’ultima frase pronunciata sotto il logo “Sei diventata forte”.
Tecce, nell’inventario di stand e tensostrutture, mostra il rovescio materiale di questa macchina narrativa: panini, birre, gadget, luci, musica.
La politica si fonde con il parco divertimenti, e la festa diventa un grande format cross-mediale, che occupa spazio fisico e spazio simbolico.
Meloni, il Comune di Roma e le responsabilità incrociate
Il dettaglio che fa discutere di più è che il via libera alle condizioni di favore per Atreju arriva da un Comune guidato da Roberto Gualtieri, sindaco del Partito Democratico.
Formalmente, il Campidoglio applica una delibera che vale per tutti gli eventi ricorrenti. Ma politicamente la scelta pesa: mentre il centrosinistra accusa la destra di occupare la Rai, le piazze e i simboli nazionali, una delle sue principali amministrazioni concede, nella sostanza, un assist logistico alla grande festa meloniana.
È proprio questo intreccio – destra al governo nazionale, Atreju a Castel Sant’Angelo, Comune di Roma che concede e sconta – a permettere a Scanzi di parlare di “teatrino” finanziato in parte anche dall’organizzazione della città.
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La “scoperta shock” rilanciata da Scanzi non è solo il dettaglio dello sconto sul suolo pubblico. È, soprattutto, la fotografia di un passaggio politico: Atreju non è più la festa dell’opposizione ribelle, ma la scenografia stabile del partito-Stato.
Nei numeri ricostruiti da Tecce – i 12mila metri quadrati, i 38 giorni di occupazione, le tensostrutture, i maxi stand gastronomici, gli sconti da “cliente abituale” – si vede una destra pienamente insediata nelle istituzioni e capace di piegare a proprio favore regole pensate (in teoria) per tutti.
Meloni può continuare a rivendicare la propria biografia di underdog, ma la realtà che emerge da Castel Sant’Angelo è quella di una leader che gioca da padrona di casa, con una città-palcoscenico a disposizione e una macchina organizzativa che si muove come un treno ad alta velocità.
In questo senso Atreju 2025 diventa una metafora perfetta del potere meloniano: molto più forte di quanto il racconto ufficiale voglia far credere e, proprio per questo, sempre meno “festa del popolo” e sempre più grande convention del nuovo establishment sovranista.



















