Si allarga il fronte politico attorno a Tommaso Cerno e alla sua nuova esperienza in Rai. Nelle ultime ore gli esponenti del Movimento 5 Stelle in Commissione di Vigilanza hanno annunciato un’interrogazione, parlando apertamente di “parentopoli Cerno” dopo le indiscrezioni su incarichi, collaborazioni e legami familiari che ruoterebbero attorno alla trasmissione del giornalista. La polemica nasce da una ricostruzione rilanciata dalla stampa e si concentra su due piani: da una parte la presunta assunzione come social media manager della figlia del marito di Cerno, dall’altra il ruolo di Alessandro Usai, indicato come autore del programma e collegato, secondo varie ricostruzioni giornalistiche, alla famiglia del ministro Alessandro Giuli.
Il M5S usa toni durissimi. Nella nota diffusa oggi, i parlamentari pentastellati sostengono che il quadro emerso sarebbe “agghiacciante” e collegano il caso non solo ai rapporti familiari, ma anche ai costi dell’operazione televisiva. L’affondo politico è netto: secondo i 5 Stelle, la questione non riguarderebbe soltanto l’opportunità delle scelte interne, ma anche l’uso di risorse del servizio pubblico per una trasmissione giudicata troppo costosa e fortemente connotata sul piano politico.
Il nodo della social media manager e la smentita di Viale Mazzini
Il punto più delicato della vicenda riguarda il nome di Giada Balloch, figlia del marito di Cerno. Secondo quanto riportato da La Stampa, attorno alla Rai si sono addensate polemiche per un presunto contratto come social media manager collegato alla trasmissione. Tuttavia, sempre secondo lo stesso quotidiano, Viale Mazzini ha smentito l’esistenza di contratti di collaborazione con lei. È un passaggio centrale, perché allo stato attuale la polemica politica corre più veloce degli accertamenti ufficiali e la versione Rai prova a raffreddare lo scontro, almeno sul versante formale dell’incarico.
Questo non basta però a spegnere il caso. Per il Movimento 5 Stelle il problema resta politico prima ancora che amministrativo: il solo fatto che siano circolati questi nomi, in un contesto già fortemente discusso, basta a far scattare la richiesta di chiarimenti in Commissione di Vigilanza. In sostanza, i pentastellati vogliono capire chi lavora davvero attorno al programma, con quali contratti, con quali criteri e con quali eventuali relazioni personali o familiari.
L’altro nome al centro della bufera: Alessandro Usai
Accanto al tema della social media manager, i 5 Stelle mettono sotto la lente anche Alessandro Usai, che secondo diverse ricostruzioni giornalistiche figura tra gli autori di Cerno sia in Rai sia in altri spazi televisivi. Una testata ha evidenziato che Usai sarebbe il marito di Antonella Giuli, sorella del ministro Giuli. Questo elemento è stato subito trasformato dall’opposizione in un ulteriore tassello di una rete di relazioni considerate troppo vicine al mondo della destra di governo.
Il tema, in questo caso, non è solo anagrafico o familiare. Il sospetto politico che l’opposizione prova a far passare è che attorno a certe produzioni Rai si stia consolidando un sistema di fedeltà, conoscenze e rapporti personali che renderebbe sempre più opaco il confine tra merito, scelta editoriale e vicinanza al potere. È su questo terreno che l’etichetta di “parentopoli” diventa uno slogan efficace: riassume in una parola l’accusa di una Rai piegata a logiche di cerchia.
Il costo del programma e la polemica sugli 800 mila euro
A rendere ancora più esplosiva la vicenda è poi il capitolo economico. Da settimane attorno alla striscia di Cerno circolano cifre molto contestate. Il Fatto Quotidiano ha scritto che la trasmissione costerebbe circa 850 mila euro, pari a circa 11 mila euro a puntata. Anche Usigrai ha criticato pubblicamente il progetto, parlando di una trasmissione molto onerosa per il servizio pubblico. Nella nota odierna del M5S la cifra evocata è di 800 mila euro, usata come clava politica per contestare l’intera operazione.
Su questo fronte, il punto non è solo contabile. Le opposizioni stanno costruendo una narrazione più ampia: da una parte cittadini alle prese con rincari, bollette e carburanti, dall’altra una Rai che investirebbe cifre altissime in un prodotto percepito come vicino alla maggioranza. Per i 5 Stelle, proprio questo contrasto renderebbe il caso ancora più indigesto sul piano politico e simbolico. È da qui che nasce l’immagine del “carrozzone” evocata nella nota diffusa oggi.
Una polemica che viene da lontano
Il caso di oggi non nasce nel vuoto. Già nei mesi scorsi il Movimento 5 Stelle aveva contestato duramente l’approdo di Cerno in Rai, parlando di operazione “imbarazzante” e chiedendo spiegazioni sui costi e sull’opportunità editoriale dell’incarico. A febbraio i pentastellati avevano già sollevato il tema degli 850 mila euro per la striscia quotidiana, mentre nei giorni scorsi anche Usigrai era intervenuta criticando il contenuto e il costo del programma.
La nuova accusa di “parentopoli”, quindi, si innesta su uno scontro già aperto. In altre parole, le polemiche di oggi non riguardano solo una singola collaborazione, ma diventano un nuovo capitolo della guerra politica attorno alla Rai e al suo equilibrio interno. Cerno, per il centrosinistra e per il M5S, è ormai il simbolo di una televisione pubblica percepita come sempre più schierata. Per chi lo difende, invece, è il bersaglio di una campagna politica e ideologica.
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Cosa può succedere adesso
L’annuncio dell’interrogazione in Vigilanza Rai apre ora una fase nuova. Se il dossier dovesse arrivare formalmente in Commissione, il vertice Rai potrebbe essere chiamato a chiarire nel dettaglio contratti, ruoli, costi e modalità di selezione delle figure coinvolte nella trasmissione. Sarà quello il passaggio decisivo per capire se la polemica resterà confinata al piano politico-mediatico oppure se produrrà effetti più concreti.
Per ora, il dato certo è uno: il nome di Tommaso Cerno torna al centro dello scontro parlamentare e mediatico. E questa volta non soltanto per i contenuti della sua trasmissione o per la sua linea editoriale, ma per una questione molto più sensibile nell’opinione pubblica: quella dei rapporti tra potere, incarichi e denaro pubblico. In un clima già rovente sulla governance Rai, l’etichetta di “parentopoli Cerno” rischia di trasformarsi in una delle polemiche più rumorose di queste settimane.

















