Dopo il selfie tra Giorgia Meloni e Gioacchino Amico, la vicenda smette di ruotare solo attorno a una fotografia imbarazzante e si trasforma in un caso politico molto più vasto. Perché dalle dichiarazioni e dalle intercettazioni attribuite al collaboratore di giustizia nell’ambito dell’inchiesta Hydra emergono ora riferimenti anche a esponenti di Forza Italia, della Lega e di Fratelli d’Italia, con un immediato effetto politico: scontro durissimo tra maggioranza e opposizione, bagarre in Senato e una nuova ondata di repliche indignate da parte dei partiti di governo.
Il punto di partenza resta Gioacchino Amico, indicato da ANSA come il presunto referente del clan Senese in Lombardia e diventato collaboratore di giustizia nel maxiprocesso milanese Hydra. Ma adesso il cuore della vicenda non è più soltanto il rapporto simbolico con l’immagine della premier: il caso si allarga perché, secondo quanto riportato da ANSA sulla base delle rivelazioni del Fatto Quotidiano, il pentito avrebbe chiamato in causa anche il deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, il sottosegretario leghista all’Interno Nicola Molteni e le parlamentari di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti e Carmela Bucalo.
I nuovi nomi e la linea della maggioranza: “Fango”, “calunnie”, “mai conosciuto”
La reazione del centrodestra è stata immediata e compatta. Secondo ANSA, chi è intervenuto pubblicamente ha escluso ogni rapporto con Amico: Mulè ha parlato di “fango”, Bucalo di “calunnie”, mentre Molteni ha dichiarato di non avere “mai intrattenuto qualunque tipo di rapporto” con Gioacchino Amico e si è riservato di procedere per vie legali. Anche Il Fatto Quotidiano, nella ricostruzione ripresa dai risultati di ricerca, riferisce che Mulè e Molteni hanno smentito di conoscere il pentito.
Questa linea difensiva ha un obiettivo preciso: evitare che il caso venga letto come la scoperta di una rete politica consolidata attorno ad Amico. La maggioranza prova cioè a ridurre tutto a millanterie, intercettazioni irrilevanti o incontri privi di significato politico. Ma proprio il fatto che i nomi siano ormai usciti dal recinto del solo rapporto con Fratelli d’Italia rende la vicenda più difficile da contenere, perché trasmette l’idea di una capacità relazionale di Amico più ampia e trasversale di quanto inizialmente apparso. Questa è un’inferenza politica, sostenuta però dall’allargamento dei nomi coinvolti nelle ricostruzioni giornalistiche.
Il caso deflagra in Senato
Il passaggio più esplosivo, però, è arrivato a Palazzo Madama. ANSA racconta che lo scontro è scoppiato in Commissione Affari costituzionali, quando il senatore dem Marco Meloni ha chiesto chiarimenti al sottosegretario Molteni sull’articolo del Fatto. Da quel momento il clima è precipitato: il senatore del Pd ha riferito di essere stato bersaglio di “insulti e contumelie varie” da parte di senatori della maggioranza e di avere ricevuto perfino “la minaccia di tirarmi addosso un fascicolo di emendamenti”. Ha aggiunto inoltre che un “insulto irriferibile” gli sarebbe arrivato dallo stesso Molteni.
La maggioranza, però, ha ribaltato la scena. Secondo il presidente della commissione Alberto Balboni di Fratelli d’Italia, sarebbe stato proprio Marco Meloni a pronunciare una frase gravissima, sostenendo che “il governo va a braccetto con i mafiosi”. Una frase che Balboni ha definito scioccante e che, sempre secondo la ricostruzione di ANSA, avrebbe provocato la reazione furiosa dei senatori della maggioranza. Da qui l’accusa della Lega, che ha parlato di parole “infamanti”.
Il senso politico dello scontro è evidente: l’opposizione ha provato a chiedere un chiarimento pubblico su nomi comparsi nelle carte e nei racconti del pentito; la maggioranza ha letto quella richiesta come un attacco diretto alla propria onorabilità e come un tentativo di associare il governo alla mafia. In mezzo, il linguaggio parlamentare è saltato e il confronto si è trasformato in rissa verbale.
La posizione di Mulè e l’intercettazione del 2021
Tra i nomi finiti nella bufera, quello di Giorgio Mulè è uno dei più delicati perché riguarda un esponente di vertice di Forza Italia. La sua replica, riportata da ANSA, è costruita su un punto preciso: esisterebbe un’intercettazione datata 1 marzo 2021 in cui Gioacchino Amico, dopo la nomina di Mulè a sottosegretario alla Difesa, avrebbe detto a un interlocutore di conoscerlo e di aver “parlato” con lui. Mulè, però, sostiene che quel contenuto sia rimasto per cinque anni “nei cassetti della Procura di Milano” proprio perché considerato irrilevante.
La sua difesa, quindi, non nega l’esistenza dell’intercettazione in sé, ma ne ridimensiona drasticamente il peso. In sostanza, la tesi è questa: se davvero ci fosse stato qualcosa di rilevante, la magistratura avrebbe già agito. È una linea razionale sul piano difensivo, ma che non elimina del tutto il problema politico, perché il fatto che il nome di Mulè compaia comunque dentro il racconto del pentito contribuisce a tenere vivo il caso e ad allargare l’area dell’imbarazzo nel centrodestra. Questa seconda parte è una valutazione politica.
L’incontro romano del 2019 e i nomi di Frassinetti e Bucalo
Uno dei passaggi più rilevanti dell’articolo ANSA riguarda poi gli atti del processo milanese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, viene documentato un incontro a Roma del 20 maggio di sei anni fa in un ristorante, al quale avrebbero partecipato Gioacchino Amico, le parlamentari di FdI Carmela Bucalo e Paola Frassinetti, oltre a due collaboratrici. ANSA precisa che nessuna di loro è indagata. Sempre secondo gli investigatori citati dall’agenzia, sarebbero stati intercettati contatti telefonici e documentati alcuni incontri ritenuti funzionali “a creare un rapporto di collaborazione nei vari settori d’interesse”.
Questo è probabilmente il passaggio che più fa salire la temperatura politica, perché non si limita a riferire una frase o una millanteria del pentito, ma richiama attività investigative che parlano di incontri e contatti effettivamente tracciati. Va però chiarito con precisione che ANSA non attribuisce a questi elementi un significato penale definito per le parlamentari citate, e anzi specifica che non risultano indagate. Resta però il peso politico di un quadro che continua a moltiplicare contatti, fotografie, nomi e relazioni attorno alla figura di Amico.
Il filone Delmastro e la società Le 5 Forchette
Nel pezzo ANSA compare anche un altro filone, che tocca indirettamente l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. L’agenzia riferisce che i pm di Roma hanno acceso i riflettori sulla società Le 5 Forchette, di cui Delmastro ha detenuto una quota. Nello stesso quadro, ANSA riporta che la moglie di Mauro Caroccia, indagato insieme alla figlia per riciclaggio e intestazione fittizia di beni, avrebbe detto agli inquirenti che “per noi Delmastro è stata come una manna dal cielo”, perché li avrebbe aiutati a uscire da una grave situazione economica.
Anche qui serve la massima cautela. Il richiamo di Delmastro entra nel racconto come elemento di contesto investigativo e non come prova di responsabilità personale già accertata. Ma il suo inserimento nella stessa cornice narrativa rafforza l’impressione di una vicenda che, giorno dopo giorno, non si restringe ma si allarga, toccando pezzi sempre più ampi del centrodestra.
Perché il caso ora diventa ancora più politico
La novità vera, a questo punto, è che il caso Amico non può più essere trattato soltanto come un problema mediatico legato alla foto con Meloni o a un servizio di Report. Con l’ingresso dei nomi di Mulè, Molteni, Frassinetti, Bucalo e Delmastro, il terreno cambia completamente. Il rischio politico per la maggioranza non è solo l’imbarazzo, ma la sensazione crescente che attorno a questa figura si stia scoprendo una rete di relazioni più larga, che costringe ogni partito della coalizione a difendersi. È una valutazione politica, ma poggia sul fatto che ormai siano coinvolti esponenti di FdI, Lega e FI.
Il centrosinistra lo ha capito subito e infatti, secondo ANSA, il Pd ha chiesto chiarimenti espliciti, mentre il centrodestra ha risposto con accuse di fango e delegittimazione. Il risultato è che la questione si è spostata dal piano della cronaca giudiziaria a quello della battaglia parlamentare, dove conta meno ciò che è già stato dimostrato in via definitiva e molto di più ciò che può logorare l’avversario sul piano dell’immagine pubblica.
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La tensione era salita rapidamente, nel giro di poche ore. Prima le indiscrezioni, poi le ricostruzioni sui malumori interni, infine
L’articolo ANSA fotografa un passaggio delicatissimo: dalle polemiche sul selfie tra Meloni e Gioacchino Amico si è ormai passati a uno scontro politico pieno, con nuovi nomi che emergono dalle parole e dalle intercettazioni del pentito, repliche furiose dei diretti interessati e una bagarre durissima in Senato. Mulè e Molteni negano ogni rapporto, Frassinetti e Bucalo respingono le accuse, la maggioranza parla di fango, il Pd chiede chiarimenti. Ma il punto è che il caso non si spegne. Al contrario, si allarga. E quando una vicenda comincia a toccare, nello stesso tempo, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, smette di essere un incidente isolato e diventa un problema politico vero per l’intero centrodestra.

















