Il procuratore interviene nel dibattito sulla grazia
Nicola Gratteri entra nel caso Mario Roggero e richiama politica e opinione pubblica al rispetto delle sentenze. Intervistato dall’Adnkronos a margine della rassegna Ponza d’Autore, il procuratore capo di Napoli ha sostenuto che non si dovrebbe parlare di grazia prima che il condannato abbia iniziato un percorso in carcere, durante il quale possano essere valutati il comportamento, il cambiamento personale e l’eventuale ravvedimento.
Secondo Gratteri, dopo una sentenza definitiva della Corte di Cassazione e davanti a immagini che documentano la dinamica dei fatti, il confronto non può trasformarsi in un nuovo processo celebrato nei programmi televisivi, sui giornali o attraverso le dichiarazioni dei partiti. Il magistrato considera le polemiche nate intorno alla vicenda prevalentemente politiche e invita ad accettare le regole e le decisioni assunte nei tre gradi di giudizio.
La sua posizione non equivale a sostenere che la legge imponga necessariamente un periodo minimo di detenzione prima della grazia. Si tratta piuttosto di una valutazione sul modo in cui dovrebbe essere esaminata una richiesta di clemenza: per Gratteri, il ravvedimento non può essere semplicemente dichiarato, ma dovrebbe emergere da un percorso concreto e dalle relazioni degli educatori e degli operatori penitenziari.
La rapina del 28 aprile 2021
La vicenda risale al 28 aprile 2021. Intorno alle 18.45 tre uomini entrarono nella gioielleria di Mario Roggero a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. I rapinatori, con il volto coperto, minacciarono il commerciante, sua moglie e sua figlia utilizzando coltelli e pistole che successivamente si rivelarono armi giocattolo.
La rapina fu comunque violenta e generò una situazione di forte paura. I malviventi costrinsero Roggero ad aprire la cassaforte, si impossessarono dei preziosi e uscirono dal retro del negozio, dirigendosi verso l’automobile parcheggiata a poca distanza.
A quel punto Roggero recuperò il revolver custodito sotto il registratore di cassa, uscì dalla gioielleria e raggiunse i tre uomini. Sparò diversi colpi in direzione dell’automobile e dei rapinatori: Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino morirono, mentre Alessandro Modica rimase ferito a una gamba e riuscì ad allontanarsi. Le telecamere di sorveglianza registrarono l’intera sequenza, diventata successivamente una prova centrale nei processi.
Il punto decisivo: il pericolo era ancora attuale?
Il tema centrale del procedimento non è mai stato la gravità della rapina subita da Roggero né il diritto del commerciante a difendere se stesso e la propria famiglia all’interno del negozio. La questione affrontata dai giudici è stata un’altra: quando il gioielliere sparò, esisteva ancora un pericolo concreto e immediato?
La risposta dei giudici, confermata nei diversi gradi di giudizio, è stata negativa. Quando Roggero uscì armato, i rapinatori avevano già lasciato il locale e stavano tentando di salire sull’automobile per fuggire. Secondo la Corte d’assise d’appello, né il gioielliere né i suoi familiari erano più esposti a un’aggressione attuale.
Perché possa essere riconosciuta la legittima difesa, infatti, la reazione deve essere necessaria a respingere un pericolo ancora presente. Non può essere anticipata rispetto all’aggressione, ma neppure avvenire quando l’attacco è terminato. I giudici hanno quindi escluso sia la legittima difesa sia l’eccesso colposo, ritenendo che la reazione fosse avvenuta dopo la conclusione della rapina.
La difesa di Roggero ha sempre sostenuto una lettura diversa. Il commerciante ha dichiarato di aver agito nella convinzione che i rapinatori potessero tornare indietro, colpire i suoi familiari o utilizzare le armi che, in quei momenti, non sapeva fossero finte. Ha inoltre richiamato il grave trauma provocato da una precedente rapina subita nel 2015.
La Corte ha riconosciuto l’esistenza di un disturbo post-traumatico da stress, ma non lo ha considerato sufficiente a eliminare la responsabilità penale. Nelle motivazioni è stato richiamato anche un episodio del 2005, concluso con un patteggiamento per minacce aggravate dall’uso di un’arma, utilizzato dai giudici per valutare la tendenza dell’imputato a reagire impulsivamente in situazioni da lui percepite come minacciose.
Dalla condanna di primo grado alla Cassazione
Il processo di primo grado, celebrato davanti alla Corte d’assise di Asti, si concluse con una condanna a 17 anni di reclusione. In appello, la pena fu ridotta a 14 anni e 9 mesi.
Il 15 luglio 2026 la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della difesa e confermato definitivamente la condanna. Per i giudici, Roggero non sparò mentre la rapina era ancora in corso, ma inseguì i tre uomini quando il pericolo era ormai cessato.
La decisione della Suprema Corte ha reso esecutiva la pena. La Procura di Asti ha successivamente emesso l’ordine di carcerazione e il gioielliere, oggi settantaduenne, si è costituito nel carcere di Bollate.
La condanna comprende anche il pagamento di provvisionali immediatamente esecutive in favore delle parti civili. Secondo gli ultimi dati riportati dall’Ansa, la cifra complessiva ammonta a 480mila euro come anticipo rispetto al risarcimento definitivo, che potrà essere quantificato in sede civile.
La richiesta di grazia e l’intervento della politica
Subito dopo la pronuncia della Cassazione, il caso è uscito dalle aule giudiziarie ed è diventato uno dei principali argomenti dello scontro politico.
Matteo Salvini ha chiesto pubblicamente un intervento del presidente della Repubblica e ha incontrato Roggero nel carcere di Bollate. La Lega ha trasformato la vicenda in una battaglia sulla legittima difesa e sulla proporzionalità delle pene, sostenendo che il gioielliere non dovrebbe trascorrere in carcere una parte rilevante della propria vita.
Anche Giorgia Meloni ha giudicato sproporzionata la pena, contestando soprattutto il principio per cui chi reagisce a un reato possa essere obbligato a risarcire gli aggressori o i loro familiari. La presidente del Consiglio ha collegato il caso alla nuova proposta del governo sui risarcimenti, che tuttavia non sarebbe applicabile retroattivamente alla vicenda Roggero.
La moglie del gioielliere, Mariangela Sandrone, ha formalmente presentato la domanda di grazia, chiedendo al capo dello Stato di valutare l’età del marito, i traumi subiti e la sua presunta non pericolosità sociale. La famiglia sostiene che Roggero non sia un “giustiziere”, ma un uomo che avrebbe reagito in uno stato di paura dopo aver visto minacciate la moglie e la figlia.
Il caso Nordio e il richiamo del Quirinale
La gestione della richiesta ha prodotto anche un momento di tensione istituzionale. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva inizialmente annunciato l’avvio di un’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia. Successivamente il ministero ha precisato che non era ancora stato compiuto alcun atto formale.
La correzione è arrivata dopo le interlocuzioni con il Quirinale, che ha ricordato come il potere di concedere la grazia appartenga al presidente della Repubblica. Il ministro della Giustizia svolge un’attività istruttoria, raccoglie la documentazione e trasmette le valutazioni, ma la decisione finale spetta al capo dello Stato.
L’articolo 87 della Costituzione attribuisce espressamente al presidente della Repubblica la possibilità di concedere la grazia o commutare le pene. La domanda può essere presentata dal condannato, da un familiare, dal convivente, dal tutore o da un avvocato ed è indirizzata al presidente attraverso il ministero della Giustizia.
La Corte costituzionale, con la sentenza numero 200 del 2006, ha chiarito che si tratta di un potere sostanzialmente presidenziale, destinato a rispondere a eccezionali esigenze umanitarie. La grazia può ridurre o estinguere la pena, ma non cancella la sentenza né trasforma una condanna definitiva in un’assoluzione.
Il ragionamento di Gratteri sul ravvedimento
È in questo contesto che si inserisce la posizione di Nicola Gratteri. Il procuratore non esclude in assoluto la possibilità di un provvedimento di clemenza, ma contesta la richiesta immediata e fortemente politicizzata.
A suo giudizio, prima di discutere seriamente di grazia dovrebbe essere possibile valutare il comportamento del detenuto, il rapporto con il reato commesso e l’eventuale maturazione di un autentico ravvedimento. Questo lavoro, ha spiegato, compete agli educatori e agli operatori che seguono quotidianamente il condannato all’interno dell’istituto penitenziario.
Il punto sollevato da Gratteri riguarda anche la funzione costituzionale della pena, che non deve avere soltanto un carattere punitivo, ma deve tendere alla rieducazione. Una grazia concessa immediatamente sotto la pressione della politica e dell’opinione pubblica rischierebbe, secondo il suo ragionamento, di anticipare una valutazione che dovrebbe fondarsi su elementi concreti e non sulle simpatie suscitate dal caso.
Il rischio del “processo televisivo”
Gratteri ha poi rivolto una critica netta alla trasformazione delle vicende giudiziarie in scontri mediatici. Le immagini della rapina hanno avuto una diffusione enorme e hanno diviso il pubblico tra chi considera Roggero una vittima abbandonata dallo Stato e chi ritiene che la sua reazione abbia superato il limite della difesa.
Per il procuratore, però, la popolarità di una tesi non può sostituire l’accertamento processuale. I video sono stati analizzati durante i processi, insieme alle testimonianze, alle consulenze e agli altri elementi di prova. Tre gradi di giudizio hanno stabilito che gli spari furono esplosi quando il pericolo non era più attuale.
Il messaggio di Gratteri è quindi rivolto soprattutto alla politica: discutere della proporzionalità della pena o chiedere una modifica delle leggi è legittimo, ma non significa poter cancellare attraverso una campagna mediatica il contenuto di una sentenza definitiva.
Le critiche alle riforme della giustizia
Durante l’intervento a Ponza d’Autore, Gratteri ha affrontato anche il tema più generale delle riforme della giustizia approvate negli ultimi anni.
Secondo il procuratore, il governo avrebbe dovuto concentrarsi maggiormente sul codice di procedura penale e sulla riduzione della durata dei processi. Ha invece accusato le riforme approvate di avere rallentato l’acquisizione delle prove e reso più complesso il lavoro investigativo.
Gratteri ha sostenuto che, all’interno della maggioranza, la materia della giustizia sia stata politicamente affidata a Forza Italia, il partito che fin dall’inizio aveva manifestato con maggiore chiarezza la propria volontà di modificare la legislazione penale e processuale. Si tratta di una valutazione politica espressa dal magistrato, che ha riconosciuto come elemento positivo la nuova normativa contro gli hacker e la possibilità di utilizzarli come collaboratori di giustizia.
Per Gratteri, il problema principale resta il tempo necessario per arrivare a una decisione definitiva. Un cittadino non dovrebbe attendere sette anni per ottenere una sentenza, ma poter ricevere una risposta giudiziaria nell’arco di un anno o un anno e mezzo.
L’allarme sulle mafie che non hanno più bisogno di sparare
L’intervista ha affrontato infine il tema della criminalità organizzata, alla vigilia dell’anniversario della strage di via D’Amelio, nella quale furono assassinati Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.
Secondo Gratteri, nella società italiana si sta diffondendo una pericolosa assuefazione: poiché le mafie non compiono più stragi con la stessa frequenza del passato, molti cittadini pensano che il fenomeno sia scomparso o fortemente ridimensionato.
La realtà, secondo il procuratore, è opposta. Le organizzazioni criminali hanno cambiato metodo e spesso non hanno più bisogno di uccidere, perché dispongono di enormi quantità di denaro proveniente soprattutto dal traffico internazionale di cocaina. Attraverso queste risorse possono corrompere, infiltrare l’economia legale e costruire relazioni con pezzi delle istituzioni e del mondo imprenditoriale.
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Il caso Roggero contiene due verità che possono coesistere. La prima è che il gioielliere e la sua famiglia subirono una rapina grave, violenta e traumatica. La seconda è che i giudici hanno stabilito che la reazione armata avvenne quando i rapinatori erano ormai in fuga e il pericolo immediato era cessato.
La grazia può intervenire per ragioni umanitarie e mitigare gli effetti di una pena considerata eccessivamente dura rispetto alle condizioni personali del condannato. Non può però trasformarsi in un quarto grado di giudizio né servire a dichiarare ingiusta una sentenza soltanto perché una parte dell’opinione pubblica non la condivide.
È questo il cuore dell’intervento di Gratteri: la politica può cambiare le leggi, il Parlamento può discutere la disciplina della legittima difesa e il presidente della Repubblica può valutare una domanda di clemenza. Ma nessuno di questi passaggi dovrebbe essere guidato dalla pressione televisiva, dalla ricerca del consenso o dalla rappresentazione semplicistica di una vicenda che i processi hanno ricostruito in modo molto più complesso.
La decisione spetterà a Sergio Mattarella, dopo un’istruttoria completa e nel rispetto delle prerogative costituzionali. Fino ad allora, il caso Roggero resterà il simbolo di un confine difficile ma essenziale: quello che separa il diritto di difendersi dalla reazione compiuta quando il pericolo non esiste più.
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