Ceuta, l’esperto rivela tutto: “Oraganizzato tutto contro la Spagna e Sanchez” Ecco chi e perché…

Dietro l’arrivo improvviso di migliaia di migranti a Ceuta potrebbe non esserci stato un movimento spontaneo. A sostenere questa ricostruzione è Pierre Vermeren, docente di Storia contemporanea alla Sorbona ed esperto di Marocco, intervistato da la Repubblica sulla nuova e gravissima crisi esplosa nell’enclave spagnola situata sulla costa nordafricana.

Secondo lo storico francese, l’afflusso non sarebbe stato semplicemente il risultato della disperazione di migliaia di giovani marocchini. La contemporanea sospensione dei controlli, l’organizzazione degli spostamenti e la rapidità con cui la frontiera è stata raggiunta farebbero pensare a un’operazione coordinata, utilizzata da Rabat per inviare un messaggio politico molto preciso a Madrid.

Una ricostruzione pesante, che apre interrogativi sul ruolo delle autorità marocchine e sulle reali motivazioni della crisi.

«Quei giovani non sono arrivati da soli»

Il primo elemento evidenziato da Vermeren riguarda l’organizzazione materiale degli spostamenti.

Ceuta non si trova vicino ai principali centri urbani marocchini. La città è separata dalle aree più popolose da distanze considerevoli e non è facilmente raggiungibile da decine di migliaia di persone in poche ore senza una rete logistica.

Secondo l’esperto, quei giovani sarebbero arrivati a bordo di camion e automobili provenienti dalle città più vicine. La rapidità e la concentrazione degli arrivi renderebbero quindi poco credibile l’ipotesi di una mobilitazione totalmente spontanea.

«Quei giovani disperati non hanno potuto arrivare da soli», è il senso della sua ricostruzione. Non si sarebbe trattato solamente di persone che, individualmente, avevano deciso di mettersi in cammino verso il confine, ma di un flusso favorito da condizioni eccezionali.

L’improvvisa scomparsa dei controlli

Il passaggio decisivo sarebbe stato rappresentato dalla sospensione dei controlli marocchini lungo la frontiera.

Normalmente il confine che separa il Marocco da Ceuta è sottoposto a una sorveglianza molto rigida. La polizia controlla gli accessi e impedisce attraversamenti di massa. In occasione della crisi, però, questo dispositivo sarebbe improvvisamente venuto meno.

Per Vermeren, proprio l’assenza delle forze di sicurezza rappresenterebbe uno degli indizi più importanti.

Non esisterebbero prove definitive e pubblicamente verificabili di un ordine impartito direttamente dalle più alte autorità marocchine. Lo storico ritiene tuttavia «molto probabile» che la sospensione dei controlli sia stata una scelta consapevole e non una semplice coincidenza.

In poche ore, migliaia di persone hanno potuto superare un confine che, in condizioni ordinarie, sarebbe rimasto sostanzialmente chiuso.

Una catena di comando che porta ai vertici

L’esperto sottolinea come la polizia marocchina sia una struttura centralizzata, disciplinata e fortemente gerarchica. Un’operazione di tale portata, sostiene, difficilmente avrebbe potuto svilupparsi senza una decisione proveniente dall’alto.

La domanda più delicata riguarda il possibile coinvolgimento diretto del re Mohammed VI.

Vermeren non presenta prove documentali di un ordine personale del sovrano, ma osserva che una decisione tanto importante avrebbe necessariamente attraversato la catena di comando dello Stato marocchino. E quella catena, per la natura stessa del sistema politico del Paese, termina ai massimi vertici del potere.

La tesi, dunque, non è che esista già una prova inconfutabile di un ordine reale, ma che sarebbe difficile immaginare un’azione di tali dimensioni senza una forma di autorizzazione politica.

L’avvertimento rivolto alla Spagna

Quale sarebbe stato l’obiettivo di una simile operazione?

Secondo Vermeren, Rabat avrebbe voluto lanciare un messaggio d’allerta alla Spagna, riportando al centro del confronto due questioni fondamentali della propria politica estera: il Sahara Occidentale e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla.

Per il Marocco, la posizione spagnola sul Sahara Occidentale continua a essere un tema strategico. Rabat considera quel territorio parte integrante della propria sovranità, mentre il dossier resta oggetto di controversie internazionali e rivendicazioni indipendentiste.

La Spagna, anche per ragioni storiche e politiche, ha mantenuto nel tempo una posizione osservata con estrema attenzione dalle autorità marocchine.

La crisi di Ceuta potrebbe quindi essere stata utilizzata per ricordare a Madrid quanto il Marocco sia in grado di condizionare la gestione della frontiera meridionale europea.

Il dossier del Sahara Occidentale

Il Sahara Occidentale è uno dei punti più sensibili nei rapporti tra Rabat e Madrid.

Il territorio, ex colonia spagnola, è controllato in larga parte dal Marocco, ma il Fronte Polisario continua a rivendicarne l’indipendenza. L’Algeria sostiene la causa saharawi e ospita da anni campi di rifugiati e rappresentanti del movimento indipendentista.

Per Rabat, qualsiasi apertura politica verso il Polisario o verso l’ipotesi di uno Stato saharawi rappresenta una minaccia diretta ai propri interessi nazionali.

In passato, l’accoglienza in Spagna di esponenti del movimento aveva già provocato durissime tensioni diplomatiche. La frontiera migratoria era diventata immediatamente uno degli strumenti attraverso i quali il Marocco poteva esercitare pressione.

Secondo la lettura dell’esperto, anche la nuova crisi deve essere interpretata all’interno di questa lunga contrapposizione.

Ceuta e Melilla, le enclave contestate da Rabat

Accanto al Sahara Occidentale, esiste poi il nodo delle due enclave spagnole in territorio nordafricano.

Ceuta e Melilla appartengono alla Spagna, ma il Marocco ne contesta da tempo la presenza, considerandole un residuo del colonialismo europeo.

Per Madrid si tratta invece di territorio nazionale spagnolo e, di conseguenza, di confine esterno dell’Unione europea.

Questa divergenza rende le due città estremamente vulnerabili alle tensioni diplomatiche tra i due Paesi. La gestione dei migranti, dei commerci transfrontalieri e della sicurezza diventa così parte di una partita politica molto più ampia.

Rabat, secondo Vermeren, avrebbe voluto ricordare alla Spagna che Ceuta e Melilla restano una questione aperta e che la stabilità delle enclave dipende anche dalla collaborazione marocchina.

Una pressione esercitata attraverso i migranti

La parte più controversa della ricostruzione riguarda l’utilizzo di migliaia di persone come strumento di pressione diplomatica.

I giovani arrivati alla frontiera erano in gran parte persone senza lavoro, senza prospettive e desiderose di raggiungere l’Europa. La loro condizione di fragilità sarebbe stata sfruttata all’interno di un confronto tra Stati.

L’apertura momentanea dei controlli avrebbe creato la convinzione che il passaggio verso Ceuta fosse finalmente possibile. Migliaia di ragazzi si sarebbero quindi mossi rapidamente, affrontando il mare, le recinzioni e la reazione delle autorità spagnole.

Il risultato è stato un dramma umanitario, con persone ferite, disperse e respinte, mentre Marocco e Spagna si accusavano reciprocamente.

Chi sono i giovani arrivati a Ceuta

Vermeren richiama l’attenzione anche sulla provenienza dei migranti.

Molti sarebbero arrivati dal Rif, la regione montuosa situata nel nord del Marocco, affacciata sul Mediterraneo. Si tratta di un’area storicamente segnata da povertà, disoccupazione, marginalizzazione e forti tensioni con il potere centrale.

Il Rif ha conosciuto nel corso del Novecento importanti movimenti migratori verso l’Europa. Molti abitanti hanno raggiunto Belgio, Paesi Bassi, Francia, Spagna e Italia, trovando impiego soprattutto nelle fabbriche, nelle miniere e nei lavori meno qualificati.

Oggi, però, le possibilità di emigrazione regolare sono diventate molto più limitate.

Una regione giovane, ma senza prospettive

Nel Rif vivono milioni di persone, ma le opportunità economiche restano insufficienti. La popolazione è giovane e il mercato del lavoro non riesce ad assorbire tutti coloro che cercano un’occupazione.

Questa condizione alimenta un senso di esclusione particolarmente forte.

Dall’Europa arrivano turisti con un tenore di vita molto più elevato, mentre per i giovani marocchini la possibilità di raggiungere legalmente i Paesi europei è quasi inesistente. La vicinanza geografica rende il contrasto ancora più evidente: l’Europa appare a pochi chilometri di distanza, ma resta irraggiungibile.

Ceuta diventa così il simbolo di una frontiera che divide non soltanto due territori, ma anche due condizioni economiche e sociali profondamente differenti.

La crisi non sarebbe stata un semplice incidente

La rivelazione dell’esperto cambia quindi la prospettiva dalla quale osservare gli eventi.

Non si sarebbe trattato soltanto di una crisi migratoria provocata dalla disperazione. Quella disperazione esiste ed è reale, ma sarebbe stata inserita all’interno di una strategia politica.

La contemporanea riduzione dei controlli, l’arrivo organizzato dei giovani e la pressione esercitata sulla Spagna indicherebbero l’esistenza di un disegno più ampio.

Rabat avrebbe mostrato a Madrid e all’Unione europea che, senza la collaborazione marocchina, il confine può diventare ingestibile in pochissimo tempo.

Un messaggio anche per l’Unione europea

L’avvertimento non sarebbe stato rivolto esclusivamente alla Spagna.

Ceuta rappresenta anche una frontiera esterna dell’Unione europea. Consentire a migliaia di persone di attraversarla significa mettere sotto pressione l’intero sistema europeo di gestione dei confini.

Il Marocco svolge da anni un ruolo centrale nel contenimento dei flussi migratori verso l’Europa. In cambio riceve cooperazione economica, sostegno politico e finanziamenti.

La crisi dimostrerebbe quanto questo equilibrio sia fragile. Quando i rapporti diplomatici si deteriorano, la gestione delle migrazioni può trasformarsi rapidamente in un’arma negoziale.

La prudenza necessaria davanti alle accuse

La ricostruzione di Vermeren è molto grave, ma deve essere presentata per ciò che è: l’analisi di uno storico ed esperto del Marocco, fondata sulla dinamica degli eventi e sul funzionamento delle istituzioni marocchine.

Non risultano indicate, nell’intervista, prove definitive che dimostrino un ordine formale impartito direttamente dal re o dal governo di Rabat.

Lo stesso esperto riconosce l’assenza di elementi inconfutabili. La sua conclusione è costruita sulla probabilità politica e operativa: un’azione di tale portata, secondo lui, non sarebbe potuta avvenire senza il coinvolgimento o almeno il consenso delle autorità.

Distinguere tra fatti accertati, valutazioni e ipotesi resta fondamentale, soprattutto davanti a una crisi internazionale così delicata.

Un rapporto sempre più instabile tra Madrid e Rabat

La vicenda conferma quanto siano complessi i rapporti tra Spagna e Marocco.

I due Paesi sono legati da interessi economici, cooperazione antiterrorismo, controllo dei confini e gestione dei flussi migratori. Allo stesso tempo, restano divisi sul Sahara Occidentale, sulla sovranità di Ceuta e Melilla e sull’influenza politica nel Mediterraneo occidentale.

Ogni crisi rischia quindi di avere conseguenze immediate sulla frontiera.

La pressione migratoria diventa il punto nel quale diplomazia, sicurezza, interessi territoriali e disperazione sociale si incontrano, producendo immagini drammatiche e tensioni difficili da controllare.

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La rivelazione che scuote il racconto ufficiale

Le parole dell’esperto introducono una lettura molto diversa da quella di un’ondata improvvisa e imprevedibile.

Se la ricostruzione fosse confermata, l’arrivo dei migranti sarebbe stato favorito per ottenere un risultato politico: mettere la Spagna sotto pressione, riaprire il confronto su Ceuta e Melilla e ricordare a Madrid il peso del Marocco nella gestione della sicurezza europea.

Dietro le immagini di migliaia di ragazzi ammassati alla frontiera emergerebbe quindi una strategia diplomatica spietata, costruita sulla vulnerabilità di persone che cercano un futuro migliore.

La vera rivelazione non riguarda soltanto chi avrebbe aperto il confine, ma il modo in cui la migrazione può essere trasformata in uno strumento di potere. E mentre Rabat e Madrid si confrontano sui grandi dossier geopolitici, a pagare il prezzo più alto restano ancora una volta i giovani senza lavoro e senza prospettive, sospesi tra il Marocco e un’Europa che vedono vicina, ma che continua a rimanere fuori dalla loro portata.

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