Chat Delmastro – Ora la procura porta il caso in Consulta – Arrivano i guai? Ecco che accade

Nuovo e delicato capitolo nel caso delle comunicazioni che coinvolgono Andrea Delmastro, esponente di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia. La Procura di Roma ha deciso di rivolgersi alla Corte costituzionale dopo che la Camera dei deputati, lo scorso 5 agosto, ha negato l’autorizzazione all’acquisizione di alcune chat ritenute rilevanti dagli inquirenti nell’ambito dell’indagine legata al ristorante “Bisteccheria d’Italia”.

Secondo quanto riferisce ANSA, nei prossimi giorni la Procura solleverà formalmente un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Consulta. L’obiettivo dei pubblici ministeri è ottenere l’annullamento della decisione assunta da Montecitorio e poter così utilizzare nel procedimento le comunicazioni presenti sul telefono di Mauro Caroccia, indagato per riciclaggio e intestazione fittizia di beni.

La vicenda assume un peso politico e istituzionale considerevole perché porta direttamente davanti alla Corte costituzionale lo scontro tra le esigenze dell’autorità giudiziaria e le prerogative riconosciute al Parlamento.

La Procura di Roma non si arrende dopo il no della Camera

La decisione dei magistrati arriva a poco più di un mese dal voto con cui la Camera aveva impedito l’acquisizione delle comunicazioni.

Il 5 agosto Montecitorio aveva infatti votato contro la possibilità di mettere a disposizione degli inquirenti le chat intercorse tra Caroccia e Delmastro.

Ora la Procura sceglie di contestare formalmente quella decisione davanti al giudice delle leggi.

Non si tratta quindi di una nuova richiesta politica indirizzata alla Camera, ma di un passaggio giudiziario di livello costituzionale: saranno i giudici della Consulta, se il conflitto verrà dichiarato ammissibile, a dover affrontare la controversia.

Al centro del caso le chat trovate sul telefono di Mauro Caroccia

Le comunicazioni al centro della vicenda non provengono direttamente dal telefono di Delmastro, ma da quello di Mauro Caroccia.

Caroccia risulta indagato nell’ambito del procedimento relativo al ristorante “Bisteccheria d’Italia” per le ipotesi di riciclaggio e intestazione fittizia di beni.

Sul suo cellulare sarebbero state individuate comunicazioni intercorse con Andrea Delmastro.

È proprio sull’acquisizione di questo materiale che si è aperto il contenzioso istituzionale.

È importante precisare che la presenza di comunicazioni con una persona indagata non dimostra di per sé alcuna responsabilità penale dell’interlocutore. La questione oggi riguarda innanzitutto la possibilità per la Procura di acquisire e utilizzare quelle conversazioni nell’ambito dell’inchiesta.

Il collegamento con la “Bisteccheria d’Italia”

L’indagine ruota attorno al ristorante “Bisteccheria d’Italia”.

Secondo quanto riportato da ANSA, Delmastro in passato ha detenuto quote azionarie del locale. È questo uno degli elementi che rende le conversazioni individuate dagli investigatori di interesse per il procedimento.

La Procura vuole poter esaminare e utilizzare quelle comunicazioni, mentre il voto della Camera del 5 agosto ha impedito fino a questo momento l’acquisizione richiesta.

La controversia non riguarda quindi, almeno in questa fase, un giudizio sul contenuto delle chat, ma la possibilità stessa per l’autorità giudiziaria di accedervi nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.

I pm della Dda scelgono la strada del conflitto di attribuzione

A muoversi sono i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Roma, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi.

La strada individuata è quella del conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.

Si tratta di uno strumento previsto dall’ordinamento proprio per risolvere controversie nelle quali differenti poteri dello Stato ritengono che un altro potere abbia invaso o limitato una propria sfera di competenza costituzionalmente garantita.

In questo caso la Procura contesta gli effetti della decisione parlamentare che ha impedito l’acquisizione delle comunicazioni.

L’obiettivo: annullare il voto del 5 agosto

Il risultato a cui puntano i magistrati è molto preciso: ottenere dalla Corte costituzionale l’annullamento della decisione assunta dalla Camera il 5 agosto.

Se la Consulta dovesse accogliere il conflitto nel merito, si aprirebbe la strada a un nuovo scenario sull’utilizzabilità delle comunicazioni.

Prima di arrivare a quel punto, però, il procedimento costituzionale dovrà seguire il proprio iter. La Corte dovrà innanzitutto esaminare il ricorso e verificare i presupposti giuridici del conflitto.

Per questo sarebbe prematuro considerare già superato il voto della Camera: al momento quella decisione resta il punto da cui nasce il ricorso della Procura.

Perché il caso delle chat è diventato politico

La vicenda aveva provocato uno scontro molto acceso già durante il passaggio parlamentare.

Il Movimento 5 Stelle aveva protestato duramente contro la decisione di impedire l’acquisizione delle comunicazioni, arrivando a manifestare in Aula con striscioni.

Per il M5S il voto rappresentava un ostacolo ingiustificato all’attività della magistratura. La maggioranza, al contrario, aveva sostenuto le ragioni alla base della tutela riconosciuta alle comunicazioni parlamentari.

Ora il ricorso alla Consulta sposta il confronto su un piano differente: non saranno maggioranza e opposizione a stabilire chi abbia ragione sulla questione costituzionale, ma la Corte costituzionale.

Lo scontro riguarda le prerogative parlamentari

Il cuore giuridico della vicenda è particolarmente delicato perché riguarda la tutela delle comunicazioni dei parlamentari.

L’articolo 68 della Costituzione prevede specifiche garanzie per i membri del Parlamento. L’acquisizione di determinate comunicazioni può quindi richiedere il coinvolgimento della Camera di appartenenza.

Il punto controverso diventa ancora più complesso quando le conversazioni vengono trovate sul dispositivo di un soggetto terzo.

È proprio intorno al confine tra prerogative parlamentari e poteri investigativi della magistratura che si sviluppa il conflitto.

La Consulta sarà chiamata, se entrerà nel merito, a stabilire se il Parlamento abbia esercitato correttamente le proprie attribuzioni o se abbia oltrepassato i limiti delle proprie prerogative interferendo con l’attività giudiziaria.

Il M5S aveva protestato con gli striscioni alla Camera

Il caso aveva già prodotto immagini politicamente molto forti.

Durante la discussione parlamentare, i deputati del Movimento 5 Stelle avevano mostrato degli striscioni di protesta proprio contro la scelta di negare l’acquisizione delle chat.

Per i pentastellati, la questione riguardava un principio fondamentale: la politica non dovrebbe impedire alla magistratura di acquisire elementi che gli inquirenti ritengono utili a un’indagine.

La maggioranza aveva una posizione opposta e il voto del 5 agosto aveva chiuso, almeno temporaneamente, la questione in favore della tutela parlamentare.

Adesso quella decisione viene rimessa in discussione attraverso un canale completamente diverso.

Da scontro politico a scontro istituzionale

È questo probabilmente l’aspetto più significativo della notizia.

Fino a ieri la vicenda poteva essere raccontata soprattutto come un duro confronto tra maggioranza e opposizioni.

Con la decisione della Procura di Roma di rivolgersi alla Corte costituzionale, il caso assume invece la forma di un vero conflitto tra poteri dello Stato.

Da una parte c’è l’autorità giudiziaria, che ritiene necessario acquisire determinate comunicazioni nell’ambito di un procedimento penale.

Dall’altra c’è la Camera dei deputati, che ha esercitato le proprie prerogative negando l’autorizzazione.

In mezzo c’è la Corte costituzionale, chiamata a stabilire quale sia il corretto equilibrio tra queste due esigenze.

Il ruolo di Delmastro e la necessità di distinguere le responsabilità

La rilevanza politica del nome di Andrea Delmastro rende inevitabilmente molto alta l’attenzione sul caso.

Proprio per questo è necessario distinguere con precisione i diversi piani.

Il procedimento citato da ANSA vede Mauro Caroccia indagato per riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Il fatto che sul suo telefono siano state trovate conversazioni con Delmastro e che la Procura voglia acquisirle non consente, da solo, di attribuire responsabilità penali all’ex sottosegretario.

Il conflitto davanti alla Consulta riguarda invece una questione diversa e preliminare: se quelle comunicazioni possano essere acquisite dalla magistratura nonostante il voto contrario della Camera.

Solo l’eventuale disponibilità e valutazione del materiale potrà avere conseguenze investigative che, allo stato, non possono essere anticipate.

Una decisione della Consulta potrebbe avere effetti oltre il singolo caso

Il procedimento potrebbe assumere un significato che supera la vicenda Delmastro.

Una pronuncia della Corte costituzionale sui limiti entro cui il Parlamento può impedire l’acquisizione di comunicazioni trovate sul dispositivo di un soggetto terzo potrebbe infatti diventare un riferimento importante per casi futuri.

È uno dei motivi per cui il passaggio annunciato dalla Procura di Roma è istituzionalmente rilevante.

Non è soltanto in gioco il destino di alcune chat, ma l’interpretazione del confine tra tutela dell’attività parlamentare e autonomia investigativa della magistratura.

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Ora la parola passa alla Corte costituzionale

La vicenda che sembrava essersi chiusa con il voto del 5 agosto si riapre dunque completamente.

La Procura di Roma ha scelto di non considerare definitiva la decisione della Camera e si prepara a sollevare formalmente il conflitto di attribuzione.

I magistrati della Dda, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi, vogliono ottenere l’annullamento del no pronunciato da Montecitorio e poter acquisire le comunicazioni individuate sul telefono di Mauro Caroccia.

Dopo settimane di scontro politico, il caso delle chat di Delmastro arriva così davanti al massimo arbitro dei conflitti costituzionali. Sarà la Consulta a dover stabilire se il voto della Camera abbia correttamente tutelato le prerogative parlamentari oppure se abbia illegittimamente impedito alla Procura di Roma di svolgere un passaggio ritenuto necessario per la propria indagine.

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