Chiude Report? Arriva l’annuncio shock di Ranucci: “Stanno preparando…” – ULTIM’ORA

Non è più solo un braccio di ferro interno, né una polemica episodica. Nell’intervento pubblico tenuto durante un incontro della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Sigfrido Ranucci mette in fila una serie di elementi che, a suo giudizio, compongono un disegno preciso: creare le condizioni operative e organizzative per indebolire Report fino a renderlo irriconoscibile — o facilmente sacrificabile — senza pagare il prezzo politico di una chiusura esplicita.

Il contesto è la presentazione di Press Report Unici 2026, appuntamento dal titolo “Chi ha paura del giornalismo investigativo”, dove il conduttore e volto simbolo del programma d’inchiesta ha parlato apertamente di ciò che definisce una pressione crescente dentro l’azienda: “Si stanno creando i presupposti per far fuori Report”, ha detto, collegando la sua denuncia a scelte che incidono su personale, competenze, continuità editoriale e autonomia operativa.

“Vogliono trasformarlo in un programma per consumatori”

Il passaggio chiave non è solo la paura di un taglio, ma la trasformazione della missione. Ranucci sostiene che l’obiettivo non sia necessariamente spegnere l’inchiesta con un atto netto, bensì snaturarla: ridurre il peso del giornalismo investigativo, depotenziare l’identità del programma e spostarlo su un terreno più “neutro”, meno conflittuale, più digeribile.

L’immagine usata è chiara: da programma d’inchiesta a format “per consumatori”. Un cambiamento che, tradotto, significa minor capacità di incidere sul potere, meno spazio per lavori lunghi e complessi, più attenzione a temi “di servizio” che non mettono in crisi rapporti e equilibri.

L’elenco delle criticità: pensionamenti, contratti, regia e ricambio del personale

Nella sua ricostruzione, la vulnerabilità di Report non nasce da un singolo provvedimento, ma da una somma di “svuotamenti” che colpiscono il cuore produttivo della trasmissione.

Ranucci parla di:

persone “costrette alla pensione” in tempi ravvicinati;

una perdita stimata di 10-12 figure su cui la redazione avrebbe investito per anni in termini di competenze e specializzazione;

l’uscita del regista a giugno, che rappresenta un punto delicato perché la regia – in un’inchiesta televisiva – non è solo tecnica: è ritmo narrativo, linguaggio, stile, affidabilità del racconto;

il rinnovo dei contratti dei freelance, nodo decisivo perché spesso una parte rilevante delle inchieste nasce da collaborazioni esterne, fissate su professionalità specifiche.

In questo quadro, Ranucci aggiunge un elemento che presenta come ulteriore segnale: l’attesa dei risultati di quello che definisce un “concorso-farsa”. L’espressione è pesante e volutamente politica: il punto, nella sua lettura, è il rischio di una sostituzione del know-how con un ricambio che non garantisce continuità, indipendenza e capacità d’inchiesta.

“Potrebbero proporre la pensione anche a me”

Il passaggio personale non è un dettaglio, perché il conduttore dice esplicitamente che tra il 2026 e il 2027 potrebbe essere spinto verso la pensione. È una frase che, nell’arena pubblica, suona come avvertimento: non si tratta solo della squadra, ma anche della figura che tiene insieme il progetto editoriale e il suo peso simbolico nel servizio pubblico.

È anche un modo per spostare la discussione dal “caso Ranucci” al “caso Report”: se l’obiettivo fosse davvero ridimensionare l’inchiesta, la rimozione (o l’uscita) del volto principale diventerebbe l’atto conclusivo di un processo già preparato a monte.

L’intervento di Scavo: “Snaturare è più facile che chiudere”

Accanto a Ranucci, interviene Nello Scavo, che rafforza la linea interpretativa con un punto strategico: chiudere Report sarebbe un gesto clamoroso e scatenerebbe reazioni; cambiarlo dall’interno, invece, è un’operazione “più subdola”, meno visibile, più gestibile sul piano delle conseguenze.

Scavo aggiunge poi una riflessione che si intreccia con un tema sempre più sensibile nel giornalismo d’inchiesta: l’effetto intimidatorio verso le fonti. La formula è semplice: quando i professionisti percepiscono di essere osservati o sotto pressione, il messaggio arriva anche a chi parla con loro. E le fonti, spaventate, possono chiudersi.

Un conflitto che arriva da lontano: il botta e risposta con Rai e il clima dentro l’azienda

Le parole pronunciate alla FNSI non nascono nel vuoto. Ranucci richiama una stagione di scontri e frizioni in cui, a suo dire, gli sarebbero state ridotte o sottratte responsabilità operative: firma su contratti, trasferte, acquisti, questioni legali e rapporti con autorità.

In altre parole, il giornalista descrive una progressiva deresponsabilizzazione: non solo una disputa editoriale, ma una dinamica organizzativa che può incidere sul controllo reale del prodotto e sulla capacità di guidare una macchina complessa come un programma d’inchiesta.

Il punto politico: “presupposti” invece di atti espliciti

Il cuore della denuncia è proprio questo: non aspettarsi la “ghigliottina” improvvisa, ma osservare la costruzione dei presupposti.

Se perdi persone esperte, se non rinnovi competenze, se cambi ruoli chiave, se rendi precari i contratti decisivi, se sposti l’identità del programma su un terreno meno investigativo, allora — sostiene Ranucci — Report può restare in palinsesto, ma non essere più Report. E, a quel punto, farlo sparire o ridurlo diventa quasi una conseguenza “naturale”, non un atto di censura riconoscibile.

Perché questa denuncia pesa: il tema del servizio pubblico e della libertà d’inchiesta

Quando un programma d’inchiesta del servizio pubblico denuncia un processo di svuotamento interno, la questione non riguarda soltanto una trasmissione. Diventa una domanda più grande: quale spazio reale rimane, in Rai, a un giornalismo che tocca interessi, poteri e conflitti?

La denuncia di Ranucci prova a spostare il dibattito su quel livello: non “mi stanno colpendo”, ma “stanno cambiando le condizioni perché l’inchiesta diventi impraticabile”. Ed è una linea che parla direttamente al pubblico, perché non chiede di schierarsi su una singola polemica, ma di osservare cosa succede quando l’inchiesta viene trasformata in intrattenimento o in consumo.

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La denuncia di Sigfrido Ranucci, al netto delle polemiche e delle repliche che inevitabilmente seguiranno, segna un punto di non ritorno nel rapporto tra servizio pubblico e giornalismo d’inchiesta. Non perché annunci una chiusura imminente di Report, ma perché mette a fuoco un meccanismo più sottile e per questo più insidioso: rendere l’inchiesta fragile, isolata, dipendente, fino a farla apparire superflua o incompatibile con il sistema che la ospita.

Se ciò che viene descritto è vero, non siamo davanti a un conflitto personale né a una disputa editoriale ordinaria, ma a un cambio di paradigma: l’idea che l’inchiesta possa continuare a esistere solo a patto di smettere di disturbare, di rallentare, di complicare. In questa prospettiva, Report non viene combattuto frontalmente, ma svuotato dall’interno, privato delle competenze che lo rendono efficace e della libertà che lo rende credibile.

È qui che la vicenda supera il perimetro di una trasmissione e interroga direttamente la Rai e, più in generale, la democrazia dell’informazione: un servizio pubblico può permettersi un giornalismo che indaga davvero, o lo tollera solo finché non diventa scomodo? La risposta non arriverà da dichiarazioni di principio, ma da scelte concrete: su persone, risorse, autonomia e missione editoriale.

Perché un’inchiesta può essere spenta in molti modi. Il più efficace, spesso, è lasciarla accesa ma senza corrente.

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