Una scelta maturata lontano dai riflettori, affrontata con lucidità e nel rispetto di una legge che in Belgio esiste da oltre vent’anni. Olivier Dupuis, figura storica del Partito Radicale ed ex eurodeputato, è morto nella sua abitazione dopo aver ottenuto l’accesso all’eutanasia. Una decisione arrivata al termine di un percorso segnato da una malattia incurabile, diagnosticata alla fine del 2025, e vissuta con la stessa determinazione che aveva caratterizzato la sua lunga militanza politica.
La notizia della sua scomparsa è stata diffusa dall’Associazione Luca Coscioni, realtà da sempre impegnata sui diritti civili, sulle libertà individuali e sul tema del fine vita. A ricordarlo sono stati anche Marco Cappato e Marco Perduca, amici e compagni di battaglie radicali, che hanno sottolineato il valore umano e politico di una figura capace di attraversare decenni di storia europea senza mai rinunciare alle proprie convinzioni.
La morte in Belgio e la scelta dell’eutanasia
Olivier Dupuis è morto questa mattina nella sua casa in Belgio, Paese in cui l’eutanasia è consentita e regolata da una legge in vigore dal 2002. Non si è trattato di una decisione improvvisa, ma di una scelta maturata nel tempo, dopo la diagnosi di un cancro incurabile al pancreas ricevuta alla fine del 2025.
Il 4 maggio Dupuis ha scelto di ricorrere alla normativa belga sul fine vita, che prevede criteri precisi e controlli rigorosi per l’accesso all’eutanasia. Una decisione che si inserisce anche nel solco delle battaglie radicali sui diritti della persona, sull’autodeterminazione e sulla libertà individuale.
Attorno a lui, negli ultimi momenti, gli affetti più cari. Una fine vissuta con riservatezza, ma destinata inevitabilmente ad assumere anche un significato pubblico, per la storia politica e personale di chi, per tutta la vita, ha fatto della libertà una parola centrale.
Una vita dentro la storia radicale
Dupuis era stato uno dei protagonisti della stagione radicale fin dagli anni Ottanta. Il suo percorso politico si era sviluppato dentro un’area culturale e militante che ha messo al centro temi spesso scomodi: diritti civili, nonviolenza, disobbedienza civile, giustizia internazionale, libertà dei popoli oppressi e lotta contro i regimi autoritari.
Già segretario del Partito Radicale, Dupuis ha rappresentato una generazione di militanti convinti che la politica non dovesse limitarsi alla gestione del potere, ma dovesse essere prima di tutto uno strumento di trasformazione, denuncia e responsabilità.
La sua storia è stata segnata da battaglie condotte spesso in anticipo sui tempi, con uno stile radicale nel senso più pieno del termine: non solo appartenenza politica, ma metodo, disciplina, scelta di esporsi personalmente.
La disobbedienza civile e l’antimilitarismo
Tra gli episodi più significativi della sua militanza c’è anche l’arresto in Belgio per il rifiuto della leva militare. Un gesto che si collocava dentro una visione antimilitarista, ma non isolazionista. Dupuis sosteneva infatti un’idea di difesa europea comune, legata alla responsabilità politica dell’Europa nello scenario internazionale.
Era una posizione che, letta oggi, appare particolarmente attuale. La sua idea non era quella di un’Europa marginale, incapace di agire, ma di un continente capace di difendere i propri valori, la libertà e lo stato di diritto anche oltre i propri confini.
La nonviolenza, per Dupuis, non era passività. Era invece uno strumento politico attivo, una forma di pressione morale e civile, capace di mettere in crisi le ingiustizie e di portare l’attenzione dell’opinione pubblica su questioni spesso ignorate.
L’impegno al Parlamento europeo
Eletto eurodeputato per due legislature, fino al 2004, Olivier Dupuis ha portato nelle istituzioni europee le istanze che avevano segnato il suo percorso politico. Il Parlamento europeo è diventato per lui una tribuna da cui denunciare violazioni dei diritti umani, persecuzioni, repressioni e responsabilità dei regimi autoritari.
Una parte centrale del suo lavoro è stata dedicata ai popoli oppressi e alle minoranze perseguitate. Dai tibetani agli uiguri, dalla dissidenza cinese ad altre realtà colpite da governi repressivi, Dupuis ha cercato di trasformare cause apparentemente lontane in questioni politiche europee.
Il suo impegno nasceva da una convinzione precisa: i diritti umani non possono essere considerati affari interni degli Stati quando sono violati sistematicamente. Per questo la dimensione internazionale della sua azione politica è stata una delle caratteristiche più riconoscibili del suo percorso.
Le battaglie contro i regimi e per la giustizia internazionale
Tra le iniziative ricordate in queste ore c’è anche la richiesta di incriminazione di Slobodan Milošević davanti al tribunale internazionale per la ex Jugoslavia. Una battaglia che si inseriva in un’idea di giustizia internazionale fondata sulla responsabilità dei leader politici di fronte ai crimini commessi.
Dupuis non ha mai considerato la politica estera come un terreno separato dalla difesa dei diritti. Al contrario, per lui la libertà dei popoli, la lotta contro le dittature e la denuncia delle repressioni erano parte integrante dell’azione politica quotidiana.
Negli anni ha rivolto critiche dure anche al sistema politico russo guidato da Vladimir Putin. Una posizione che, con il passare del tempo, si è intrecciata con il suo sostegno alla resistenza ucraina e con la convinzione che l’Europa dovesse assumere un ruolo più netto e responsabile sul piano internazionale.
Il ricordo di Cappato e Perduca
Marco Cappato e Marco Perduca hanno ricordato Dupuis con parole cariche di affetto e riconoscenza. «Con Olivier perdiamo un amico», hanno dichiarato, sottolineando come la sua figura sia stata capace di perseguire obiettivi apparentemente impossibili.
Il loro ricordo restituisce l’immagine di un uomo politico non disposto ad accontentarsi del possibile immediato. Dupuis apparteneva a quella tradizione radicale che spesso ha scelto di puntare su battaglie difficili, minoritarie, talvolta incomprese, ma destinate a lasciare un segno nel tempo.
Libertà, giustizia e stato di diritto sono state le parole chiave della sua azione. Non slogan, ma terreni concreti di iniziativa politica, mobilitazione e denuncia.
Una figura che lascia un’eredità politica e civile
La morte di Olivier Dupuis non chiude soltanto una vicenda personale. Riporta al centro anche il tema del fine vita, dell’autodeterminazione e della possibilità per una persona malata di decidere, secondo le norme previste dalla legge, come affrontare l’ultima fase della propria esistenza.
Nel suo caso, questa scelta assume un significato ancora più forte perché arriva al termine di una vita spesa nella difesa delle libertà individuali. La sua decisione finale appare coerente con un percorso politico che ha sempre rivendicato il diritto della persona a non essere schiacciata da imposizioni, silenzi o ipocrisie.
Dupuis lascia il ricordo di un militante, di un dirigente politico, di un eurodeputato e di un uomo che ha scelto di stare dalla parte delle cause difficili. Quelle che raramente portano consenso immediato, ma che spesso anticipano i grandi cambiamenti culturali e politici.
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La tensione era salita rapidamente, nel giro di poche ore. Prima le indiscrezioni, poi le ricostruzioni sui malumori interni, infine
Olivier Dupuis se ne va lasciando dietro di sé una storia fatta di battaglie radicali, disobbedienza civile, impegno europeo e difesa dei diritti umani. La sua ultima scelta, compiuta in Belgio attraverso il ricorso alla legge sul fine vita, si inserisce in una biografia segnata dalla coerenza e dalla volontà di difendere fino all’ultimo il principio dell’autodeterminazione.
Per chi lo ha conosciuto, è stato un amico e un compagno di battaglie. Per la politica europea, una voce spesso scomoda ma capace di guardare oltre il presente. Per il mondo radicale, una figura che ha incarnato l’idea che la libertà non sia mai un concetto astratto, ma una responsabilità da esercitare anche quando costa fatica, solitudine e coraggio.

















