Una legge di bilancio che non si limita a distribuire risorse, ma che — nelle accuse dell’opposizione — imposta la traiettoria del Paese verso una logica di “economia di guerra”. È l’allarme lanciato oggi, 28 dicembre 2025, dal deputato del Movimento 5 Stelle Marco Pellegrini, intervenendo in Commissione Difesa alla Camera: «Questa è una manovra di guerra, una legge di bilancio che si prepara a un conflitto militare e a investire 23 miliardi in riarmo nei prossimi tre anni».
“Manovra di guerra”: il cuore dell’accusa
Pellegrini sostiene che l’impostazione della manovra non sia neutra: da un lato, un incremento degli investimenti collegati al comparto difesa/riarmo; dall’altro, tagli e riduzioni che graverebbero “sui bisogni e sulla carne viva” di milioni di persone in difficoltà. La critica politica è doppia: non solo la scelta di priorità, ma anche la motivazione che il deputato attribuisce al governo, ossia la ricerca del “plauso delle agenzie di rating”.
In questo quadro, Pellegrini ricorda anche un passaggio polemico: secondo lui, le stesse agenzie che oggi verrebbero “assecondate” erano state attaccate dalla presidente del Consiglio quando era all’opposizione, accusandole di “truccare le carte”.
“Nulla per crescita, famiglie e imprese”: la manovra descritta come vuota sul sociale
Il deputato M5S afferma che nella legge di bilancio non ci sarebbe «nulla per la crescita, nulla per i lavoratori, nulla per le famiglie, nulla per gli anziani, nulla per chi è in situazione di fragilità, nulla per le imprese». E collega questa lettura a un altro dato citato nel suo intervento: «la produzione industriale è crollata da quando è in carica questo governo». Sono affermazioni portate come parte della critica complessiva alla linea economica dell’esecutivo.
L’emendamento che accende lo scontro: “capacità industriali della difesa” e poteri a Difesa e Mit
Un punto centrale della denuncia riguarda un emendamento governativo inserito nella manovra, che — secondo Pellegrini — segnerebbe il passaggio da una politica di spesa a una vera architettura di “economia di guerra”.
Nei resoconti e nei dossier sulla Legge di Bilancio 2026 viene riportata la previsione secondo cui il Ministro della Difesa, di concerto con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, possa individuare con decreto «attività, aree, opere e progetti infrastrutturali» finalizzati a «realizzazione, ampliamento, riconversione, gestione e sviluppo delle capacità industriali della difesa», qualificati come strategici per la difesa nazionale.
Sul piano parlamentare, l’emendamento è entrato nel dibattito anche per il suo contenuto operativo: in Commissione Bilancio al Senato si è parlato della possibilità di interventi su aree e infrastrutture legate a programmi strategici (nei resoconti giornalistici vengono citati, a titolo di esempio, anche interventi su basi e capacità logistiche).
“Sembra di essere tornati alla guerra fredda”: il riferimento al clima internazionale
Pellegrini lega il tema della manovra a un contesto internazionale che descrive come sempre più segnato da logiche di contrapposizione e preparazione militare: «Sembra di essere tornati agli anni ’50, alla guerra fredda», afferma, sostenendo che stia diventando “normale” un linguaggio politico e militare che ruota attorno alla possibilità di guerra e mobilitazione.
In questo passaggio, il deputato richiama anche un episodio specifico: cita il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, che — rispondendo in audizione — avrebbe detto di condividere le dichiarazioni dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, inquadrandole come risposta alla “attività ibrida” russa nei confronti della Nato.
Il dossier del M5S sui programmi di riarmo: “74 programmi” e impegni miliardari
Nella seconda parte del suo intervento, Pellegrini alza ulteriormente il livello dello scontro politico: «Da inizio legislatura Meloni e Crosetto hanno inviato al Parlamento la bellezza di 74 programmi di riarmo», parlando di «impegni di spesa da 25 miliardi» e di un «valore complessivo di oltre 60 miliardi». È una quantificazione che, nella sua ricostruzione, dimostrerebbe una scelta sistematica: «pensa solo al riarmo ignorando le priorità dei cittadini italiani che sono lavoro, sanità, imprese, scuola e pensioni».
Il punto politicamente più duro, nel discorso, è l’accusa di “negazione”: secondo il deputato, maggioranza e governo continuerebbero a sostenere pubblicamente di non sottrarre risorse al “Paese reale”, mentre la manovra dimostrerebbe il contrario. «L’aspetto grottesco è che… continuano a negare… di star togliendo soldi… per regalarli al settore delle armi. Ma questa legge di bilancio parla chiaro», conclude.
Cosa significa, concretamente, “economia di guerra” nella denuncia
Nelle parole di Pellegrini, “economia di guerra” non è solo uno slogan. È un concetto che viene fatto discendere da tre elementi combinati:
1. Entità degli investimenti in riarmo prospettati nel triennio (23 miliardi secondo la sua denuncia).
2. Strumenti normativi che permetterebbero ai ministeri competenti di indirizzare aree, opere e infrastrutture verso la filiera industriale della difesa.
3. Clima politico-militare in cui le dichiarazioni su deterrenza, guerra e preparazione vengono considerate sempre più accettabili nel dibattito pubblico.
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La domanda — “ci stiamo preparando alla guerra?” — è esattamente quella che il deputato M5S prova a lasciare sul tavolo, trasformando una discussione di bilancio in un atto d’accusa politico: la manovra, per come la descrive, sarebbe pensata non per la crescita e la coesione sociale, ma per costruire capacità industriali e infrastrutturali orientate alla difesa, in un contesto internazionale percepito come sempre più instabile.
Il governo, dal canto suo, viene chiamato in causa indirettamente: non tanto sul singolo capitolo, quanto sul disegno complessivo che l’opposizione legge nella Legge di Bilancio 2026 e negli emendamenti collegati.



















