Nel penultimo anno a Palazzo Chigi, dopo tre ore di conferenza stampa e quaranta domande, Giorgia Meloni avrebbe dovuto fare ciò che una premier fa quando è al governo da tempo: rendicontare, spiegare, assumersi responsabilità, indicare risultati concreti e scelte già operative. Secondo Giuseppe Conte, invece, la presidente del Consiglio avrebbe dato l’impressione opposta: quella di chi è ancora al “giorno uno”, tra annunci, promesse e verbi al futuro.
È questo il cuore dell’attacco che il leader del Movimento 5 Stelle affida ai social, rilanciato dall’agenzia Adnkronos: “‘Faremo’, ‘interverremo’, ‘presenteremo’. Nel penultimo anno a Palazzo Chigi, Meloni oggi sembrava al discorso di insediamento”. Da lì parte un elenco di sette punti che Conte definisce “prime 7 meraviglie” della conferenza: un’operazione politica studiata per smontare la narrazione della premier tema per tema, mettendo in fila contraddizioni, omissioni e – soprattutto – la distanza tra propaganda e vita reale.
La cornice di Conte: “tanto futuro, poca realtà”
Prima ancora delle singole critiche, Conte sceglie una chiave precisa: non contesta solo cosa ha detto Meloni, ma come lo ha detto. Il ricorso insistito al futuro (“faremo”, “interverremo”, “presenteremo”) viene presentato come un segnale di debolezza: dopo anni di governo, parlare come se si fosse appena arrivati significa – nell’accusa – non avere risultati solidi da rivendicare o decisioni già pronte da mettere sul tavolo.
È un colpo retorico efficace, perché trasforma una conferenza stampa teoricamente “di bilancio” in una sorta di elenco di promesse. E se la conferenza diventa promessa, Conte può ribaltare il campo: non sei tu che rendiconti, sono io che ti ricordo cosa non hai fatto.
1) Economia: “dati incoraggianti” per chi? Il nodo inattivi e il potere d’acquisto
Il primo affondo riguarda l’economia. Conte contesta direttamente l’idea, rivendicata da Meloni, di dati “incoraggianti” su occupazione e potere d’acquisto. Il suo “dipende” è un modo per rimettere il paese reale al centro: non sono incoraggianti, scrive, per “oltre 12 milioni di inattivi”, né per chi vive con pensioni minime o con salari bassi.
Qui Conte inserisce anche una contrapposizione politica che punta a fare male: se per alcuni “non è incoraggiante”, per altri sì. “Viceversa sono incoraggianti – sostiene – per ministri e sottosegretari a cui hanno aumentato i rimborsi”. È il tentativo di riattivare un frame già visto: il governo che chiede sacrifici ma tutela i propri privilegi.
2) Bollette: dal “non posso rispondere in 20 secondi” al “interverremo”
Secondo punto: l’energia. Conte ricorda una scena dell’anno precedente: Meloni, a una domanda sul caro-energia, avrebbe risposto che non poteva affrontare un tema del genere “in 20 secondi”. Ora, scrive Conte, la risposta diventa “interverremo sui costi dell’energia”. E la chiosa è velenosa: “Con calma, mi raccomando”.
Il senso politico è chiaro: il leader pentastellato vuole far passare l’idea di una premier che rinvia, sposta in avanti, promette interventi senza tempi certi. In un tema che pesa in modo diretto su famiglie e imprese, il futuro è percepito come una scusa, non come una soluzione.
3) Tasse: “avremmo voluto fare di più” e l’accusa di record di pressione fiscale
Terzo punto: fisco e pressione fiscale. Conte ironizza sulla frase attribuita alla premier (“avremmo voluto fare di più”), e la rovescia: “Fermatevi, avete già stabilito il record di pressione fiscale”. Nella sua narrazione, Meloni non può presentarsi come quella che “vorrebbe” abbassare le tasse se i numeri – sostiene – raccontano l’opposto.
In più Conte usa un’immagine da satira politica (“seconda edizione del libro sulle tasse”), per suggerire che i proclami fiscali del governo siano ripetuti, confezionati, ma non risolutivi.
4) Sicurezza: “non basta” ma la colpa è sempre altrove
Sul tema sicurezza Conte nota un passaggio che considera una rara ammissione: “i risultati per me non sono sufficienti”. Ma subito dopo colpisce: secondo lui Meloni avrebbe immediatamente attribuito la responsabilità ai giudici, senza autocritica.
E qui entra la critica più dura e specifica: Conte accusa il governo di aver fatto leggi che “fanno scappare i ladri perché vengono avvertiti prima dell’arresto” e di aver “spedito le forze dell’ordine a guardare centri vuoti in Albania”. È una contestazione che mira a due bersagli: le scelte normative sulla giustizia e l’operazione Albania (che Conte dipinge come simbolica e inefficace).
5) Ucraina: la svolta sul dialogo con Mosca e il conto presentato agli italiani
Il quinto punto è quello più pesante sul piano geopolitico. Conte accusa Meloni di aver sostenuto per oltre tre anni l’idea che “non si tratta con Putin” e che bisogna puntare sulla vittoria militare ucraina, per poi dire oggi – “senza battere ciglio” – che l’Europa deve parlare con la Russia.
Qui Conte rivendica una coerenza opposta: “È quello che abbiamo sempre sostenuto”, scrive. E in mezzo mette “invii militari, morti, devastazioni, danni economici a carico degli italiani, piano di riarmo”. Il messaggio è costruito per insinuare che la linea della premier abbia prodotto costi enormi e che la svolta arrivi solo quando non è più evitabile.
Infine aggiunge un passaggio politico che alza ulteriormente il livello dello scontro: “Dopo la telefonata a Putin ci aspettiamo le scuse a tutti gli italiani”. È un modo per dire: avete detto una cosa per anni, ora dite l’opposto; quindi dovete rendere conto di tutto ciò che avete giustificato in nome di quella linea.
6) Diritto internazionale: “vale fino a un certo punto… fino a Trump”
Sesto punto: politica estera e coerenza. Conte sostiene che la conferenza abbia confermato la sua accusa di fondo: per Meloni il diritto internazionale sarebbe un principio “a giorni alterni”, valido finché non entra in gioco l’alleato più potente, cioè Trump.
È un’accusa politica che si incastra con il dibattito che in quei giorni ruota attorno a Venezuela, Groenlandia e alleanze: Conte tenta di posizionarsi sul terreno della coerenza etica e giuridica, dipingendo Meloni come leader che difende regole quando conviene e le sospende quando è scomodo.
7) Sanità e riarmo: silenzi, omissioni e “priorità” rovesciate
Il settimo punto è una chiusura strategica: sanità e riarmo. Conte accusa la premier di non aver detto nulla di concreto sulle “file ai pronto soccorso” e sull’aumento del numero di italiani che rinunciano a curarsi, mentre – sostiene – avrebbe invece come priorità il riarmo.
La frase più forte è quella sul conto economico: “aumenti di oltre 23 miliardi in 3 anni”. Conte la presenta come “dimenticanza” della premier, insinuando che Meloni scelga accuratamente cosa dire e cosa no: su sanità e disagio sociale silenzio, su difesa e spesa militare accelerazione.
La strategia politica dietro l’elenco: trasformare la conferenza in un atto d’accusa
L’attacco di Conte non è solo un commento a caldo. È un tentativo di riscrivere la conferenza stampa in un’altra chiave: non l’evento in cui la premier “mette ordine”, ma l’evento in cui si vede la fragilità di un governo che vive ancora di annunci e di colpe attribuite a terzi.
La struttura a punti serve proprio a questo: semplificare, rendere condivisibile sui social, e trasformare tre ore di parole in una sequenza di “prove” contro la premier. È una tecnica efficace perché ricostruisce un filo unico: troppe promesse, poca responsabilità; tanta narrativa, poca sostanza; meriti autoassegnati e colpe sempre altrove.
Leggi anche

Gratteri e la verità shock sul Referendum – Ecco cosa rivela in diretta TV e non solo – IL VIDEO
Durante la sua ospitata a DiMartedì su La7, intervistato da Giovanni Floris, Nicola Gratteri ha costruito un ragionamento articolato a
VIDEO:
La frase iniziale di Conte non è solo una battuta: è la sintesi politica di un’accusa più ampia. Se dopo anni di governo parli ancora come se stessi iniziando, allora – nella sua lettura – significa che il paese non ha visto il salto promesso, e che la premier sta preparando il terreno per un altro giro di annunci.
Meloni, ovviamente, rivendicherà risultati e coerenza. Conte, con questo attacco, prova invece a fissare un’etichetta: la premier del “faremo”, quella che racconta l’Italia come se fosse sempre sull’orlo della svolta, ma che quando arriva il momento di rendicontare torna a parlare al futuro.
E in politica, spesso, vince chi riesce a imporre la cornice. Qui Conte ci prova con un colpo secco: nel 2026, dice in sostanza, non basta più promettere. Bisogna rispondere.



















