Giuseppe Conte utilizza l’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid per rivolgere un duro attacco politico alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e alla maggioranza. Al centro del suo intervento non c’è soltanto la gestione della pandemia, ma anche il rapporto tra politica e magistratura, tornato negli ultimi mesi uno dei principali terreni di scontro istituzionale.
L’ex presidente del Consiglio rivendica di non aver mai reagito alle indagini che lo hanno riguardato accusando i magistrati di essere politicizzati o di agire con finalità ostili. Un comportamento che Conte contrappone apertamente a quello tenuto oggi da una parte della politica, con un riferimento evidente agli attacchi rivolti alle toghe da esponenti del centrodestra e dello stesso governo.
«Non mi sono mai lamentato delle indagini su di me e non ho mai tentato di delegittimare i giudici titolari delle inchieste, alludendo a una presunta politicizzazione, come spesso purtroppo capita di sentire adesso», ha dichiarato il presidente del Movimento 5 Stelle.
L’affondo contro gli attacchi ai magistrati
Conte non pronuncia direttamente il nome di Meloni nel passaggio riportato, ma il bersaglio politico appare chiaro. Il leader pentastellato contesta un clima nel quale ogni iniziativa giudiziaria riguardante il governo o un esponente della maggioranza viene frequentemente descritta come un attacco politico.
L’ex premier rivendica un approccio opposto: chi ricopre incarichi pubblici deve accettare i controlli della magistratura, rispondere alle domande e consentire agli inquirenti di lavorare senza pressioni o campagne di delegittimazione.
Il punto sollevato da Conte riguarda il rispetto della separazione dei poteri. La magistratura non può essere considerata autorevole soltanto quando indaga sugli avversari e trasformarsi improvvisamente in un potere politicizzato quando esamina vicende che coinvolgono esponenti del proprio schieramento.
«Sono sempre uscito a testa alta»
Nel suo intervento, Conte ricorda di essere stato personalmente sottoposto a indagini e valutazioni giudiziarie legate alle decisioni assunte durante la pandemia.
Nonostante il peso politico e mediatico di quelle vicende, sostiene di non aver mai cercato di colpire la credibilità dei magistrati incaricati di esaminarle.
«Da questi giudizi davanti alla magistratura, da queste indagini, ne sono uscito sempre a testa alta, rispettando il ruolo dei magistrati», ha affermato.
La rivendicazione è duplice. Da una parte l’ex presidente del Consiglio sottolinea di non aver commesso illeciti. Dall’altra presenta il proprio comportamento come un modello istituzionale alternativo a quello di chi reagisce alle inchieste accusando i giudici di perseguire finalità politiche.
Il rispetto delle istituzioni anche nei momenti più difficili
Conte ricorda indirettamente una fase nella quale le decisioni assunte dal suo governo erano sottoposte a un livello straordinario di controllo politico, mediatico e giudiziario.
Durante l’emergenza sanitaria furono adottati provvedimenti eccezionali: restrizioni alla circolazione, chiusure, acquisti urgenti di dispositivi medici, interventi economici e misure destinate a contenere la diffusione del virus.
L’ex premier è stato chiamato a rispondere delle proprie scelte davanti alla magistratura e agli organismi parlamentari. La sua posizione è che quel controllo fosse legittimo e facesse parte del funzionamento democratico dello Stato.
Proprio per questo respinge le accuse di chi prova a descriverlo come una persona intenzionata a sottrarsi alle domande della Commissione Covid.
«I magistrati sono un presidio indispensabile»
Conte definisce la magistratura un «presidio indispensabile» del sistema democratico.
È uno dei passaggi politicamente più rilevanti del suo intervento. L’ex presidente del Consiglio non si limita a dire di aver rispettato le indagini, ma attribuisce ai magistrati una funzione essenziale nella protezione della legalità e nell’equilibrio tra i poteri.
«È il nostro sistema democratico. E proprio per questo devono poter agire in piena autonomia e indipendenza», ha spiegato.
Il richiamo all’autonomia e all’indipendenza assume un significato particolarmente forte nel pieno dello scontro sulle riforme della giustizia, sulla separazione delle carriere e sulle iniziative del governo riguardanti l’ordinamento giudiziario.
Il riferimento alla politica di oggi
La frase «come spesso purtroppo capita di sentire adesso» rappresenta l’affondo più diretto contro l’attuale maggioranza.
Conte contesta il ricorso sistematico all’accusa di politicizzazione delle toghe. Un linguaggio che, secondo il leader del Movimento 5 Stelle, rischia di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e di trasformare ogni indagine in uno scontro tra partiti.
L’attacco appare rivolto a un centrodestra che ha più volte criticato decisioni giudiziarie, procure e singoli magistrati, sostenendo l’esistenza di iniziative motivate politicamente.
Per Conte, una simile impostazione è pericolosa: delegittimare i giudici significa indebolire uno dei contrappesi fondamentali della democrazia.
Meloni e il rapporto difficile con la magistratura
Il governo Meloni ha vissuto numerosi momenti di tensione con il mondo giudiziario.
Le polemiche hanno riguardato le politiche migratorie, le decisioni dei tribunali, le inchieste su esponenti della maggioranza e le riforme promosse dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.
In più occasioni, esponenti del centrodestra hanno accusato una parte della magistratura di utilizzare le proprie funzioni per condizionare le scelte politiche o ostacolare l’azione del governo.
Conte utilizza la propria esperienza per mettere in evidenza quella che considera una profonda incoerenza: lui, pur essendo stato sottoposto a indagini durante e dopo il proprio mandato, non avrebbe mai accusato le procure di voler abbattere politicamente il suo esecutivo.
«Non avevo nulla da nascondere»
L’ex presidente del Consiglio insiste sulla propria disponibilità a rispondere.
«Non avevo nulla da nascondere, non ho nulla da nascondere. Non ho fatto nulla di illecito», ha dichiarato.
È una risposta diretta alle polemiche che avevano preceduto la sua audizione, quando alcuni esponenti della maggioranza avevano lasciato intendere che Conte volesse evitare il confronto con la Commissione.
Il leader del M5S respinge quella ricostruzione e ribalta l’accusa: non soltanto si è presentato, ma ha annunciato di voler rispondere a tutte le domande e ha consegnato un documento ricevuto in forma anonima alla Procura di Roma.
L’audizione davanti alla Commissione Covid
La presenza di Conte in Commissione rappresentava uno dei momenti più attesi dell’inchiesta parlamentare.
L’ex premier era chiamato a ricostruire le decisioni assunte nelle prime e più drammatiche fasi della pandemia, quando l’Italia fu il primo Paese occidentale a subire un’ondata massiccia di contagi e decessi.
La maggioranza ha concentrato parte del proprio lavoro sulle responsabilità del governo Conte, sulle restrizioni imposte, sugli acquisti effettuati e sulla gestione complessiva dell’emergenza.
Il Movimento 5 Stelle ha invece accusato il centrodestra di trasformare la Commissione in uno strumento di propaganda politica, indirizzato quasi esclusivamente contro l’ex presidente del Consiglio.
«Risponderò a tutte le vostre domande»
Durante l’audizione, l’ex premier ha garantito la propria piena disponibilità.
«Risponderò a tutte le vostre domande», ha affermato.
Allo stesso tempo, ha chiesto che le polemiche politiche non impediscano alla Commissione di ricostruire seriamente la strategia adottata durante la pandemia.
Conte vuole evitare che l’inchiesta si riduca a una sequenza di accuse personali, perdendo di vista il contesto nel quale il governo dovette operare e gli insegnamenti necessari per affrontare eventuali emergenze future.
Ricostruire una strategia collettiva
L’ex presidente del Consiglio insiste sulla necessità di «restituire il filo collettivo di una strategia da perseguire».
Il significato è chiaro: la pandemia non può essere analizzata soltanto per individuare un colpevole politico.
È necessario comprendere quali decisioni abbiano funzionato, quali errori siano stati commessi, come rafforzare la sanità pubblica e quali strumenti debbano essere predisposti per il futuro.
Se la Commissione viene utilizzata esclusivamente per attaccare Conte, perde la propria funzione istituzionale e non offre alcun contributo concreto al Paese.
La gestione di una crisi senza precedenti
Conte ricorda implicitamente che il suo governo si trovò ad affrontare una situazione mai sperimentata prima.
All’inizio del 2020 non esistevano vaccini, terapie consolidate o protocolli internazionali certi. Gli ospedali erano sotto pressione e le informazioni scientifiche cambiavano rapidamente.
Le decisioni dovevano essere assunte in tempi strettissimi, cercando di bilanciare salute pubblica, libertà individuali ed economia.
Gli errori devono essere verificati, ma il giudizio non può ignorare il carattere eccezionale di quella fase.
Il documento consegnato alla Procura
L’audizione è stata segnata anche dal deposito di un documento anonimo relativo a una transazione da circa 100 milioni di euro per una controversia sulle mascherine.
Conte ha spiegato di aver ricevuto il verbale di dieci pagine e di averlo consegnato alla Procura di Roma perché ritenuto meritevole di approfondimento.
Il gesto rafforza la linea seguita nel suo intervento: quando emergono elementi potenzialmente rilevanti, devono essere sottoposti alla magistratura, non nascosti o sottratti alle verifiche.
È l’esatto contrario dell’atteggiamento che il M5S attribuisce alla maggioranza nel caso Delmastro.
Un attacco politico fondato sul confronto dei comportamenti
Conte non si limita ad accusare Meloni in modo generico.
Mette a confronto fatti e condotte.
Quando è stato indagato, sostiene di aver rispettato i giudici. Quando un esponente della maggioranza è coinvolto in una vicenda giudiziaria, il centrodestra parla di politicizzazione, attacca le toghe o utilizza i voti parlamentari per impedire l’acquisizione degli atti.
È su questa differenza che costruisce il proprio affondo.
Il messaggio rivolto alla presidente del Consiglio è che il rispetto della legalità si dimostra quando le indagini riguardano i propri alleati, non soltanto quando colpiscono gli avversari.
La sfida diretta a Giorgia Meloni
L’intervento di Conte rappresenta quindi una sfida politica diretta alla premier.
Meloni deve scegliere se continuare a utilizzare il linguaggio dello scontro con la magistratura oppure riconoscere pienamente l’autonomia delle toghe.
Deve spiegare se le garanzie istituzionali valgano per tutti o se possano essere trasformate in strumenti di protezione politica.
Deve soprattutto dimostrare con i comportamenti quella difesa della legalità spesso rivendicata nei discorsi pubblici.
Un diverso modello di leadership
Conte prova a presentarsi come un leader che non teme i controlli e non utilizza il proprio ruolo per sottrarsi alle verifiche.
La frase «non avevo nulla da nascondere» sintetizza questa immagine.
È anche un modo per rafforzare il proprio profilo come principale oppositore di Meloni, soprattutto sui temi della giustizia, della trasparenza e del rapporto con le istituzioni.
L’ex premier contrappone alla politica dell’attacco preventivo ai giudici una cultura del rispetto delle regole e della responsabilità personale.
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Il messaggio finale dell’ex premier
Il discorso di Conte va oltre la difesa della propria gestione della pandemia.
È un atto d’accusa contro un governo che, secondo il leader M5S, pretende di sottrarsi ai controlli e reagisce alle inchieste mettendo in discussione l’imparzialità dei magistrati.
Conte rivendica di aver affrontato le indagini senza alzare scudi, senza attaccare le procure e senza evocare complotti.
È uscito, afferma, «a testa alta», perché non aveva commesso illeciti e non aveva nulla da nascondere.
La magistratura, conclude, deve poter lavorare in piena autonomia e indipendenza. Non per favorire una parte politica, ma perché senza giudici liberi non può esistere una democrazia pienamente funzionante.
Ed è proprio su questo terreno che l’ex presidente del Consiglio mette Giorgia Meloni davanti alla contraddizione più pesante: chi governa non può chiedere rispetto per le istituzioni soltanto quando le istituzioni non mettono in discussione il potere.



















