Corrado Formigli dà una lezione unica alla Destra di Governo – Assurdo ciò che dice – VIDEO EPICO

Nella puntata dell’11 dicembre 2025 di Piazzapulita (La7), Corrado Formigli apre con un editoriale che suona come una requisitoria politica e morale: mentre la destra continua a ripetere la parola “merito”, il Paese – sostiene – assiste a una realtà fatta di favoritismi, minacce, mance, leggi “su misura” e lavoro sfruttato. E nel mezzo, una domanda che taglia in due la scena politica: “La sinistra dov’è?” Quale ricetta ha davvero da contrapporre a un sistema che, secondo la lettura del conduttore, produce “ricchi sempre più ricchi” e “poveri sempre più sfruttati”?

La scintilla: la frase di Meloni e il tema del “metodo”

Formigli parte da una dichiarazione attribuita a Giorgia Meloni, pronunciata per respingere l’accusa di clientelismo: chi è stato al governo e ha “piazzato i propri amichetti” – in sostanza – tende a giudicare gli altri con lo stesso metro, ma “dalle nostre parti non funziona così”. È il classico schema difensivo: ribaltare l’accusa sull’avversario e rivendicare una differenza morale, quasi genetica, tra “noi” e “voi”.

Ed è proprio qui che l’editoriale cambia passo: perché Formigli non contesta soltanto una singola frase, ma l’intera narrazione. Se il merito è il vessillo, allora – è l’idea – basta andare a guardare come si muove il potere, dove finisce il denaro pubblico e quali “cordate” si formano intorno alle istituzioni per capire se quel vessillo regge.

“Merito” come parola magica, “amichettismo” come pratica

Nel monologo il merito appare come un termine usato in modo quasi rituale: lo si invoca per legittimare scelte, nomine, riforme, ma poi – sostiene Formigli – “è sufficiente fare un viaggio in Sicilia” per imbattersi in storie “oltre la decenza”, dove la logica non è meritocratica ma relazionale: amicizie, fedeltà, scambi, favori.

La Sicilia, evocata come esempio, diventa un simbolo più che un luogo: non un’accusa geografica, ma la rappresentazione plastica di un meccanismo in cui il potere si organizza per cerchie e appartenenze. E quando Formigli parla di minacce e di mance elargite perfino ai più stretti familiari, la tesi che porta in studio è netta: il problema non è un incidente, è un metodo.

“Leggi fatte su misura”: quando lo Stato sembra cucito addosso ai forti

L’editoriale intreccia poi la questione del merito con un altro tema: l’idea che esistano norme e scelte che, più che tutelare l’interesse generale, finiscono per funzionare come abiti sartoriali per chi è già forte.

È qui che Formigli allarga il campo: il bersaglio non è solo la gestione politica “da amichetti”, ma un assetto che favorisce alcuni attori economici e sociali mentre altri restano schiacciati. La sensazione che vuole trasmettere è quella di un Paese dove l’eguaglianza davanti alle regole non è percepita come reale: c’è chi paga sempre e chi riesce sempre a cavarsela.

Ricchi che non pagano e lavoratori sfruttati: il doppio binario dell’Italia

Uno dei passaggi più incisivi del testo che hai riportato è la contrapposizione secca: “ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più sfruttati”. È una fotografia brutale, volutamente polarizzata, costruita per parlare non ai tecnici ma a chi vive la sensazione quotidiana di una distanza che aumenta.

In questa cornice Formigli richiama anche il tema dei grandi brand della moda e dello sfruttamento del lavoro: il punto non è demonizzare un settore, ma usare quel caso come metafora di un modello in cui, mentre i marchi crescono, la catena produttiva può scaricare il peso sui segmenti più fragili: laboratori, subappalti, turni, salari. E quando questo viene legato a “leggi che sembrano fatte su misura”, l’accusa diventa sistemica: non è solo un abuso, è un contesto che lo rende possibile o conveniente.

La domanda che brucia: “La sinistra dov’è?”

L’editoriale non è soltanto un attacco alla destra. È soprattutto una sfida all’opposizione. Formigli non si limita a dire “guardate cosa fanno loro”; chiede: qual è l’alternativa?

Perché, nella sua impostazione, denunciare non basta. Se davvero il Paese è stretto tra favoritismi e sfruttamento, allora la sinistra dovrebbe tornare a essere riconoscibile su alcuni punti concreti: lavoro, salari, fiscalità, diritti, controllo delle filiere, contrasto ai privilegi. Invece la domanda resta sospesa: la sinistra ha una ricetta capace di parlare a chi oggi si sente escluso, precarizzato, “usato”?

È una domanda che pesa doppio perché arriva mentre la destra rivendica di essere dalla parte della gente comune. L’editoriale prova a rovesciare quel racconto: se la gente comune vede amichettismo e “mance”, allora quel racconto scricchiola. Ma se l’opposizione non ha una proposta chiara, anche lo scricchiolio non diventa alternativa.

Un filo unico: merito, potere, soldi pubblici e dignità del lavoro

Il senso complessivo dell’intervento è tenere insieme quattro pezzi:

1. La retorica del merito (usata come legittimazione).


2. La pratica del favoritismo (amichettismo, minacce, mance).


3. Il rapporto con le regole (leggi e meccanismi che sembrano “su misura”).


4. Le conseguenze sociali (ricchezza che si concentra, lavoro che si impoverisce).

 

Formigli, di fatto, propone un’interpretazione: quando il potere si organizza per cerchie, il merito diventa una parola vuota; e quando le regole sembrano più morbide con i forti, il lavoro diventa più duro per i deboli.

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Definirlo “shock” ha senso non perché contenga una rivelazione unica, ma perché mette in fila una serie di elementi e li fa convergere in un’accusa politica totale: la destra parla di merito ma pratica favori; il Paese si spacca tra ricchi protetti e poveri sfruttati; la sinistra non riesce a imporsi come alternativa.

E soprattutto perché quel monologo non si limita a “denunciare”: lascia aperta una domanda che è quasi una convocazione. Se l’Italia è davvero così, chi la rappresenta? Chi la difende? Chi costruisce una risposta che non sia solo indignazione, ma progetto?

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