Crosetto shock su spese militari e Basi Usa – Ecco cosa vuole fare il Ministro Meloniano – Ultim’ora

Nel pieno di una fase internazionale sempre più instabile, il governo italiano si trova davanti a un passaggio delicatissimo: confermare gli impegni presi sulla difesa, gestire il rapporto con gli Stati Uniti di Donald Trump e prepararsi a un possibile ruolo operativo nello stretto di Hormuz, qualora una tregua tra Usa e Iran aprisse la strada a una missione multinazionale.

A parlare è il ministro della Difesa Guido Crosetto, raggiunto da Fanpage a margine del Seminario del Gruppo Speciale Mediterraneo e Medio Oriente dell’Assemblea parlamentare della Nato. Le sue parole arrivano mentre nel governo si discute della sostenibilità economica dell’aumento delle spese militari, promesso dall’Italia alla Nato e agli Stati Uniti, ma reso più complicato dal peggioramento del quadro economico e dalla pressione sui conti pubblici.

Il nodo delle basi Usa in Italia

Uno dei temi più sensibili riguarda le basi americane presenti sul territorio italiano. Dopo le indiscrezioni e le valutazioni attribuite a Donald Trump sulla possibilità di ridurre o ritirare parte della presenza militare statunitense in Europa, Crosetto prova a ridimensionare l’allarme, ma manda anche un messaggio politico molto chiaro.

Secondo il ministro, mantenere le basi in Italia è prima di tutto interesse degli Stati Uniti e della Nato. Quelle strutture, spiega, non servono soltanto al Paese che le ospita, ma all’intera architettura dell’Alleanza Atlantica. Indebolirle, soprattutto in un momento segnato da guerre, crisi energetiche, tensioni in Medio Oriente e instabilità globale, significherebbe indebolire la più importante organizzazione difensiva del mondo occidentale.

Crosetto sottolinea che l’Italia ha sempre rispettato gli accordi. “Mi pare ci siamo comportati bene”, afferma, ricordando che Roma non ha chiuso basi, non ha fatto strappi e ha continuato a garantire la presenza militare prevista dagli accordi con Washington.

La risposta a Trump

Il ministro risponde anche alle parole di Trump, che avrebbe lasciato intendere una valutazione sulla permanenza delle truppe americane in Europa. Crosetto non entra in polemica diretta, ma difende il comportamento dell’Italia.

Quando il presidente americano accusa alcuni alleati di “non esserci stati” nel momento del bisogno, Crosetto replica di non aver compreso il senso preciso di quella frase. Per il ministro, l’Italia c’è stata “come tutte le nazioni del mondo” e ha rispettato i patti.

Il punto politico è evidente: Roma non vuole apparire né dipendente né inadempiente. Da un lato ribadisce la fedeltà alla Nato, dall’altro rivendica di aver mantenuto gli impegni presi con gli Stati Uniti.

Spese militari, la palla passa a Giorgetti

Il passaggio più delicato resta però quello delle spese militari. L’Italia ha assunto l’impegno di aumentare progressivamente gli investimenti nella difesa, ma il nuovo scenario economico rende tutto più complicato. Il Documento di economia e finanza pubblicato a fine aprile avrebbe infatti evidenziato una tensione tra la necessità di contenere la spesa pubblica e l’aumento promesso per il comparto militare.

Crosetto, su questo punto, sposta la responsabilità politica e tecnica sul ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il bilancio della Difesa, ricorda, non viene deciso dal ministro della Difesa, ma dal governo nel suo insieme e dal Parlamento.

Il ministro ribadisce però un dato: l’Italia ha preso impegni precisi. Per quest’anno sarebbe previsto un incremento dello 0,15%, seguito da uno 0,20% l’anno prossimo e un ulteriore 0,20% l’anno successivo. Crosetto si dice ancora fermo a questi impegni parlamentari, pur riconoscendo che spetterà al ministero dell’Economia valutare la compatibilità con i conti pubblici.

Il meccanismo Safe e la scadenza di maggio

Un altro elemento citato dal ministro riguarda il meccanismo Safe, al quale l’Italia dovrebbe aderire. La risposta dovrà arrivare entro la fine di maggio e, anche in questo caso, Crosetto indica il ministero dell’Economia come soggetto chiamato a decidere.

Il messaggio è doppio. Da una parte il ministro difende la necessità di investire nella difesa. Dall’altra evita di scaricare la responsabilità solo sul suo dicastero, riconoscendo che le scelte militari devono fare i conti con quelle economiche.

È qui che emerge la tensione interna al governo: sicurezza e conti pubblici procedono su binari paralleli, ma non sempre compatibili.

“Senza pace non ci sono scuole e ospedali”

Crosetto prova anche a spiegare perché, secondo lui, parlare di difesa non significa togliere risorse ai servizi essenziali. Anzi, il ministro sostiene che non esistano ospedali, scuole o asili nido senza la pace.

È una frase politicamente significativa, perché cerca di ribaltare una delle critiche più frequenti all’aumento delle spese militari: quella secondo cui investire in armi e difesa sottrarrebbe risorse al welfare. Per Crosetto, invece, la sicurezza sarebbe la condizione preliminare per garantire tutto il resto.

Il dossier Hormuz

Accanto al tema Nato, si apre anche il fronte dello stretto di Hormuz. Crosetto chiarisce che l’Italia potrebbe partecipare a una missione internazionale solo in presenza di una tregua. L’obiettivo, spiega, sarebbe garantire la ripresa della navigazione e mettere in sicurezza una delle aree più strategiche del commercio mondiale.

Il ministro collega direttamente la riapertura di Hormuz ai prezzi della benzina, del petrolio, dei prodotti agricoli e dei fertilizzanti. Finché lo stretto resta sotto tensione, il rischio è che l’instabilità si rifletta sui mercati e quindi sulle tasche dei cittadini.

Per questo, se ci sarà una tregua, qualcuno dovrà sminare, presidiare e garantire il passaggio delle navi. In quel contesto, secondo Crosetto, l’Italia dovrebbe mantenere il proprio ruolo all’interno di una coalizione internazionale.

Anche senza Onu, se necessario

Il ministro non esclude nemmeno l’ipotesi di una missione senza l’egida delle Nazioni Unite, qualora il Consiglio di Sicurezza venisse bloccato da un veto, in particolare della Russia. In quel caso, afferma, basterebbe un accordo tra trenta o quaranta Paesi disposti ad agire insieme.

È una posizione forte, che apre un tema politico e giuridico rilevante: fino a che punto l’Italia può partecipare a missioni internazionali senza copertura Onu? Crosetto rimanda comunque ogni decisione al Parlamento, chiarendo che le Forze armate sarebbero pronte solo se arriverà il via libera istituzionale.

Il governo davanti a una scelta difficile

Le parole di Crosetto mettono in evidenza tutti i nodi che il governo dovrà sciogliere nelle prossime settimane. Da una parte c’è l’impegno con la Nato e con gli Stati Uniti. Dall’altra ci sono i vincoli di bilancio, il rallentamento economico e la necessità di evitare nuove tensioni sociali sul tema delle spese militari.

In mezzo c’è il ruolo internazionale dell’Italia: Paese alleato degli Stati Uniti, membro della Nato, ponte naturale verso il Mediterraneo e potenziale attore in una missione delicatissima nello stretto di Hormuz.

Crosetto manda un messaggio chiaro: la difesa non può essere trattata come una voce qualsiasi del bilancio. Ma il ministro sa anche che la decisione finale non sarà soltanto militare. Sarà politica, economica e parlamentare.

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Il governo Meloni si trova così davanti a un equilibrio complesso. Confermare gli impegni sulla difesa significa rassicurare Nato e Stati Uniti, ma anche trovare risorse in una fase economica difficile. Ridimensionarli, invece, potrebbe alimentare dubbi sulla credibilità internazionale dell’Italia.

Crosetto sceglie una linea netta: gli impegni sono stati presi, le basi Usa restano strategiche, la Nato non va indebolita e l’Italia deve essere pronta a fare la sua parte anche a Hormuz, se le condizioni politiche lo permetteranno.

Ora la parola passa a Giorgetti, al governo e al Parlamento. Perché, dietro il dibattito sulle spese militari, c’è una domanda più grande: quale ruolo vuole avere l’Italia nel nuovo disordine globale?

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