Di Battista becca Meloni e Governo sulle spese shock sul Referendum – La denuncia epica – Video

Un video in diretta, un tono durissimo e un bersaglio preciso: Palazzo Chigi e la gestione della comunicazione sul referendum sulla giustizia. Alessandro Di Battista torna all’attacco del governo e della presidente del Consiglio con un messaggio che lega due temi: la riforma Nordio e l’uso – a suo dire – di denaro pubblico per misurare “il sentiment” e orientare la strategia politica.

Nel suo intervento, Di Battista parte da un punto che definisce “assurdo”: l’idea che la Presidenza del Consiglio abbia speso – “qualcuno sostiene” – 120.000 euro per commissionare un sondaggio relativo alla riforma e al referendum. Per l’ex parlamentare non è una questione di “cifre irrisorie”, ma di metodo: “È il modus operandi che conta”, dice, insistendo sul fatto che si tratterebbe di soldi dei cittadini utilizzati per capire “come andranno le cose”, su cosa puntare e come “tarare la comunicazione o la propaganda”.

“Se lo pagassero loro”: l’affondo sui sondaggi e l’accusa di doppio standard

Di Battista insiste più volte su un concetto: se davvero il sondaggio è stato commissionato per calibrare la campagna, non dovrebbero pagarlo i contribuenti. Nella sua ricostruzione, la spesa servirebbe a valutare l’orientamento degli italiani e a “tarare” il modo in cui il governo intende presentare la riforma e la consultazione referendaria.

Poi l’affondo politico: “Se lo pagassero loro”, ripete, indicando esplicitamente i parlamentari di Fratelli d’Italia e facendo un nome: Alberto Barachini. La conclusione è uno scontro frontale sul tema degli sprechi: da una parte, secondo lui, la retorica del rigore; dall’altra, la scelta di spendere soldi pubblici per un’indagine demoscopica su una riforma che attribuisce direttamente alla maggioranza.

La stoccata centrale: “Meloni ha guadagnato l’ira di Dio da quando è in politica”

È a questo punto che Di Battista sposta il ragionamento dal sondaggio ai guadagni della presidente del Consiglio nella sua carriera parlamentare. Annuncia che “prima di dirvi quanto ha guadagnato” vuole ricordare come si compone, secondo lui, il trattamento economico di un deputato.

E introduce anche un elenco di privilegi e benefit che però dice di voler “tralasciare” nel calcolo principale: cita la possibilità per i parlamentari di ottenere biglietti tramite un ufficio interno della Camera, parla di viaggi in business class e di spostamenti su treni, aerei e mezzi navali sul territorio italiano, sostenendo che non servirebbe giustificare la ragione del viaggio. Aggiunge altri esempi (telepass, bonus occhiali, bonus computer) ricordando un importo che riferisce alla sua esperienza da parlamentare: “2.500 euro a legislatura, non all’anno”.

Poi precisa: il suo calcolo, dice, si concentrerà “esclusivamente” sulle voci del trattamento economico del deputato.

Le cifre citate: indennità, diaria e rimborso per l’esercizio del mandato

Nel passaggio più dettagliato del suo intervento, Di Battista elenca le principali voci che – a suo dire – compongono il reddito e i rimborsi di un parlamentare.

1) Indennità parlamentare (stipendio)
Secondo quanto afferma, l’indennità lorda mensile sarebbe pari a 10.435 euro per 12 mensilità, mentre il netto sarebbe intorno a 5.500 euro al mese (“euro in più, euro in meno”, precisa).

2) Diaria
A questa cifra, dice, si aggiunge una diaria “esentasse” di circa 3.500 euro al mese come rimborso per le spese di soggiorno a Roma. Qui inserisce una critica politica: sottolinea che la diaria sarebbe riconosciuta anche a chi vive a Roma e cita esplicitamente Meloni come parlamentare “nata e cresciuta a Roma”, sostenendo che l’importo verrebbe comunque “bonificato” in modo forfettario.

3) Rimborso per l’esercizio del mandato
Poi richiama una voce istituita dall’Ufficio di Presidenza: un rimborso per le spese inerenti all’esercizio del mandato, che indica come sceso – dopo una riduzione – a 3.690 euro al mese (spiegando che originariamente era 4.190 e che sarebbe stato ridotto di 500 euro nel 2010). In questo passaggio afferma che il deputato può destinare la somma, interamente o in parte, all’assunzione di collaboratori e cita la modalità di gestione diretta per evitare fenomeni irregolari.

Il conto finale che attribuisce a Meloni: “quasi 3 milioni” da deputata

Arrivato alla parte conclusiva, Di Battista snocciola un riepilogo di cifre che attribuisce alla carriera parlamentare di Giorgia Meloni.

Indennità netta totale (solo indennità, “netti e non lordi”): 1.309.000 euro

Diaria totale (per vivere a Roma): 856.800 euro

Spese per l’esercizio del mandato: 439.110 euro

Spese di viaggio: cita 263.000 euro, dicendo però di avere “qualche dubbio” su quella cifra

Spese telefoniche:

24.525 euro da aprile 2006 a marzo 2014

14.200 euro da aprile 2014 “ad oggi”

 

Poi la frase che chiude il ragionamento: sommando tutto, dice, si arriva a una cifra “vicina ai 3 milioni”, che quantifica esattamente in 2.907.101 euro. E aggiunge: questa sarebbe una cifra guadagnata “legittimamente”, ma proprio per questo – sostiene – “con questa cifra il sondaggio se lo pagasse lei”.

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La cornice dell’intervento resta il referendum. Di Battista collega la questione del sondaggio alla necessità, da parte del governo, di capire come posizionarsi e come comunicare la riforma. Nella sua interpretazione, la spesa non sarebbe un dettaglio contabile ma un segnale: l’idea che si usino risorse pubbliche per aggiustare la strategia e massimizzare l’efficacia della campagna.

Il punto politico che martella è sempre lo stesso: se è una battaglia della maggioranza, la maggioranza – e non i cittadini – dovrebbe pagarne i costi indiretti. E l’accusa finale è costruita come una provocazione netta: dopo aver elencato cifre e rimborsi, Di Battista conclude che, se davvero si parla di 120mila euro per un sondaggio, “se lo pagasse lei”.

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