Di Battista e il super attacco frontale a Carlo Calenda – Ecco cosa gli ha contestato – VIDEO

L’attacco di Alessandro Di Battista a Carlo Calenda sulla “propaganda russa” non è solo l’ennesima scontro social: è un tassello di una partita più grande, che intreccia guerra in Ucraina, riarmo europeo, libertà di parola e ruolo dei servizi di sicurezza. Tutto nasce dal post del leader di Azione, che ha chiesto agli “organi preposti alla sicurezza dello Stato” di verificare eventuali legami tra l’ex deputato M5S e la propaganda del Cremlino.

Di Battista, che ha appena pubblicato il libro La Russia non è il mio nemico , risponde a muso duro: accusa Calenda di volerlo “schedare” perché non sopporta le sue idee, denuncia un clima di censura mascherata da difesa della sicurezza nazionale e ribalta il tavolo: il vero problema – sostiene – non sono i “putiniani”, ma il gigantesco business del riarmo che passa sopra le teste dei cittadini europei.

L’accusa di Calenda: “Verificare i legami con la propaganda russa”

Nel suo post su X, Carlo Calenda – senatore e segretario di Azione – scrive che “occorre chiarire” se Alessandro Di Battista, il cui libro riprenderebbe il nome di una campagna di propaganda del Cremlino in Occidente, sia in qualche modo legato:

  • a società che fanno propaganda per conto della Russia,

  • ad aziende che fanno business a Mosca,

  • considerando la sua forte esposizione televisiva e i passati rapporti tra M5S e Russia Unita.

Calenda arriva a dire che, a suo giudizio, “ci sono gli estremi per una verifica approfondita degli organi preposti alla sicurezza dello Stato”.

È una richiesta pesante, perché chiama in causa direttamente l’area dell’intelligence: non un normale scontro politico, ma il sospetto – da verificare – di possibili interferenze o legami opachi con un Paese considerato ostile dal fronte euro-atlantico.

Nel messaggio, Calenda richiama anche il passato rapporto tra il Movimento 5 Stelle e ambienti russi, citando un presunto accordo di cooperazione con Russia Unita – il partito di Vladimir Putin – e inserendo Di Battista in questo quadro come figura simbolica di un filone “filorusso” italiano.

Da tempo il leader di Azione denuncia quella che definisce una forte “infiltrazione della propaganda russa” nel dibattito pubblico europeo. La mossa su Di Battista è la traduzione più estrema di questa lettura: non solo critica politica, ma invito formale a un vaglio degli apparati di sicurezza.

La controffensiva di Di Battista: “Non sopporta le mie idee”

Dall’altra parte, Di Battista reagisce con un lungo testo (rilanciato sui social) in cui ribalta completamente la narrazione.

I passaggi chiave del suo ragionamento, che nel tuo testo riporti integralmente, si possono riassumere così:

  • Attacco alla legittimità della richiesta di Calenda
    Di Battista sottolinea che Calenda è “pagato con i nostri soldi” e che sta chiedendo un intervento dei servizi non perché esistano prove, ma perché “non gli piacciono le mie idee”, non gli piace quello che scrive, né il titolo del libro La Russia non è il mio nemico.
    Per lui, questo è il punto politico centrale: trasformare il dissenso sulla politica estera in materia da servizi segreti.

  • Difesa della libertà di opinione sul conflitto in Ucraina
    L’ex deputato sostiene che in Italia ci sono “milioni di cittadini” che non si sono bevuti “le balle della NATO e dell’Unione Europea” sulla genesi, sull’andamento e sulle prospettive della guerra in Ucraina.
    Secondo lui, chi critica la linea di Washington, Bruxelles e dei governi europei viene sistematicamente bollato come “putiniano” per zittire qualsiasi voce alternativa.

  • La tesi del libro: la costruzione del “nemico Russia”
    Di Battista spiega che ha scritto La Russia non è il mio nemico perché ritiene che la costruzione del “mostro” russo – lo “spauracchio di Mosca pronta ad attaccare tutta l’Europa” – sia parte di una strategia politico-mediatica:
    l’obiettivo, secondo lui, sarebbe far accettare all’opinione pubblica il colossale piano di riarmo europeo, presentato come inevitabile risposta alla minaccia russa.

  • Il ruolo dell’industria bellica e i dati SIPRI
    A sostegno della sua tesi, Di Battista richiama il recente rapporto del SIPRI (l’Istituto di Stoccolma per la ricerca sulla pace), secondo cui:

    • i 100 maggiori produttori di armi al mondo hanno aumentato nel 2024 i propri ricavi del 5,9%, raggiungendo la cifra record di 679 miliardi di dollari;

    • le imprese europee hanno registrato una crescita intorno al 13% dei ricavi da armamenti.

    Per Di Battista, questi numeri mostrano che la guerra – e la paura di nuove guerre – sono diventati il motore di una gigantesca speculazione finanziaria a beneficio di grandi gruppi industriali e fondi d’investimento, spesso statunitensi o europei.

  • La critica alla politica italiana ed europea
    Nel suo ragionamento, le risorse che finiscono nel complesso militare-industriale vengono “tolte” a sanità, scuola, infrastrutture. Un paradosso, dice, se si pensa che lo stesso Papa Francesco definisce “pazzi” i governi che continuano a investire in armi.
    In questo contesto, chi prova a “smontare la narrazione bellicista” diventa un bersaglio: e gli attacchi – sostiene – si intensificano proprio quando in qualche spiraglio si intravede la possibilità di un negoziato.

Il messaggio finale è politico e personale insieme: Di Battista non si limita a difendersi, ma accusa apertamente Calenda e altri esponenti del fronte atlantista di voler protrarre la guerra anche per una questione di “reputazione”: ammettere oggi di aver sbagliato analisi significherebbe perdere credibilità.

Libertà di espressione o rischio di ingerenze? Il confine sottile

Lo scontro Calenda–Di Battista mette a nudo una frattura che attraversa da anni il dibattito italiano ed europeo:

  • da un lato chi considera la propaganda russa un pericolo reale, capace di infiltrarsi nei media, nei social e nei partiti, e rivendica una risposta “muscolare” anche sul piano della sicurezza;

  • dall’altro chi vede in questa categoria un’etichetta elastica, usata per delegittimare oppositori politici, pacifisti, critici della NATO o del riarmo.

La richiesta di Calenda agli organi di sicurezza, pur non traducendosi automaticamente in un’inchiesta, sposta comunque l’asticella: il dissenso sul conflitto ucraino non viene solo contestato, ma associato all’ipotesi – tutta da dimostrare – di legami con apparati russi o con chi fa affari a Mosca.

È qui che si gioca la vera partita: quando un’opinione diventa “sospetta” al punto da giustificare l’intervento dei servizi? E chi decide il confine tra propaganda ostile e critica legittima alla linea di governo e alle scelte dell’Alleanza Atlantica?

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Conclusione: uno scontro che va oltre Calenda e Di Battista

Al netto dei toni durissimi, lo scontro tra Alessandro Di Battista e Carlo Calenda è il sintomo di una tensione più profonda.

Da un lato, c’è un pezzo della politica che, di fronte alla guerra in Ucraina, vede nella fermezza verso Mosca e nel contrasto alla propaganda russa una priorità assoluta – fino a evocare il coinvolgimento degli apparati di sicurezza anche quando si parla di un ex parlamentare italiano molto esposto mediaticamente.

Dall’altro, c’è chi denuncia una deriva securitaria e punta il dito su un sistema politico-mediatico che, mentre chiede sacrifici ai cittadini, accompagna un record storico nei profitti delle industrie belliche.

Le prossime mosse saranno decisive:

  • se gli organi di sicurezza daranno seguito, e in che forma, alla sollecitazione di Calenda;

  • se altri partiti sceglieranno di schierarsi, amplificando le accuse o difendendo il principio di libertà di espressione anche per le posizioni più controcorrente;

  • se il dibattito pubblico riuscirà a distinguere tra legittimo controllo su possibili interferenze straniere e uso politico del sospetto come strumento di delegittimazione.

Per ora, una cosa è chiara: questa storia non parla solo di un post, di un libro o di un ex deputato.
Parla di che cosa può essere detto – e contestato – in un Paese che si definisce democratico mentre è immerso, come il resto d’Europa, in una stagione di guerra e riarmo.

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