Un attacco frontale, senza sconti, che punta dritto alla politica estera del governo Meloni e alla collocazione internazionale dell’Italia. Alessandro Di Battista, intervenendo in televisione e rilanciando poi il passaggio sui social, accusa la presidente del Consiglio di obbedienza sistematica agli Stati Uniti, di silenzio davanti a violenze e abusi e di una postura che definisce apertamente servile. Non una critica episodica, ma una vera requisitoria politica e morale, che chiama in causa anche l’Unione Europea e il contesto geopolitico attuale.
“Meloni obbedisce a chiunque sia l’inquilino della Casa Bianca”
Il punto di partenza dell’intervento di Di Battista è netto: secondo lui, Giorgia Meloni segue le indicazioni di Washington a prescindere da chi governa gli Stati Uniti.
“La Meloni obbedisce sostanzialmente alla Casa Bianca, a chiunque sia l’inquilino. Ricorderete bene come abbia obbedito ai diktat di Biden quando alla Casa Bianca c’era Biden.”
Per Di Battista non si tratta di una scelta contingente, ma di un meccanismo strutturale, legato a una precisa idea di carriera politica:
“Lei evidentemente pensa che senza obbedienza non si possa fare carriera politica.”
Una convinzione che, a suo giudizio, si inserisce in una realtà più ampia e problematica:
“Purtroppo nel nostro paese, che è un protettorato statunitense, questa è la realtà.”
Il silenzio sulle “barbarie”: una scelta politica
Nel suo intervento, Di Battista lega la linea filoamericana della premier a un altro elemento centrale: il silenzio di fronte a episodi che lui definisce senza mezzi termini “barbarie” ed “esecuzioni”.
“La Meloni è stata zitta rispetto a queste barbarie esecuzioni. Tra l’altro non sono nuove.”
Di Battista chiarisce di non provare neppure sorpresa, perché afferma di non aver mai considerato gli Stati Uniti un modello di società:
“Gli Stati Uniti d’America non sono mai stati il mio modello di società, una società estremamente iniqua, dove molti cittadini reputano le armi da fuoco una sorta di estensione delle loro stesse braccia.”
Il discorso si fa ancora più duro quando parla delle forze dell’ordine americane:
“Ancora di più questi agenti che si comportano come una sorta di Gestapo moderna.”
Un linguaggio volutamente estremo, che serve a rendere evidente la distanza totale di Di Battista da quel modello politico e culturale.
L’impunità e la crisi di Trump
Secondo Di Battista, ciò che distingue il momento attuale è l’impunità di cui godrebbero certi apparati, favorita da un’amministrazione americana in difficoltà.
“Quel che è particolare oggi è l’impunità di cui godono questi agenti, ovviamente fornita da un governo che è in difficoltà.”
Il riferimento è diretto a Donald Trump, descritto come un leader che avrebbe tradito le promesse fatte al suo elettorato:
“Trump è in difficoltà perché ha tradito delle promesse elettorali. L’età dell’oro non c’è, i dazi non hanno funzionato come aveva promesso.”
E aggiunge:
“Continua a minacciare mezzo mondo e questo cozza con il suo stesso elettorato.”
In questo quadro, la postura italiana viene letta come un adeguamento opportunistico:
“La Meloni, evidentemente, per continuare a essere trampiana, sta zitta.”
Il caso dei carabinieri: “Una roba indecente”
Uno dei passaggi più duri riguarda un episodio che Di Battista definisce gravissimo: l’aggressione subita da due carabinieri italiani da parte di un colono-soldato israeliano.
“È una roba indecente.”
Per rafforzare il suo punto, Di Battista costruisce un paragone che mira a smascherare quello che considera un doppio standard:
“Pensate se fossero stati due parà militari russi a far uscire da una macchina due carabinieri italiani, a puntargli il fucile addosso. Che cosa sarebbe accaduto?”
La conclusione è una denuncia dell’atteggiamento italiano:
“Invece qui stanno tutti zitti. Convocano l’ambasciatore così tanto per.”
Un’accusa che va oltre Meloni
Pur concentrandosi sulla premier, Di Battista allarga il bersaglio anche all’Unione Europea, chiamata in causa nel frame complessivo di servilismo e responsabilità. Il messaggio è chiaro: non è solo un problema di governo italiano, ma di collocazione dell’Europa nel mondo e di subalternità politica e diplomatica.
“Le certezze stanno svanendo”: la chiusura politica
L’intervento si chiude con una riflessione più ampia, che prova a dare un senso storico all’attacco:
“Noi siamo in un contesto storico nel quale tutte le certezze che eravamo convinti di avere stanno svanendo.”
Una frase che sintetizza l’impostazione di Di Battista: la critica a Meloni non è episodica, ma fa parte di una lettura più ampia del presente, in cui alleanze, valori proclamati e narrazioni ufficiali vengono messi radicalmente in discussione.
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In conclusione, l’intervento di Alessandro Di Battista non mira a correggere una singola scelta del governo, ma a demolire l’impianto complessivo della politica estera italiana sotto Meloni: la descrive come una linea di subalternità strutturale agli Stati Uniti, accompagnata da un silenzio “selettivo” davanti a violenze e abusi e da un doppio standard che, a suo dire, diventa evidente quando in gioco ci sono alleati e non avversari. Il bersaglio, quindi, non è soltanto la premier, ma l’idea stessa di “collocazione” internazionale dell’Italia (e dell’Europa) come spazio politico incapace di autonomia, costretto a scegliere tra fedeltà e credibilità.
È un attacco che usa un registro volutamente radicale, morale prima ancora che diplomatico, per trasformare la politica estera in una questione di dignità nazionale: chi governa, nella narrazione di Di Battista, non può limitarsi a “stare nel campo”, deve rispondere anche della coerenza tra valori proclamati e comportamenti concreti. E dentro un tempo in cui “le certezze stanno svanendo”, il suo messaggio finale suona come una sfida: o l’Italia recupera una postura riconoscibile e indipendente, oppure continuerà a pagare — sul piano della fiducia e della credibilità — il prezzo di una linea percepita come obbedienza.



















