Di Maio shock, va da Meloni, fa i complimenti e poi attacca Conte, ecco cosa ha fatto – BUFERA

Luigi Di Maio torna a far parlare di sé su due piani che, messi insieme, raccontano una traiettoria politica e diplomatica sempre più spostata fuori dai confini del “vecchio” Movimento 5 Stelle: da un lato l’ipotesi di un nuovo incarico alle Nazioni Unite sul processo di pace in Medio Oriente, dall’altro il suo ritorno ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, accompagnato da dichiarazioni di apprezzamento verso il governo Meloni e da un attacco diretto a Giuseppe Conte.

Il risultato è un quadro in cui la figura dell’ex leader M5s appare come un personaggio in piena metamorfosi: non più solo “ex ministro e volto dei Cinque Stelle”, ma inviato Ue nel Golfo, ospite in un evento di FdI e potenziale candidato a una poltrona Onu che lo proietterebbe al centro del dossier Gaza.

Il ritorno ad Atreju: Di Maio rientra nella scena politica “di destra” (pur negandolo)

Secondo quanto riportato, Di Maio parteciperà per la prima volta dal 2021 – quando era ministro degli Esteri nel governo Draghi – a un dibattito sui temi internazionali ad Atreju, la kermesse dei giovani di Fratelli d’Italia a Roma.

Un rientro simbolico, perché Atreju non è un palco neutro: è un luogo identitario della destra meloniana. Eppure Di Maio, pur negando di avere simpatie a destra (“erano di mio padre”, viene riferito), sottolinea di aver apprezzato molto l’invito. In particolare, cita il coordinatore di FdI Giovanni Donzelli e la capo segreteria Arianna Meloni, rimarcando il clima di apertura e l’interlocuzione politica che lo riporta in un contesto che, fino a qualche anno fa, sarebbe apparso impensabile per l’ex enfant prodige del Movimento.

“Con Meloni l’Italia è affidabile”: la frase che segna la svolta

Il punto più rumoroso, dal punto di vista politico, è la dichiarazione attribuita a Di Maio: la stabilità politica e di governo degli ultimi anni avrebbe permesso all’Italia di essere percepita come un attore affidabile.

E qui arriva il passaggio chiave: Di Maio, da rappresentante delle istituzioni in Medio Oriente, parla dell’“essere italiani” come di un valore aggiunto grazie alla “postura” assunta dal Paese nelle principali crisi regionali. Non è solo una valutazione diplomatica: è una legittimazione politica dell’attuale governo, perché collega la credibilità internazionale dell’Italia alla stagione Meloni.

In pratica: l’ex capo politico M5s accredita l’idea che, con Meloni, l’Italia abbia guadagnato solidità e riconoscibilità esterna. Un messaggio che pesa ancora di più perché pronunciato da chi, per anni, è stato percepito come avversario della destra e poi come figura “di sistema” durante l’esperienza Draghi.

Il panel ad Atreju: “piena sintonia” e una platea trasversale

Nel racconto, Di Maio sostiene di trovarsi in “piena sintonia” con gli altri relatori del panel. La composizione è significativa perché mette insieme figure provenienti da mondi diversi:

Marco Minniti (ex ministro dell’Interno, area centrosinistra),

Giulio Terzi (ex ministro degli Esteri, area centrodestra),

Lorenzo Guerini (Copasir, area “riformista” del Pd),

Salvatore Caiata (deputato meloniano).


Questa “compagnia” è, di fatto, una fotografia della collocazione attuale di Di Maio: non dentro un campo politico definito, ma in un’area che punta a presentarsi come atlantista, istituzionale, securitaria, compatibile con più mondi.

E Atreju, in questo senso, diventa il luogo perfetto per un messaggio: io non sono più quello del 33%, sono uno che lavora nei dossier internazionali e dialoga con tutti.

“Non vado in Forza Italia”, ma l’elogio a Tajani resta

Altro passaggio utile a capire l’equilibrismo: Di Maio nega di voler passare a Forza Italia, ma nel contempo riconosce che Tajani sta facendo un lavoro importante.

È una formula che lascia aperte più interpretazioni: da un lato serve a smentire le voci di “trasloco” partitico, dall’altro mantiene un tono conciliante verso un partito che, per tradizione, è il ponte naturale tra centrodestra e diplomazia europeista.

Di Maio quindi prova a non farsi incasellare: non entro in FI, ma non attacco nemmeno Tajani.

La stoccata a Conte: “La differenza la fa sempre il leader”

Il momento più esplicitamente politico, però, arriva quando Di Maio torna a colpire il suo ex “nemico” interno: Giuseppe Conte.

Alla domanda sul perché il Movimento abbia perso consensi dopo il 33%, a differenza di FdI rimasto alto e stabile, Di Maio risponde con una frase che suona come una sentenza:

“La differenza la fa sempre il leader”.

È un colpo secco, perché non contesta una singola scelta politica di Conte: mette in discussione la sua capacità di guida, e lo fa in un contesto (Atreju e dintorni) dove quel tipo di attacco viene automaticamente letto come un assist alla narrazione avversaria: M5s in caduta, FdI stabile, la leadership che decide tutto.

E non va dimenticato l’antefatto: Di Maio lasciò il Movimento proprio dopo lo scontro con Conte e la rottura con l’asse storico del partito.

Il “salto” Onu: da inviato UE nel Golfo a coordinatore per il processo di pace?

A questo ritorno mediatico si intreccia l’altra notizia: l’ipotesi che Di Maio possa diventare coordinatore speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente, un ruolo di regia che lo porterebbe a lavorare sulla gestione e sul coordinamento dei soggetti delle Nazioni Unite attivi tra Israele e Territori palestinesi.

Nel quadro descritto, il suo compito sarebbe coordinare le strutture ONU che lavorano sul futuro dell’area e, per quanto di competenza, sostenere lo sviluppo del piano di pace collegato a Donald Trump. Se questa ipotesi dovesse concretizzarsi, Di Maio finirebbe al centro della questione più esplosiva: Gaza, i rapporti tra alleati, la pressione dell’opinione pubblica internazionale, e le fratture politiche in Europa.

Ed è qui che il ritorno ad Atreju assume un’altra luce: Di Maio non torna “solo” come ex politico, ma come figura che rivendica un profilo internazionale e che potrebbe ambire a un incarico ancora più alto. Le sue parole su “Italia affidabile con Meloni” diventano, in questa prospettiva, anche un biglietto da visita: io rappresento un Paese stabile, credibile, compatibile con i grandi dossier.

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Il ritorno di Di Maio ad Atreju, con parole di stima verso il governo Meloni e una critica frontale a Conte, non è un semplice cameo televisivo: è una mossa che parla a più pubblici.

Alla destra e ai centristi manda un messaggio: sono affidabile, atlantista, istituzionale.

Agli ex elettori M5s manda un messaggio implicito: il Movimento è crollato perché è cambiato il leader.

Alla comunità diplomatica suggerisce: posso essere utile nei grandi dossier, anche quelli più difficili come Gaza.


E se davvero l’Onu dovesse aprirgli le porte, questo doppio passaggio – elogi a Meloni e ritorno nel cuore della kermesse meloniana – rischia di essere ricordato come l’ennesimo momento in cui Di Maio ha spostato di un altro scatto la sua collocazione: sempre meno “movimentista”, sempre più “sistema”.

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