L’assenza che pesa
Nella giornata di ieri il commissario per il PNRR e ministro Raffaele Fitto non si è presentato alla riunione della Commissione europea in cui si discutevano le possibili sanzioni contro Israele. Un’assenza che non è passata inosservata e che, secondo l’opposizione e diversi osservatori, rappresenta l’ennesima prova di un governo italiano incapace – o non disposto – ad assumersi le proprie responsabilità nei dossier internazionali più delicati.
La scelta di Fitto di non presentarsi alla riunione è stata letta come un atto politico preciso: lasciare che l’Italia giochi di rimessa, evitando prese di posizione nette su un tema che scuote l’opinione pubblica e mette in crisi l’unità dell’Unione europea.
Il profilo di Fitto: potere senza passione politica
L’episodio conferma un tratto tipico della carriera politica di Raffaele Fitto: la capacità di restare sempre a galla senza mai esporsi troppo. Non un uomo di posizioni forti, né di battaglie ideali. Fitto si muove spesso in equilibrio, cercando protezioni e sponde che possano garantirgli potere e prestigio, più che un reale peso politico autonomo.
Questa sua inclinazione torna utile a Giorgia Meloni, che lo utilizza come scudo e come volto tecnico dietro cui nascondere le proprie scelte – o meglio, le proprie non-scelte – in materia di politica estera.
La strategia di Meloni: prendere tempo per Netanyahu
Dietro l’assenza di Fitto si intravede la strategia di Giorgia Meloni: allungare i tempi, rinviare le decisioni, diluire le trattative. L’obiettivo non è quello di trovare una soluzione condivisa in Europa, ma di concedere tempo e spazio a Netanyahu, evitando di inimicarsi l’alleato israeliano e mantenendo un profilo basso di fronte a un’opinione pubblica sempre più sgomenta per le immagini di violenza e distruzione che arrivano da Gaza.
Questa tattica permette al governo italiano di non assumere mai una linea di rottura, di non dire né sì né no, e al contempo di evitare lo scontro con i partner europei. Ma è una strategia che, sul lungo periodo, rischia di isolare l’Italia e di farla apparire come l’anello debole del fronte comunitario.
I legami con Israele e Trump
Il silenzio del governo Meloni ha anche altre radici. Da tempo la presidente del Consiglio ha legato parte della sicurezza informatica italiana agli accordi con Israele, affidando a Netanyahu un ruolo centrale nel campo della cybersicurezza. Una scelta che oggi le impedisce di assumere posizioni critiche senza rischiare contraccolpi diretti.
Allo stesso tempo, Meloni non può permettersi di compromettere i rapporti con Donald Trump e con la galassia dei suoi affari internazionali, compresi quelli immobiliari che spesso incrociano interessi israeliani e statunitensi. Anche in questo caso, la convenienza politica prevale sulla difesa dei diritti umani e sulla coerenza della politica estera.
Le sanzioni: blande ma decisive
Paradossalmente, le sanzioni in discussione non rappresentavano un attacco radicale a Israele. Si tratta di misure limitate, blande, quasi simboliche, che avrebbero avuto più il valore di un segnale politico che di uno strumento effettivo di pressione. Eppure, il solo fatto di discuterne ha spinto il governo Meloni a fare un passo indietro, o meglio, a scappare dalla responsabilità di decidere.
Eppure, l’Italia ha un ruolo cruciale: senza il suo voto, difficilmente si raggiungerà la maggioranza qualificata necessaria all’approvazione delle misure. Un’occasione persa per dare voce a chi chiede giustizia e per dimostrare che l’Europa non è disposta a chiudere gli occhi davanti alla tragedia in corso.
L’Italia che si inginocchia
La mancata presenza di Fitto alla Commissione non è un dettaglio burocratico, ma l’emblema di una linea politica: quella di un’Italia che prende tempo per poi piegarsi, che evita lo scontro solo per non compromettere rapporti di potere.
Il governo Meloni, incapace di una visione autonoma, si conferma così subalterno agli interessi esterni e ostaggio delle proprie ambiguità. Nel frattempo, a Gaza la situazione precipita e l’Europa resta paralizzata. E mentre i cittadini chiedono decisioni, l’Italia sceglie la strada più comoda: quella della fuga.
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L’assenza di Raffaele Fitto alla Commissione europea sulle sanzioni a Israele va ben oltre il singolo episodio: è il simbolo di un governo che preferisce sottrarsi piuttosto che assumersi responsabilità. L’Italia, sotto la guida di Giorgia Meloni, sceglie di rinviare, prendere tempo, evitare prese di posizione nette, a costo di apparire debole e subalterna. In un momento in cui a Gaza si consuma una tragedia umanitaria e l’Europa cerca faticosamente una linea comune, il nostro Paese si rifugia nell’ambiguità. Una fuga che rischia di isolare l’Italia sul piano internazionale e di condannarla a un ruolo marginale, incapace di incidere sulle grandi scelte della politica estera.



















