Disastro Nordio – Meloni – Arriva il responso della magistratura internazionale – Ultim’ora

L’ultima bordata contro la riforma della giustizia targata Meloni-Nordio arriva dall’Europa.
L’associazione MEDEL – Magistrats Européens pour la Démocratie et les Libertés, che riunisce magistrati di numerosi Paesi Ue, ha pubblicato una dura dichiarazione in cui accusa il progetto italiano di mettere a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Un giudizio che si aggiunge ai rilievi già arrivati dall’ONU e da altre organizzazioni internazionali, trasformando la riforma in un caso politico non solo interno ma europeo.

Che cosa prevede la riforma Nordio

La riforma, approvata dal Parlamento a ottobre e destinata a passare per un referendum costituzionale nel 2026, interviene sul cuore dell’ordinamento giudiziario italiano:

  • separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri;

  • creazione di due Consigli superiori distinti (uno per i giudici, uno per i pm);

  • introduzione del sorteggio per la scelta di molti componenti dei Consigli;

  • istituzione di una Alta Corte disciplinare che sostituisce il Csm nelle sanzioni ai magistrati.

Il governo sostiene che queste modifiche servano a rendere la giustizia più efficiente, “depurare” il Csm dalle correnti e garantire una maggiore imparzialità, ricordando che in diversi Paesi europei le carriere di giudici e pm sono già separate.

Per gran parte della magistratura associata, però, si tratta di una “controriforma” che indebolisce gli anticorpi di uno Stato di diritto fondato sul controllo reciproco dei poteri. Le critiche italiane ora trovano un sostegno esplicito anche oltre confine.

Chi è MEDEL e perché interviene

MEDEL è una storica associazione sovranazionale di magistrati, nata negli anni ’80 e oggi con sede a Strasburgo. Riunisce organizzazioni giudiziarie di numerosi Paesi europei e ha come missione la difesa della democrazia, dello Stato di diritto e delle libertà fondamentali.

Il 22 novembre, riunita ad Atene, l’associazione ha approvato una dichiarazione ufficiale sulla riforma costituzionale italiana, poi pubblicata in più lingue. Nel testo si esprime “forte preoccupazione” per una legge che, benché presentata come semplice “separazione delle carriere”, in realtà – secondo MEDEL – stravolge la struttura costituzionale che finora ha garantito l’indipendenza del sistema giudiziario e del suo organo di autogoverno, senza introdurre garanzie equivalenti.

“Si rompe l’unità della magistratura e si indebolisce il Csm”

Il cuore delle critiche europee riguarda tre punti:

  1. Fine dell’“unità” della magistratura
    La Costituzione italiana ha finora considerato giudici e pubblici ministeri come appartenenti a un unico ordine, con le stesse garanzie di indipendenza esterna. Secondo MEDEL, la riforma cancella questo principio e espone gli uffici di Procura a possibili condizionamenti del potere esecutivo, aprendo la strada a pressioni e interferenze sulla funzione requirente.

  2. Due Csm depotenziati e scelti in larga parte per sorteggio
    Il nuovo sistema prevede due Consigli superiori separati, con una componente togata non più eletta dai magistrati ma estratta a sorte, e membri laici selezionati dal Parlamento e poi sorteggiati. Per l’associazione europea questo modello svilisce il Consiglio superiore, ne riduce la rappresentatività e ne limita le prerogative, proprio mentre in altri Paesi europei – come ricordano le vicende di Polonia e Ungheria – i Consigli sono chiamati

  1. Alta Corte disciplinare “speciale” e senza vero controllo
    Le funzioni disciplinari vengono spostate dal Csm a una nuova Alta Corte, definita da MEDEL un giudice “speciale ed esclusivo”: decide sia in primo grado sia in appello sulle sanzioni ai magistrati, senza un ulteriore vaglio di un organo terzo come la Cassazione. Anche la composizione di questa Corte è affidata in gran parte al sorteggio tra magistrati con almeno vent’anni di anzianità, mentre i membri laici arrivano da liste predisposte dal Parlamento, con tre designazioni del Presidente della Repubblica. Per l’associazione, un meccanismo così costruito non offre sufficienti garanzie di indipendenza e di controllo effettivo sulle decisioni disciplinari.

Nel suo documento MEDEL inserisce il caso italiano in un quadro più ampio: sottolinea che in vari Paesi europei le sanzioni disciplinari sono state usate negli ultimi anni per punire o mettere a tacere magistrati scomodi, e che in un contesto globale di “attacco allo Stato di diritto” i governi dovrebbero rafforzare i meccanismi di controllo, non indebolirli.

L’associazione chiude esprimendo pieno sostegno all’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) e a “tutti i magistrati italiani” che difendono l’indipendenza della giurisdizione, rivendicando il diritto-dovere dei giudici di intervenire nel dibattito pubblico quando sono in gioco garanzie costituzionali.

Non solo MEDEL: ONU, IAJ ed EAJ contro la riforma

Il pronunciamento di MEDEL non è un fulmine isolato. È l’ultimo tassello di un fronte internazionale sempre più ampio.

  • Il 23 ottobre 2025 la relatrice speciale dell’ONU per l’indipendenza di giudici e avvocati, Margaret Satterthwaite, ha inviato al governo italiano una lunga nota ufficiale. Nel documento chiede chiarimenti sugli effetti di separazione delle carriere, sorteggio dei membri dei Consigli e istituzione dell’Alta Corte, avvertendo che la riforma potrebbe indebolire lo status dei pm e ridurre le garanzie di controllo sulle sanzioni disciplinari, in potenziale contrasto con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia.

  • A metà ottobre, l’International Association of Judges (IAJ), riunita in assemblea a Baku, ha rivolto direttamente al Senato italiano un appello a “fermare la riforma Nordio”, sostenendo che gli interventi allo studio “mirano a indebolire la posizione della magistratura e ad aprire la porta a possibili influenze esterne”.

  • Già a maggio, la European Association of Judges (EAJ) aveva esortato il governo Meloni a rinunciare al progetto di revisione costituzionale, proprio per i rischi connessi alla separazione delle carriere e alla riscrittura del Csm.

Ne risulta un quadro piuttosto inedito: tre differenti organismi internazionali di magistrati, più un organo delle Nazioni Unite, convergono nel giudizio critico su una riforma che – viene ricordato – arriva da un Paese fondatore dell’Unione europea e storicamente considerato allineato agli standard del Consiglio d’Europa sullo Stato di diritto.

Le difese del governo e il dibattito interno

Dal canto suo, l’esecutivo continua a rivendicare la bontà della riforma.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio ripetono che la separazione delle carriere e il nuovo sistema di nomina del Csm sono coerenti con i modelli in vigore in molte democrazie europee e che serviranno a ridurre il peso delle correnti nella gestione delle carriere, garantendo più imparzialità e meno politicizzazione.

Alcuni magistrati e giuristi vicini alla riforma sostengono, ad esempio, che il sorteggio dei membri del Consiglio superiore possa rafforzare la neutralità tecnica dell’organo e spezzare il potere delle correnti, giudicando eccessivi o mal posti i timori dell’ONU e delle associazioni giudiziarie europee.

Ma il fronte critico interno resta molto largo: oltre all’Anm, si sono espressi contro la riforma anche sigle come Magistratura democratica, numerosi accademici e associazioni forensi. L’ultimo rapporto della Commissione europea sullo Stato di diritto ha già registrato le riserve della magistratura italiana sulla separazione delle carriere e sulle modifiche al Csm, indicando il tema come sensibile per l’equilibrio dei poteri.

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Conclusione: una riforma nazionale sotto osservazione internazionale

Con la dichiarazione di MEDEL, la riforma Nordio esce definitivamente dai confini del dibattito interno e diventa un caso osservato dalla comunità giuridica internazionale.
Da un lato, il governo italiano rivendica il diritto di ridisegnare il proprio sistema giudiziario in nome dell’efficienza e della lotta alla politicizzazione delle toghe; dall’altro, magistrati europei, associazioni internazionali e una relatrice dell’ONU avvertono che proprio queste modifiche rischiano di indebolire i contrappesi che proteggono i cittadini dagli abusi di potere.

Sarà il referendum costituzionale a dire se gli elettori italiani condivideranno il progetto di Palazzo Chigi oppure le preoccupazioni dei magistrati. Ma una cosa è già evidente: l’esito non riguarderà solo l’assetto della giustizia in Italia, bensì anche la credibilità del Paese come partner affidabile nella difesa dello Stato di diritto in Europa.

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