Disastro shock Governo e Nordio – Arriva l’ultima sconvolgente notizia su Almasri – L’ACCADUTO

Roma – Tripoli, 5 novembre 2025 –
Un caso internazionale destinato a sollevare polemiche e imbarazzo politico in Italia.
Il generale Osama Njeem Almasri, capo della “polizia giudiziaria” libica, è stato arrestato a Tripoli su ordine della Procura generale con l’accusa di torture, crudeltà e violenze sistematiche ai danni dei detenuti nel famigerato carcere di Mitiga, nella capitale libica.

Secondo le autorità di Tripoli, Almasri avrebbe diretto personalmente campagne di repressione all’interno della struttura, utilizzata negli anni scorsi come centro di detenzione per oppositori politici, migranti e presunti miliziani.
Ma la vicenda assume contorni ancora più gravi: l’uomo, ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI) per crimini di guerra e contro l’umanità, era già stato fermato in Italia lo scorso gennaio, a Torino, e rilasciato pochi giorni dopo per quella che la stampa libica definisce “l’inerzia del governo italiano”.

Fermato in Italia e liberato “per inerzia”

Il fermo di Almasri a Torino era avvenuto su mandato della Corte penale internazionale, che ne chiedeva l’arresto per il suo ruolo nei centri di detenzione sotto controllo del Ministero della Giustizia libico.
Il generale era stato trattenuto per alcune ore e interrogato, ma il Ministero della Giustizia italiano, allora impegnato in un delicato equilibrio diplomatico con il governo di Tripoli, non chiese la convalida dell’arresto né l’applicazione di una misura cautelare.

Dopo meno di una settimana, Almasri fu rimpatriato in Libia su un volo dei servizi, ufficialmente per “ragioni di sicurezza nazionale”.
Una scelta che, oggi, torna a pesare sulle relazioni tra Roma e Tripoli: la magistratura libica lo ha ora arrestato per gli stessi crimini che la CPI contestava già mesi fa.

Le accuse della Procura libica: torture e violenze sistematiche

L’inchiesta della Procura generale di Tripoli si basa su decine di testimonianze di ex detenuti del carcere di Mitiga, che descrivono un regime di terrore, punizioni fisiche, pestaggi e detenzioni arbitrarie.
Secondo l’accusa, Almasri avrebbe diretto un vero e proprio “sistema di tortura istituzionalizzato”, ordinando personalmente esecuzioni sommarie, privazioni di cibo, isolamento prolungato e sevizie contro chi era ritenuto ostile al governo di unità nazionale.

Le immagini e i documenti raccolti dagli inquirenti libici — ora trasmessi anche alla CPI — mostrerebbero celle sovraffollate, corpi con segni di violenza e registri falsificati per coprire le morti sotto custodia.
Il generale è ora in stato di detenzione cautelare a disposizione della magistratura libica, che ha annunciato la volontà di processarlo “con la massima trasparenza”.

Il ruolo controverso dell’Italia

Il caso ha scatenato una bufera politica a Roma.
La notizia che Almasri fosse passato dall’Italia senza essere consegnato alla Corte dell’Aja solleva interrogativi sull’operato del governo e del Ministero della Giustizia.

Secondo fonti giudiziarie, la liberazione del generale fu dovuta alla mancanza di una procedura formale di estradizione e a “ragioni diplomatiche”, dato che Almasri rappresentava un funzionario in servizio di un governo riconosciuto internazionalmente.
Tuttavia, la mancata richiesta di convalida dell’arresto da parte italiana è stata interpretata da più parti come una grave omissione.

Le opposizioni hanno parlato di “complicità politica” e di “vergognosa fuga dalle responsabilità internazionali”.
La senatrice dem Marianna Madia ha dichiarato:

“Se l’Italia avesse agito come previsto dai trattati, oggi Almasri sarebbe all’Aja e non a Tripoli. Questo governo ha scelto di chiudere gli occhi per non compromettere rapporti economici e accordi sui migranti.”

Le reazioni internazionali

La Corte penale internazionale ha espresso “preoccupazione e rammarico” per la mancata collaborazione dell’Italia nella consegna del generale.
Un portavoce della CPI, citato dall’agenzia Reuters, ha confermato che “Almasri era oggetto di mandato di arresto internazionale per violazioni gravi dei diritti umani”, e che “la cooperazione italiana si è interrotta improvvisamente dopo l’intervento del governo di Tripoli”.

L’ONU ha chiesto “chiarezza e trasparenza” sulla vicenda, invitando Roma a rendere pubblici i motivi della scarcerazione.
Anche Human Rights Watch e Amnesty International hanno accusato il governo italiano di aver “favorito l’impunità di un responsabile di crimini di guerra”.

La risposta di Tripoli: “Giustizia sarà fatta”

Da Tripoli, il procuratore generale ha fatto sapere che il procedimento contro Almasri “sarà condotto in piena autonomia, secondo la legge libica”.
Secondo fonti vicine al governo, l’arresto del generale — che finora aveva goduto di ampia protezione — segnerebbe un cambio di linea da parte delle autorità, sotto pressione per gli scandali legati ai centri di detenzione dei migranti.

Il ministro della Giustizia libico ha parlato di “un passo storico verso la responsabilità”, affermando che “nessuno, neanche chi ha servito lo Stato, può essere al di sopra della legge”.

Un nuovo caso diplomatico per Roma

L’arresto di Almasri in Libia mette ora l’Italia in una posizione imbarazzante di fronte ai partner europei e alla comunità internazionale.
La vicenda rischia di compromettere gli accordi bilaterali sulla cooperazione giudiziaria e sui migranti, già oggetto di critiche per il ruolo delle autorità libiche nei respingimenti e nelle violenze nei centri di detenzione.

A livello politico, l’opposizione ha annunciato la richiesta di una commissione parlamentare d’inchiesta, mentre da Palazzo Chigi si è limitati a parlare di “una valutazione tecnica dell’epoca, legata alla complessità del caso”.

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Il caso Almasri rappresenta l’ennesimo nodo irrisolto nei rapporti tra Italia e Libia, dove gli interessi geopolitici e la cooperazione sul controllo dei flussi migratori sembrano spesso prevalere sulla tutela dei diritti umani.

Il generale che Roma non ha consegnato alla giustizia internazionale è ora nelle mani di quella stessa giustizia nazionale libica, accusato dei crimini che il mondo denuncia da anni.
Un paradosso che, ancora una volta, mostra quanto il confine tra diplomazia e responsabilità morale resti sottile, soprattutto quando a pagare il prezzo sono le vittime delle torture e della crudeltà impunita nei centri di detenzione libici.

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