Quando erano all’opposizione, Giorgia Meloni e Matteo Salvini tuonavano in coro:
“La legge Fornero è una vergogna, la cancelleremo appena andremo al governo.”
Oggi, invece, la realtà è ben diversa.
Secondo quanto riportato da Sky TG24 nel dettaglio del Documento programmatico di bilancio 2026, dal 2027 l’età pensionabile in Italia salirà a 67 anni e 3 mesi, con un adeguamento automatico legato alla speranza di vita certificata dall’Istat.
Un aumento che, secondo le stime della Ragioneria dello Stato, porterà un risparmio complessivo di circa 3 miliardi di euro a regime, ma che si traduce in un nuovo sacrificio per milioni di lavoratori italiani.
L’aumento dell’età pensionabile: cosa prevede la manovra
Nel Documento inviato alla Commissione europea si legge chiaramente:
“Con riferimento alle pensioni, nel biennio 2027-2028, si conferma – ad esclusione dei lavori gravosi e usuranti – l’aumento graduale dei requisiti di accesso al pensionamento connessi all’adeguamento all’aspettativa di vita.”
In pratica, solo chi svolge attività particolarmente faticose o rischiose verrà esentato. Tutti gli altri dovranno restare al lavoro più a lungo, esattamente come previsto dalla riforma Fornero del 2011, quella che la destra prometteva di cancellare “il primo giorno di governo”.
Dalla propaganda al realismo contabile
L’aumento dell’età pensionabile non è un caso isolato: rappresenta la continuità di un impianto normativo che, negli ultimi vent’anni, ha sempre spostato in avanti il momento del pensionamento.
Dalla riforma Amato (1992), passando per la Dini (1995), fino alla Fornero (2011), il principio è rimasto lo stesso: più anni di lavoro per bilanciare i conti pubblici.
Il governo Meloni, pur avendo costruito parte della propria identità politica sulla promessa di “superare la Fornero”, oggi si trova a fare esattamente l’opposto.
La scelta di non sterilizzare l’aumento per la maggior parte dei lavoratori deriva dalla necessità di mantenere sotto controllo la spesa previdenziale, in vista di una manovra economica che si preannuncia rigida, condizionata dai vincoli europei e dal ritorno del Patto di stabilità.
Le contraddizioni di Meloni e Salvini
Le stesse parole pronunciate in campagna elettorale tornano ora come un boomerang politico.
Nel 2018, Matteo Salvini prometteva “quota 41 per tutti” e giurava che “nessuno sarebbe più dovuto arrivare a 67 anni”.
Nel 2019, la stessa Giorgia Meloni dichiarava:
“La legge Fornero è disumana, va cancellata e sostituita con un sistema equo che tenga conto dei sacrifici di chi lavora.”
Cinque anni dopo, la realtà è questa: nessuna abolizione, nessuna riforma strutturale, ma un nuovo incremento dei requisiti di età che consolida proprio quel sistema giudicato “disumano”.
Anche misure come Quota 103 o Opzione donna, bandiere sventolate come alternative alla Fornero, sono state via via ridimensionate o rese inaccessibili da paletti stringenti sui contributi, sull’età e sui coefficienti penalizzanti.
Il nodo politico: le pensioni come simbolo del tradimento sociale
Il tema pensionistico ha sempre rappresentato un terreno simbolico per il consenso politico, soprattutto tra lavoratori e piccoli imprenditori.
L’attuale governo, però, sembra aver abbandonato quella narrativa “popolare” che lo aveva portato al potere, scegliendo la linea del rigore.
Per i sindacati, l’aumento dell’età pensionabile “è un tradimento del patto sociale con milioni di lavoratori”, mentre l’opposizione parla apertamente di “presa in giro”.
La senatrice Emma Pavanelli (M5S) ha sintetizzato il malcontento con un post diventato virale:
“All’opposizione gridavano ‘La legge Fornero è una vergogna!’.
Al governo, hanno appena alzato l’età pensionabile. Tradimenti su tradimenti.”
Uno sguardo storico: 20 anni di riforme e sacrifici
Negli ultimi vent’anni, l’età di pensionamento in Italia è passata:
da 60 anni per gli uomini e 55 per le donne (prima della riforma Amato del 1992),
a 65 e 60 con la riforma Dini,
fino ai 67 anni attuali introdotti progressivamente dalla Fornero.
Con il nuovo adeguamento, nel 2027 si arriverà a 67 anni e 3 mesi, un record storico per il sistema previdenziale italiano, tra i più rigidi d’Europa.
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La nuova stretta sulle pensioni rappresenta, di fatto, la resa definitiva del governo Meloni alla logica della Fornero.
Nonostante le promesse di “abolizione”, la destra al potere ha scelto la strada dell’austerità e del calcolo contabile, piegandosi alle stesse regole che per anni ha definito “ingiuste e inumane”.
Il risultato è paradossale: chi aveva promesso di restituire “dignità a chi lavora” finisce per chiedergli di lavorare ancora più a lungo.
Un tradimento politico e simbolico che segna, forse, la fine definitiva del mito del “governo del popolo”.



















