Dopo mesi di sostanziale silenzio pubblico, Beppe Grillo torna a farsi sentire dal luogo simbolo della sua parabola politica e comunicativa: il blog. Lo fa con un post di fine anno dai toni dolenti e graffianti, in cui alterna riflessioni personali, considerazioni amare sul clima del Paese e stilettate contro la politica. Il fondatore del Movimento 5 stelle rientra così nello spazio che per anni è stato la sua “piazza” quotidiana, scegliendo un registro che mescola filosofia da palcoscenico e sarcasmo, in una narrazione che mette al centro il tema della giustizia e la sensazione di un sistema politico immobile, ripetitivo, quasi “morto che cammina”.
Il testo, breve ma denso di immagini e frasi ad effetto, ha immediatamente riattivato l’attenzione attorno alla figura di Grillo e al suo rapporto sempre più intermittente con l’attualità. E soprattutto ha riacceso, sullo sfondo, il legame tra il suo discorso pubblico e le vicende che negli ultimi mesi hanno investito la sua sfera personale.
“Il mio tempo non è ancora venuto”: la posa del “postumo”
La frase più evocativa del post è quasi una firma: “Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo”. Grillo torna adottando la sua tipica postura da “fuori dal tempo”, come se parlasse dal futuro o da un altrove morale, separato dal frastuono quotidiano e dalle dinamiche della cronaca politica. L’idea del “postumo” è un modo per presentarsi come voce che non rincorre l’immediato, che non compete con l’agenda dei partiti e che, almeno nelle intenzioni dichiarate, osserva e giudica da una distanza superiore.
È un ritorno che gioca sul paradosso: Grillo rientra in scena proprio rivendicando l’assenza. Non torna per dire “eccomi”, ma per spiegare che il suo tacere non era un vuoto, bensì una scelta.
“Il silenzio è la forma più elevata di presenza”
Il cuore della premessa è infatti la difesa del proprio silenzio, descritto come “la forma più elevata di presenza”. Grillo scrive di averlo scelto perché “arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore”. È un passaggio coerente con il suo stile: la critica alla sovrapproduzione di dichiarazioni, alla politica come talk infinito, al commento compulsivo.
Ma è anche un modo per legittimare una lunga fase in cui la sua figura è apparsa più defilata rispetto al passato, mentre il Movimento – nato come sua creatura – ha attraversato cambiamenti, fratture e trasformazioni. In poche righe, Grillo ripropone una narrazione già sperimentata altre volte: l’assenza non come ritirata, ma come selezione, come superiorità rispetto alla “chiacchiera”.
La “giustizia usata come clava”: il passaggio più sensibile
Il punto politicamente più delicato è la parte dedicata alla giustizia, definita una parola “solenne” che viene “agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava”. È qui che il post assume una valenza che va oltre la critica generica al sistema: le parole arrivano infatti a poche settimane dalla condanna a otto anni inflitta al figlio del comico e ai suoi amici genovesi per violenza sessuale di gruppo (come riportato nel testo).
Grillo non entra in dettagli giudiziari, ma costruisce un discorso emotivo e morale: parla di “ferite che non fanno notizia” e che “cambiano il modo di guardare il mondo”. Inserisce l’esperienza nel linguaggio dei bilanci di fine anno, come se volesse dire che esiste una dimensione privata e dolorosa che sfugge alla contabilità pubblica, ma che determina la percezione della realtà.
Da qui un altro passaggio chiave: “la verità segue percorsi tortuosi” e “la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto”. È una frase che, letta politicamente, suona come critica al funzionamento complessivo della macchina giudiziaria; letta nel contesto, appare inevitabilmente connessa a un momento familiare drammatico, diventando anche un tentativo di dare forma pubblica a un dolore privato.
Il ritorno alle immagini forti: “politici zombie con la scorta tra i palazzi”
Accanto al tema della giustizia, Grillo riprende un’icona retorica che gli appartiene da tempo: la politica come teatro stanco, ripetitivo, autoreferenziale. Scrive che “la politica continua a recitare”, che cambiano “sigle, simboli, accordi”, ma “le facce sono sempre le stesse”. E le descrive “come zombie” che “si trascinano con la scorta tra i palazzi”.
È una fotografia volutamente grottesca, che mira a delegittimare l’intero ceto politico rappresentandolo come un corpo senza vita che continua a muoversi per inerzia e per privilegio. Non è un’immagine nuova nel repertorio grillino, ma qui viene riproposta in chiave di fine anno: come se, nel bilancio complessivo, l’Italia non avesse cambiato davvero pelle.
Il precedente del 2022: gli “zombie” e l’album dei fuoriusciti
L’immagine degli “zombie” richiama anche un precedente esplicito ricordato nello stesso testo: Grillo l’aveva già usata nell’agosto 2022, in un “album sarcastico” dedicato ai fuoriusciti dal Movimento 5 stelle. In quel contesto, la definizione colpiva nomi di primo piano del mondo ex grillino: da Luigi Di Maio a Davide Crippa, da Laura Castelli a Federico D’Incà.
La citazione del 2022 serve a collocare il ritorno sul blog dentro una continuità: anche quando il Movimento si è trasformato, Grillo mantiene invariato un tratto identitario del suo linguaggio politico, fatto di caricature e categorie nette, dove gli avversari (o gli ex alleati) diventano maschere.
Un ritorno “dolente” ma non pacificato
Il post viene descritto come segnato da “toni dolenti” e “qualche stilettata”. In effetti, è una combinazione che rende il ritorno ambiguo: personale e politico insieme, ma senza mai dichiarare davvero una direzione. Grillo sembra voler affermare la propria presenza senza tornare a una militanza quotidiana; vuole giudicare senza rientrare nelle logiche di partito; vuole colpire senza aprire un fronte organizzato.
È una postura che può parlare a due pubblici diversi: chi ancora vede nel fondatore una coscienza critica capace di svelare ipocrisie, e chi invece considera questo tipo di interventi un ritorno tardivo, legato più alle vicende personali che a un progetto politico.
Il significato del post: una firma, più che un manifesto
Nel complesso, il testo non è un programma e non è un annuncio. È una firma: un modo per dire “ci sono” senza dire “torno”. Grillo sceglie di ripresentarsi con poche frasi ad alto impatto – “postumo”, “silenzio”, “clava”, “zombie” – che sintetizzano il suo immaginario e rimettono al centro i suoi bersagli tradizionali: politica, linguaggio pubblico, uso strumentale dei valori.
Ma proprio per questo, il ritorno pesa anche per ciò che non dice: nessun riferimento diretto al Movimento, nessuna parola sull’evoluzione interna, nessuna indicazione sul ruolo futuro. Solo un rientro simbolico nel blog, come gesto di presenza.
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Un fine anno che riapre il “caso Grillo”
Il post, pubblicato a fine 2025, chiude l’anno con una riapparizione che inevitabilmente riaccende il “caso Grillo”: quanto conta ancora la sua voce? È un fondatore che osserva da lontano o un protagonista pronto a rientrare nel dibattito? È un commentatore morale o un attore politico?
Per ora, la risposta sembra stare proprio nella sua frase più teatrale: “Il mio tempo non è ancora venuto”. Grillo si presenta come qualcuno che non ha finito di parlare, ma che sceglie quando farlo. E lo fa tornando dove tutto era cominciato: sul blog, con un colpo di scena di fine anno e con la sua vecchia arma preferita, l’immagine che graffia.



















