C’è un’assenza che, più della presenza, sta facendo rumore. Mentre il Golfo Persico è diventato uno dei punti più incandescenti del pianeta, con missili, droni, minacce su Hormuz e un’escalation che coinvolge Stati Uniti, Iran, Israele e i Paesi arabi della regione, torna al centro del dibattito il nome di Luigi Di Maio, oggi rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo. E la domanda che circola con sempre maggiore insistenza è semplice quanto pesante: dov’è finito?
A rilanciare il caso è un articolo pubblicato da Open che riprende una ricostruzione del Fatto Quotidiano: secondo questa lettura, Di Maio sarebbe rimasto sostanzialmente in silenzio dall’inizio della guerra, nonostante il conflitto abbia colpito proprio l’area geografica che rientra nel cuore del suo mandato europeo. L’ultimo intervento pubblico riconoscibile, secondo quanto riportato, risalirebbe alla vigilia dell’attacco che ha fatto precipitare la situazione.
Un incarico nato per presidiare il Golfo
Di Maio è stato nominato rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo dal Consiglio Ue nel maggio 2023. Il suo ruolo riguarda il rafforzamento dei rapporti politici, economici e strategici tra Bruxelles e i Paesi del Golfo, in un’area ritenuta centrale per gli equilibri energetici e diplomatici globali. La sua attività è stata in passato anche valorizzata in documenti ufficiali europei, come la dichiarazione congiunta del Consiglio ministeriale Ue-Gcc dell’ottobre 2025, che ha esplicitamente lodato il lavoro svolto dal rappresentante speciale per il Golfo.
È proprio questo il punto che rende la polemica più acuta: se l’incarico esiste per presidiare una regione strategica in tempi normali, tanto più sarebbe atteso un protagonismo politico e diplomatico quando quella stessa regione entra in una guerra aperta.
Il silenzio dall’inizio del conflitto
Secondo Open, che rilancia il Fatto Quotidiano, l’ultima uscita pubblica rilevante di Di Maio prima della guerra risale al 27 febbraio, quando era a Roma per un convegno sul Golfo descritto come “hub di trasformazione strategica globale”. Il giorno dopo, però, la situazione è precipitata con l’attacco contro Teheran e la casa di Ali Khamenei, e da lì in avanti sarebbe iniziata una lunga fase di sostanziale silenzio pubblico.
L’articolo sottolinea che, mentre missili e droni colpivano o minacciavano Paesi come Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti — cioè proprio gli Stati che rientrano nel perimetro politico del suo incarico — Di Maio non avrebbe avuto una presenza pubblica visibile paragonabile alla gravità della crisi.
Il segnale debole del 13 marzo
Lo stesso Open segnala che un segnale della sua attività è riemerso il 13 marzo, quando Di Maio è intervenuto in videocollegamento a LetExpo di Verona parlando di de-escalation. Ma nella ricostruzione critica rilanciata dal giornale, questa apparizione viene giudicata insufficiente rispetto al peso della crisi in corso.
Il problema, in sostanza, non è che Di Maio sia completamente scomparso dai radar istituzionali, ma che la sua voce pubblica appaia estremamente debole, marginale o comunque non all’altezza del ruolo che ricopre in una regione che si trova improvvisamente al centro della scena mondiale.
Intanto si muove Kaja Kallas
A rafforzare il contrasto contribuisce anche un altro elemento: nei momenti più delicati dei tentativi di dialogo europeo con Teheran, a esporsi è stata soprattutto Kaja Kallas, l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, che in più occasioni ha parlato pubblicamente della crisi, della necessità di riaprire Hormuz e dei margini di azione europea. Questo rende ancora più visibile l’assenza di Di Maio sul piano politico-mediatico, perché la macchina diplomatica europea non è rimasta muta: semplicemente, a parlare non è stato lui.
Il mandato c’è, ed è stato prorogato
Un altro dato importante è che non si tratta di un incarico in scadenza o svuotato. Open ricorda che il mandato di Di Maio è stato prorogato fino a febbraio 2027, e la sua permanenza nel ruolo è stata formalmente sostenuta dalle istituzioni europee. Nella lettera di proroga, Kallas avrebbe riconosciuto il valore della sua presenza per il successo del summit Ue-Gcc. Ma, osserva il giornale, in quella stessa cornice non sarebbe emerso un particolare protagonismo sulla guerra in corso.
Questo elemento pesa perché smonta una possibile obiezione: non siamo di fronte a una figura ormai superata o marginale per definizione, ma a un rappresentante tuttora formalmente investito di una funzione precisa e di una legittimazione europea ancora piena.
Il nodo politico: ruolo simbolico o azione reale?
Qui nasce il vero interrogativo politico. Il ruolo di rappresentante speciale Ue per il Golfo è stato concepito come figura di raccordo, dialogo e presenza politica in una delle aree più sensibili del pianeta. Ma se, nel momento in cui quella regione entra in guerra, il rappresentante appare quasi invisibile, allora si riapre una domanda scomoda: il ruolo è solo simbolico o dovrebbe produrre iniziativa reale?
L’articolo rilanciato da Open suggerisce una risposta implicita: se nel pieno della crisi più grave il titolare di quell’incarico non si vede, non parla con continuità e non emerge come protagonista diplomatico, allora il suo peso concreto rischia di apparire molto inferiore a quello che il titolo lascerebbe immaginare.
Sullo sfondo c’è anche l’Onu
A rendere il quadro ancora più paradossale c’è un altro dettaglio riportato da Open: secondo questa ricostruzione, l’Onu starebbe valutando Di Maio per un incarico di grande rilievo come coordinatore speciale del processo di pace in Medio Oriente, con rango di vicesegretario generale. È una prospettiva che, se confermata, renderebbe ancora più singolare il contrasto tra l’alto profilo formale del nome e la bassa visibilità pubblica nelle settimane più drammatiche della guerra.
Anche qui il punto non è tanto la candidatura in sé, quanto l’effetto politico: mentre cresce il dibattito su una possibile promozione internazionale, in Italia e nel dibattito pubblico europeo prende corpo la percezione di una presenza flebile proprio nel teatro dove oggi sarebbe più necessario esserci.
Perché il caso pesa anche in Italia
La vicenda non riguarda solo Bruxelles o il Golfo. In Italia il nome di Di Maio continua a essere altamente simbolico: ex ministro degli Esteri, ex vicepremier, ex leader del Movimento 5 Stelle, figura che ha attraversato fasi molto diverse della politica nazionale. Per questo ogni valutazione sul suo operato internazionale ha inevitabilmente anche una ricaduta interna.
L’idea di un Di Maio “sparito” nel momento più grave del suo dossier di competenza è materiale politico sensibile. Per i critici, è la prova di un incarico prestigioso ma poco incisivo. Per eventuali difensori, potrebbe invece essere il segno di una diplomazia silenziosa che lavora lontano dai riflettori. Ma al momento, almeno sul piano pubblico, prevale nettamente la prima impressione.
Il punto vero della polemica
In fondo, il caso non nasce da una gaffe o da una frase sbagliata. Nasce da un vuoto. E in politica estera, a volte, il vuoto pesa più di una dichiarazione. Perché nel pieno di una guerra che investe direttamente Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati e l’intera architettura energetica e diplomatica del Golfo, ci si aspetta che il rappresentante europeo incaricato proprio di quella regione abbia una funzione visibile, riconoscibile, attiva.
È questo il cuore della polemica rilanciata da Open: non tanto “che cosa ha detto Di Maio”, ma perché ha detto così poco proprio mentre il suo pezzo di mondo andava a fuoco.
Leggi anche

La figuraccia interanzionale del Governo Meloni sui centri in Albania – Ecco cosa è accaduto
Il progetto dei centri per migranti in Albania, presentato dal governo Meloni come una svolta storica nella gestione dei flussi
Una domanda che resta aperta
Al momento, dunque, il caso resta aperto. I documenti europei confermano che Luigi Di Maio esiste politicamente e istituzionalmente dentro la macchina Ue, che il suo mandato è in vigore e che in passato il suo lavoro è stato apprezzato. Ma l’articolo pubblicato da Open rilancia una domanda che difficilmente si spegnerà presto: nel momento in cui il Golfo è diventato il centro del terremoto geopolitico mondiale, perché il suo rappresentante europeo è apparso così poco?
Ed è proprio questa domanda, più ancora della polemica giornalistica, a spiegare perché il nome di Di Maio sia tornato improvvisamente al centro del dibattito.

















