Nel corso di un evento pubblico tenutosi ad Aci Castello, il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo ha pronunciato parole durissime nei confronti dello Stato di Israele e della comunità internazionale, accusandoli apertamente di essere responsabili di un “genocidio” in atto nella Striscia di Gaza. Le dichiarazioni del magistrato, accolte con un lungo applauso da parte del pubblico di Piazza Castello, hanno riacceso il dibattito su uno dei conflitti più sanguinosi e controversi della contemporaneità, a cui il governo italiano – secondo Di Matteo – continuerebbe a rispondere con colpevole silenzio.
“È genocidio, non possiamo più usare altri termini”
«Io credo che quello che sta accadendo a Gaza lo dobbiamo definire nell’unica maniera in cui è corretto definirlo: un genocidio». Così ha esordito Di Matteo, intervenendo nel dibattito “#Mafia e #antimafia, tra riforme e passi indietro”. Per il magistrato, le azioni di Israele nella Striscia di Gaza – condotte secondo lui da quasi due anni – corrispondono a «uno sterminio programmato di un’intera popolazione, l’annientamento di un popolo».
Il suo giudizio è netto, senza mezzi termini, e non nuovo. Già in passato Di Matteo aveva espresso posizioni critiche nei confronti della politica israeliana e del sostegno incondizionato che molti Stati occidentali, Italia compresa, continuano a garantire a Tel Aviv. Ma le parole pronunciate ad Aci Castello segnano un punto di non ritorno, nella forma e nella sostanza: per Di Matteo, non si tratta più solo di una crisi umanitaria o di un conflitto armato, ma di un crimine contro l’umanità.
Il silenzio della politica e l’indignazione civile
Il magistrato ha rivolto un’accusa diretta anche al governo italiano, colpevole – a suo dire – di non aver ancora preso una posizione chiara di condanna rispetto alle violenze commesse da Israele: «Da cittadino – ha detto Di Matteo – mi indigno e mi vergogno di quello che è l’atteggiamento del nostro governo, che non ha preso una posizione netta, continuando invece a venerare armi allo Stato di Israele e a non voler riconoscere lo Stato di Palestina».
Parole che colpiscono non solo per il ruolo istituzionale del loro autore, ma anche per il sentimento civile da cui sembrano scaturire. Di Matteo ha parlato da magistrato, certo, ma anche da padre e da uomo: «Sono convinto che un giorno i nostri figli, i nostri nipoti, la storia ci chiederà perché non abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare per cercare di contrastare questo genocidio».
L’applauso della piazza e il peso della testimonianza
Le sue dichiarazioni sono state accolte con un lungo applauso dall’intera platea di Piazza Castello, a testimonianza di un sentire comune che forse si fa largo con fatica nel dibattito pubblico ufficiale, ma che trova voce attraverso figure come quella di Di Matteo. Il magistrato, noto per il suo impegno nella lotta contro la mafia, ha scelto di esporsi anche su un terreno internazionale, in difesa di un principio di giustizia che – nelle sue parole – deve valere per tutti, senza eccezioni.
La denuncia del magistrato si inserisce in un contesto sempre più acceso, in cui il termine “genocidio” viene ormai utilizzato da diverse organizzazioni per descrivere le conseguenze dell’offensiva israeliana su Gaza. Ma le parole di Di Matteo hanno un peso diverso: arrivano da una figura istituzionale, da un uomo delle istituzioni che ha costruito la propria carriera sulla difesa della legalità e sulla tutela dei diritti fondamentali.
Un appello alla coscienza collettiva
In chiusura del suo intervento, Di Matteo ha lasciato un messaggio che suona come un appello alla coscienza collettiva: «La storia ci chiederà conto. Non possiamo restare indifferenti, non possiamo continuare a tacere». Un monito rivolto non solo alla politica, ma a tutti i cittadini, affinché la responsabilità morale e storica di quanto accade oggi non ricada sulle spalle delle future generazioni.
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Le parole di Nino Di Matteo ad Aci Castello risuonano come un atto d’accusa non solo contro lo Stato di Israele, ma contro un’intera comunità internazionale colpevole – secondo il magistrato – di complicità attraverso il silenzio. Quando una voce così autorevole e rigorosa, forgiata nella lotta contro le mafie e nell’impegno per la legalità, definisce apertamente “genocidio” ciò che sta accadendo a Gaza, il dibattito esce dai confini della diplomazia e si fa questione di coscienza.
In un Paese in cui spesso le istituzioni esitano a prendere posizione su scenari scomodi, l’intervento di Di Matteo rappresenta un gesto raro di coraggio civile. Non si tratta solo di una denuncia giuridica, ma di un richiamo profondo alla responsabilità morale di ogni cittadino, dirigente, rappresentante dello Stato. Di fronte alla sofferenza, l’unica neutralità possibile è quella della complicità. E Di Matteo, ancora una volta, sceglie di stare dalla parte della giustizia, anche quando il mondo preferisce voltarsi dall’altra parte.



















