Un siparietto surreale con la stampa
“Niente domande, parlo io”. Con questa frase perentoria il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha aperto il suo intervento con i giornalisti a margine del convegno La fine del sistema infinito – Il sistema carcerario, svoltosi al Centro Congressi della Fondazione Cariplo. Un incontro che avrebbe dovuto concentrarsi sulla condizione delle carceri italiane, ma che si è presto trasformato in un momento mediatico incentrato sulle recenti polemiche politiche attorno al nuovo decreto Sicurezza, approvato dal governo Meloni.
Ignazio La Russa, figura storica della destra italiana ed ex esponente del Movimento Sociale Italiano, ha imposto la sua linea comunicativa con tono autoritario, respingendo ogni tentativo di domande da parte della stampa presente: “Faccio io la domanda e do io la risposta”, ha detto, tracciando un solco netto tra sé e il ruolo del giornalismo.
L’ironia sul fascismo e il decreto Sicurezza
Ma è stata un’altra battuta, apparentemente ironica, a generare le reazioni più forti. Quando un cronista ha fatto cenno alle critiche delle opposizioni, che hanno definito il decreto Sicurezza un passo verso un possibile autoritarismo, La Russa ha risposto con sarcasmo: “Ho sentito… c’entra sicuramente”. Poi, incalzato esplicitamente sulla questione, ha rincarato la dose: “Rischio fascismo con il dl Sicurezza? Sì, sicuramente”, ha detto con un sorriso ironico.
Parole che, anche se pronunciate con intento chiaramente provocatorio, risuonano forti nel contesto politico attuale, dove le riforme in materia di sicurezza e ordine pubblico vengono lette da parte dell’opposizione come segnali preoccupanti di un inasprimento repressivo, a danno delle garanzie democratiche.
Le critiche dell’opposizione
Il nuovo decreto Sicurezza, approvato recentemente dal Consiglio dei ministri, prevede misure più dure per chi commette reati in flagranza, ampliamenti delle possibilità di arresto e interventi restrittivi sull’ordine pubblico. Le opposizioni, in particolare il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, hanno denunciato quello che definiscono un approccio securitario e punitivo, che rischia di colpire soprattutto le fasce più deboli della popolazione.
In questo quadro, le battute di La Russa vengono interpretate da molti come un modo per svuotare di significato una critica politica legittima. “È inaccettabile che la seconda carica dello Stato ironizzi su un tema così delicato”, ha dichiarato la senatrice dem Cecilia D’Elia. “Le istituzioni dovrebbero rispondere con serietà alle preoccupazioni espresse, non con sarcasmo”.
Una comunicazione muscolare
L’episodio è solo l’ultimo di una lunga serie di interventi pubblici del presidente del Senato che fanno discutere per i toni e i contenuti. La Russa, fin dall’inizio del suo mandato, si è distinto per una comunicazione schietta, spesso muscolare, che non si sottrae alla polemica e che talvolta sfocia in dichiarazioni divisive.
In questo caso, la battuta sul “rischio fascismo” è sembrata una provocazione deliberata, forse pensata per alimentare lo scontro mediatico e consolidare una narrazione di governo forte contro “l’isteria” dell’opposizione.
Il rischio di banalizzare la storia
Ma c’è anche un tema culturale più ampio. Quando una delle più alte cariche dello Stato scherza sul fascismo, in un Paese che ha vissuto quella stagione drammatica e che ne è uscito con una Costituzione antifascista, il confine tra ironia e irresponsabilità si fa sottile. Soprattutto se il tema in discussione – la sicurezza, le carceri, i diritti – riguarda direttamente la qualità della democrazia.
Il rischio, come hanno fatto notare alcuni osservatori, è quello di contribuire alla normalizzazione di linguaggi e simboli che dovrebbero restare al margine del dibattito pubblico, e non essere rilanciati con leggerezza dalle istituzioni.
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La Russa ha scelto ancora una volta la provocazione, lo scontro verbale, l’ironia tagliente. Ma dietro una battuta può nascondersi una visione del potere e del ruolo delle istituzioni. E in un momento storico in cui la fiducia dei cittadini nella politica è fragile, il modo in cui si comunicano le scelte – soprattutto se contestate – conta tanto quanto le scelte stesse.
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