Per mesi Matteo Salvini ha agitato lo spauracchio della “giungla degli autovelox”, trasformando i dispositivi di controllo della velocità in un bersaglio politico permanente. L’Italia, a suo dire, sarebbe stata il Paese con il 10% di tutti gli autovelox del mondo, un gigantesco ingranaggio punitivo ai danni degli automobilisti.
Ora però il censimento ufficiale dei dispositivi, voluto e firmato proprio dal ministro dei Trasporti, racconta tutt’altro. I numeri reali sono molto inferiori a quelli propagandati e la narrativa costruita negli ultimi anni appare per quello che è: una rappresentazione distorta, buona per la propaganda, molto meno per descrivere la realtà.
Il censimento che rovescia la narrazione
Tutto parte dal Decreto Ministeriale n. 367 del 29 settembre 2025, con cui Salvini ha imposto ad amministrazioni locali e forze dell’ordine di comunicare entro 60 giorni l’elenco dettagliato di tutti i dispositivi di controllo della velocità: marca, modello, matricola, approvazioni, collocazione.
La raccolta di questi dati non era solo un esercizio statistico: la registrazione sulla piattaforma del ministero è condizione necessaria per il legittimo utilizzo delle apparecchiature. Dal 29 novembre, chi non ha comunicato le informazioni richieste deve spegnere gli autovelox, pena l’invalidità automatica delle sanzioni emesse.
Era, nelle intenzioni dichiarate del ministro, il grande momento della verità sulla “giungla” degli autovelox. In realtà, è stato il momento in cui la sua costruzione politica ha iniziato a scricchiolare.
Secondo la prima elaborazione dei dati svolta dall’Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale (ASAPS) e dall’Associazione Lorenzo Guarnieri (ALG), gli apparati complessivi censiti in Italia sono 3.625. Una cifra molto lontana dagli 11 mila o 13 mila più volte evocati dal leader leghista nelle sue dichiarazioni pubbliche.
La narrazione politica: dagli slogan alla realtà
La tesi degli autovelox come “trappole per automobilisti” era diventata un cavallo di battaglia politico. In più occasioni Salvini aveva accusato i sindaci di usare questi strumenti non per la sicurezza stradale, ma per fare cassa.
Ora, i dati ufficiali ribaltano quella retorica. Non solo il numero reale è drasticamente più basso, ma emerge un altro dato importante: rispetto a Paesi come Francia o Regno Unito, l’Italia potrebbe persino averne meno in proporzione alla popolazione e ai chilometri di rete stradale.
Non siamo dunque il Paese dei record, ma uno dei tanti con un sistema di controllo della velocità in linea con gli standard europei.
Il mito dell’Italia “piena di autovelox”
Per diverso tempo Salvini ha ripetuto, in talk show, interviste e sui social, che l’Italia ospiterebbe “il 10% degli autovelox di tutto il mondo”. Una percentuale impressionante, destinata a colpire l’opinione pubblica.
Quella cifra, tuttavia, non aveva alcun carattere ufficiale. Arrivava da una piattaforma privata, Scdb.info, che raccoglie segnalazioni volontarie di utenti e utilizza un singolo veicolo per mappare i dispositivi. Una metodologia che non garantisce la completezza né la correttezza dei dati, ed esclude intere aree geografiche.
Già nel 2024, diverse verifiche giornalistiche avevano messo in dubbio la solidità di quei numeri. Ma la statistica, pur priva di validazione istituzionale, è stata ripetuta a tal punto da diventare un “fatto” nel discorso pubblico, utile a sostenere la tesi dei controlli eccessivi e delle amministrazioni locali trasformate in “esattori” a danno dei cittadini.
Il censimento ufficiale spegne questa narrazione: non solo l’Italia non detiene alcun primato mondiale, ma si colloca su livelli paragonabili – e in alcuni casi inferiori – ad altri Paesi europei con sistemi di controllo consolidati.
Cosa dicono davvero i numeri
I 3.625 dispositivi censiti comprendono sia autovelox fissi sia sistemi mobili o in movimento. La maggior parte, 3.038, è gestita da Polizie Locali, Polizie Provinciali e Città Metropolitane. I restanti 586 sono in capo alla Polizia Stradale, e dentro questo gruppo rientrano anche i Tutor autostradali.
Questi ultimi sono spesso additati nel dibattito pubblico come strumenti “invadenti”, ma le statistiche sugli incidenti dimostrano che hanno contribuito in modo significativo a ridurre sinistri, morti e feriti sulle tratte ad alta velocità.
Le associazioni ASAPS e ALG hanno commentato con chiarezza: l’Italia non è affatto il Paese con più controlli di velocità al mondo. Anzi, rispetto a Francia e Regno Unito, il numero complessivo di dispositivi potrebbe essere inferiore. E, se si rapportano i dati alla popolazione e al numero di veicoli circolanti, anche Paesi come Svizzera e Austria potrebbero risultare più “coperti” da autovelox rispetto al nostro.
In altre parole, l’immagine di un’Italia sommersa da apparecchiature punitive non trova alcun riscontro oggettivo.
Il vero problema: non quanti, ma come
Questo non significa che nel sistema italiano non esistano storture. La questione dell’“omologazione” degli apparecchi è reale da anni: il tema riguarda l’iter con cui i dispositivi vengono approvati, testati, installati e periodicamente controllati.
C’è poi il nodo della segnaletica: in diversi casi la giurisprudenza ha annullato multe ritenendo inadeguata o ingannevole la segnalazione preventiva dei controlli di velocità. A ciò si aggiunge un tema politico-legale: l’uso degli autovelox per ridurre incidenti o per aumentare le entrate comunali.
È su questi aspetti che servirebbe una riforma seria: criteri chiari per la localizzazione dei dispositivi (ad esempio in tratti ad alta incidentalità), trasparenza sull’utilizzo dei proventi, controlli rigorosi sulle omologazioni, database pubblici e consultabili dai cittadini.
Il censimento ministeriale avrebbe potuto essere il primo passo di questo percorso di trasparenza e razionalizzazione. Invece è stato principalmente usato – finora – come strumento retorico per legittimare una stretta di segno opposto, fondata su presupposti numericamente smentiti.
La questione della credibilità politica
La vicenda non riguarda solo la statistica. Colloca al centro un tema politico delicato: il rapporto tra narrazione e realtà.
Un ministro che costruisce una riforma, e un pezzo consistente del proprio discorso pubblico, su numeri che si rivelano inattendibili si espone inevitabilmente a un problema di credibilità.
Quando il censimento ordinato dallo stesso ministro dimostra che le cifre utilizzate erano gonfiate, la questione non è più solo tecnica: riguarda il modo in cui il governo informa i cittadini, orienta il dibattito e giustifica scelte legislative.
Se l’obiettivo è davvero migliorare la sicurezza stradale, i dati andrebbero usati come strumento di analisi e non come arma retorica. L’impressione, invece, è che il tema degli autovelox sia stato usato per parlare alla pancia dell’elettorato, come simbolo di una presunta oppressione burocratica, salvo poi scoprire che la base di partenza era fragile.
Gli “autovelox truffa” che nessuno trova
Un altro elemento che emerge dopo il censimento riguarda la narrativa degli “autovelox truffa” disseminati ovunque. Alcuni titoli di giornale e interventi politici hanno alimentato l’idea di dispositivi piazzati in modo selvaggio, fuori da ogni regola.
ASAPS e ALG, prendendo atto dei numeri ufficiali, pongono oggi una domanda semplice: se davvero esistevano migliaia di apparecchi abusivi o irregolari, dove sono finiti?
Va ricordato che tutti i dispositivi fissi devono essere autorizzati dalle Prefetture, ossia da uffici periferici dello Stato. Questo significa che lo Stato stesso ha già una funzione di filtro e controllo sul loro utilizzo: non si tratta quindi di una “giungla” completamente incontrollata, come spesso è stato rappresentato.
Leggi anche

Travaglio senza se, senza ma… asfalta Italo Boc. in diretta da Gruber – Lo scontro shock – Video
Dallo scontro sul “giudice libero” al caso Palamara-Hotel Champagne: l’affondo sul potere disciplinare, le sanzioni del Csm e la “leggenda”
Conclusione: tra bluff narrativo e occasione mancata
Il censimento degli autovelox, nato come strumento per fare ordine, ha finito per fare chiarezza soprattutto su un punto: la rappresentazione dell’Italia come Paese dei record nei controlli di velocità era infondata.
Per Matteo Salvini è una gaffe politica pesante, perché smentisce alla radice uno dei pilastri del suo racconto pubblico in materia di Codice della Strada. Per il dibattito pubblico è l’ennesima conferma di quanto una statistica, ripetuta senza verifiche, possa trasformarsi in verità percepita, salvo poi crollare di fronte a un dato ufficiale.
Resta però un’occasione da non sprecare: i numeri, oggi, sono finalmente sul tavolo. Possono diventare la base per una discussione seria su:
dove servono davvero i controlli
come garantire che siano omologati, segnalati e trasparenti
come conciliare sicurezza stradale, libertà di circolazione e fiducia dei cittadini
Se invece tutto si ridurrà all’ennesima polemica su chi “aveva ragione” senza intervenire sui problemi reali, il censimento resterà soltanto il certificato di un bluff comunicativo. E l’Italia continuerà a discutere di autovelox senza affrontare fino in fondo il tema che conta davvero: come ridurre, concretamente, morti e feriti sulle strade.



















