Non è più solo una questione di “papere” in telecronaca, finite persino sulle cronache internazionali durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Attorno al direttore di RaiSport Paolo Petrecca la crisi si è allargata e adesso tocca il punto più sensibile per un’azienda di servizio pubblico: i soldi. Secondo quanto emerso nei giorni scorsi ai vertici Rai, sul tavolo non c’è soltanto il danno d’immagine, ma anche una gestione contestata fatta di assunzioni, promozioni, gratifiche e consulenze esterne che avrebbero fatto lievitare in modo vistoso i costi delle rubriche e il budget della struttura.
È su questo doppio binario – reputazione e spesa – che la protesta sindacale si è trasformata in un caso aziendale: oggi in Rai va in scena lo sciopero delle firme proclamato dall’Usigrai, con un’azione simbolica che coinvolge non solo RaiSport ma l’intero comparto informazione. L’informazione va in onda, ma senza firma: un modo per dire che la responsabilità editoriale e professionale non può essere richiesta ai giornalisti se, al vertice, nulla cambia.
Dalla figuraccia olimpica al “dossier spese”: perché il caso non si ferma alla telecronaca
La miccia pubblica è stata la telecronaca della cerimonia inaugurale dei Giochi: una sequenza di scivoloni e imprecisioni che – secondo la ricostruzione – ha provocato imbarazzo interno, reazioni durissime nelle redazioni e una valanga di critiche anche fuori dall’Italia. Ma la questione, per Viale Mazzini, si è spostata rapidamente su un secondo livello: la gestione interna.
Il 3 febbraio, durante una riunione con il capo del personale, sarebbero state segnalate ai vertici le “spese pazze” attribuite alla direzione: un’escalation composta da scelte di organico e avanzamenti, ma soprattutto da un impatto economico crescente che – in un contesto già teso – diventa politicamente e mediaticamente esplosivo. Quando l’azienda è finanziata dal canone e dalla pubblicità, la parola “budget” non è mai neutra: diventa subito sinonimo di responsabilità verso i contribuenti.
I numeri che fanno rumore: consulenze esterne e costi delle rubriche
Il cuore del caso sta in alcuni dati che, messi in fila, disegnano una crescita di spesa difficilmente ignorabile.
Secondo quanto riportato, con la gestione Petrecca sarebbero state autorizzate consulenze esterne per 640mila euro in più rispetto all’anno precedente. È una cifra che pesa non soltanto per l’entità, ma perché – in un’azienda pubblica – apre sempre la stessa domanda: perché esternalizzare, quando esistono professionalità interne? E se si esternalizza, con quali criteri, a quali condizioni, con quali controlli?
Ancora più indicativo è il confronto sui costi dei programmi storici. Nel 2024 rubriche e contenitori come La Domenica Sportiva, Dribbling, Il 90° del sabato, Il processo del lunedì sera avrebbero avuto un costo complessivo di 1,7 milioni di euro. Nel 2025, con la nuova gestione (da marzo), quella cifra sarebbe salita a 2,34 milioni. Un salto di oltre 600mila euro in un solo anno, a parità di “marchi” editoriali che, per loro natura, sono la spina dorsale della rete sportiva.
Tradotto: il caso Petrecca non riguarda solo come si raccontano le Olimpiadi, ma quanto costa raccontarle – e con quali scelte di gestione.
Lo sciopero bianco: servizi e dirette senza firma, ma informazione garantita
In questo clima matura la protesta: oggi i giornalisti Rai realizzano servizi e dirette senza firma. È una forma di sciopero atipica, ma altamente simbolica: il lavoro viene svolto, l’informazione non si interrompe, ma i giornalisti scelgono di non “metterci la faccia”.
Non è un dettaglio: la firma in Rai è un atto di responsabilità professionale, quasi una certificazione. Ritirarla significa dire che quel rapporto di fiducia tra redazione e azienda è compromesso. E il fatto che la protesta, partita da RaiSport, sia stata estesa a più testate, trasforma la vicenda in un caso sistemico, non più circoscritto a una singola direzione.
Il doppio comunicato: Usigrai contro Unirai, lo scontro entra in onda
A rendere ancora più evidente la frattura, c’è un elemento che racconta la Rai di oggi: a fine edizione vengono letti due comunicati, uno dell’Usigrai e uno di Unirai, il sindacato considerato vicino alla destra.
Il testo dell’Usigrai va dritto al punto: nonostante il danno d’immagine, “nulla è avvenuto”, e la protesta serve a difendere autorevolezza e qualità del servizio pubblico. Unirai invece sposta l’asse: esalta la Rai come “azienda che unisce il Paese”, valorizza gli ascolti olimpici e non entra nel merito delle gaffe e della gestione.
Risultato: la vertenza non è più solo sindacale. Diventa politica. Perché quando in un’azienda pubblica il conflitto interno si sovrappone alla narrazione “amici/nemici”, “nostri/loro”, ogni scelta – dimissioni comprese – smette di essere tecnica e diventa identitaria.
Perché Petrecca non si dimette: il nodo dei vertici e la linea della “non resa”
Il punto di rottura, oggi, è proprio questo: perché le dimissioni non arrivano nonostante la bufera? La risposta, secondo la ricostruzione, sta nella postura aziendale: i vertici non ritengono la figuraccia olimpica sufficiente per un passo indietro, e lo scontro viene gestito come se fosse un normale incidente di percorso.
Ma la redazione – e più in generale l’informazione Rai – sostiene l’opposto: quando l’errore diventa internazionale e si somma a contestazioni sulla gestione economica, non è più “un inciampo”: è un problema di credibilità.
Il rischio del “contrattacco”: servizi ai fedelissimi e sciopero svuotato
Tra i corridoi di Viale Mazzini circola un timore: che l’azienda scelga la via del contenimento. Non scontro frontale, ma svuotamento della protesta. L’ipotesi è che i servizi possano essere affidati a giornalisti “fedeli” pronti a firmare comunque, riducendo l’effetto dello sciopero e isolando la protesta.
Sarebbe uno scenario già visto in altre stagioni della Rai: quando la redazione si spacca, il rischio non è soltanto editoriale, ma anche umano e professionale. Perché il tema, a quel punto, diventa: chi paga davvero il prezzo della crisi? Il direttore contestato o i giornalisti messi gli uni contro gli altri?
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Il caso Petrecca, ormai, è una tempesta perfetta: nasce da una telecronaca giudicata imbarazzante, cresce con l’esposizione mediatica internazionale e deflagra quando emergono numeri e contestazioni su consulenze, promozioni e budget in aumento.
E proprio perché parliamo di Rai – quindi di servizio pubblico – la questione non resta confinata a una faida interna. Diventa un test: sulla gestione delle risorse, sulla trasparenza, sul rapporto tra politica e azienda, e sulla linea editoriale che viene percepita (da una parte del Paese) come sempre più “schierata”.
La domanda, adesso, non è solo se Petrecca resterà o no. È più ampia e più scomoda: *quanto può permettersi la Rai di perdere credibilità, proprio mentre chiede ai cittadini di continuare a finanziarla e a considerarla un bene comune?*



















