FDI attacca Ranucci su Referendum, ma il giornalista di Report lì umilia con le prove

Si riaccende lo scontro tra Fratelli d’Italia e Sigfrido Ranucci, e questa volta il terreno della battaglia è quello già incandescentemente politicizzato del referendum sulla giustizia. A far esplodere la polemica è stato un attacco rivolto al volto di Report, accusato da esponenti del partito di governo di aver tenuto un comportamento incompatibile con le regole della par condicio. Un’accusa pesante, lanciata in pienissimo clima elettorale, che però ha trovato una replica immediata, durissima e soprattutto carica di sarcasmo da parte dello stesso Ranucci. Il giornalista ha scelto i social per rispondere, trasformando la difesa in un controaffondo che ha immediatamente infiammato il dibattito pubblico.

Al centro della vicenda c’è una contestazione politica formulata da Fratelli d’Italia, secondo cui Ranucci avrebbe tenuto un “comizio fazioso” senza rispettare la par condicio e senza considerarsi “sopra la legge”. Una frase destinata a far rumore non solo per il bersaglio scelto, ma anche per il momento in cui arriva: le ultime ore prima del voto, quando la tensione politica è altissima e ogni parola viene letta come una mossa di propaganda o di difesa. Ma la risposta del conduttore di Report ha ribaltato completamente il quadro, insinuando che chi lo attacca non sappia nemmeno distinguere tra una trasmissione televisiva e la presentazione di un libro.

La replica di Ranucci: “Report non va in onda dal 9 febbraio”

Il post pubblicato da Sigfrido Ranucci è stato tanto diretto quanto spiazzante. Il giornalista ha ricordato che Report non è in onda dal 9 febbraio e che quindi le accuse mosse nei suoi confronti sarebbero del tutto infondate. Ha spiegato di essere in ferie e di essere impegnato semplicemente nella presentazione del suo libro Il ritorno della casta, edito da Bompiani. Con tono ironico ma tagliente, Ranucci ha scritto che probabilmente l’onorevole Ruspandini “avrà confuso con qualche altra trasmissione”.

È una risposta che pesa molto più di una semplice smentita. Perché non si limita a negare l’addebito: mette in discussione la serietà dell’accusa stessa, suggerendo che chi l’ha formulata non abbia nemmeno chiaro il contesto dei fatti. Il riferimento al fatto che Report non sia in onda da settimane è il punto centrale del controattacco: se la trasmissione è ferma, se lui è in ferie e se sta presentando un libro, allora l’impianto polemico di Fratelli d’Italia viene descritto da Ranucci come un’accusa costruita su un presupposto sbagliato.

L’accusa di Fratelli d’Italia e il nome di Ruspandini

Secondo quanto mostrato nello screenshot rilanciato dallo stesso Ranucci, l’attacco arriva dal fronte di Fratelli d’Italia e viene associato al nome di Ruspandini. Il tono è molto netto: si parla di “comizio fazioso”, di par condicio non rispettata e di una presunta pretesa di sentirsi “sopra la legge”. Parole forti, scelte chiaramente per collocare Ranucci dentro il campo dello scontro politico anziché in quello del giornalismo o della presentazione culturale.

Ed è proprio questo il punto che ha fatto saltare la reazione del giornalista. Perché la replica non si limita a dire “non è vero”, ma rivendica apertamente il rispetto delle regole. “Report e il sottoscritto non si sono mai considerati sopra la legge. La rispettano la legge”, scrive Ranucci. Una frase che suona come una risposta tanto alle accuse specifiche quanto a un clima più generale, quello di una parte della maggioranza che da tempo guarda con ostilità all’informazione considerata scomoda, critica o non allineata.

Il libro, la presentazione e la confusione politica

Un passaggio particolarmente significativo del post di Ranucci riguarda il libro che sta presentando, Il ritorno della casta. Il giornalista sottolinea infatti di essere in ferie e di essere impegnato nella promozione editoriale, non in attività televisive o in iniziative connesse alla programmazione Rai. Il messaggio è chiaro: Fratelli d’Italia avrebbe trasformato un’iniziativa pubblica di natura culturale in un caso politico-elettorale, attribuendole un significato che, secondo Ranucci, non ha.

Questo elemento è importante perché apre una questione più ampia. Dove finisce la libera espressione di un giornalista o di un autore e dove comincia l’attività sottoposta alle regole della par condicio? È un tema delicatissimo, soprattutto nei periodi elettorali o referendari. Ma nel caso specifico la difesa di Ranucci è molto secca: non essendo in onda, non facendo Report, non essendo in una trasmissione soggetta alle regole del servizio pubblico, l’accusa sarebbe semplicemente fuori bersaglio.

In altre parole, la polemica diventa essa stessa un boomerang per chi l’ha lanciata. Perché finisce per apparire come un attacco politico costruito in fretta, più utile a delegittimare una figura scomoda che a porre un problema reale di equilibrio informativo.

Un clima già avvelenato tra politica e informazione

La vicenda non nasce nel vuoto. Si inserisce in un contesto di tensione crescente tra pezzi della maggioranza e alcune figure del giornalismo televisivo, soprattutto quelle più identificate con il racconto delle inchieste, delle zone grigie del potere e dei rapporti opachi tra politica, affari e istituzioni. Ranucci, in questo quadro, è da anni uno dei bersagli più esposti.

Per questo il nuovo attacco di Fratelli d’Italia viene letto da molti non come un episodio isolato, ma come un altro capitolo di uno scontro più profondo. Da una parte c’è chi considera Report e il suo conduttore una voce critica indispensabile, dall’altra chi li accusa di faziosità e di interventismo politico mascherato da giornalismo d’inchiesta. Lo scontro sul referendum finisce così per diventare solo il pretesto più recente per riaprire una contesa che dura da tempo.

Il fatto che Ranucci abbia scelto di rispondere pubblicamente, con toni secchi e senza mediazioni, mostra che anche lui percepisce questa polemica come qualcosa che va oltre la singola dichiarazione. La sua replica non è soltanto una puntualizzazione: è anche una rivendicazione di autonomia professionale e di legittimità.

La par condicio come arma politica

Uno dei punti più interessanti dell’intera vicenda è il modo in cui la par condicio entra nel discorso pubblico. Nata per garantire equilibrio e correttezza durante le campagne elettorali, finisce sempre più spesso per diventare uno strumento di polemica politica. Non viene evocata solo per segnalare eventuali squilibri oggettivi, ma anche per colpire avversari, giornalisti, commentatori e programmi percepiti come ostili.

Nel caso Ranucci, però, la contestazione sembra scontrarsi con un fatto elementare: Report non è in onda. E allora il richiamo alla par condicio rischia di apparire meno come una difesa delle regole e più come una formula politica utile a marcare il territorio, a lanciare un messaggio contro un volto simbolico dell’informazione sgradita.

È qui che la replica di Ranucci colpisce di più. Perché non entra in una discussione teorica, ma smonta il presupposto concreto dell’accusa. Se non c’è trasmissione, se non c’è spazio televisivo, se c’è solo una presentazione editoriale, allora la polemica perde gran parte della sua forza e si trasforma in un caso di sovraesposizione politica.

Lo scontro sul referendum e la nervosità della maggioranza

Il momento in cui esplode la polemica non è secondario. Il referendum sulla giustizia ha acceso il Paese e ha spaccato il confronto politico. La maggioranza ha investito molto sul voto e ha cercato di trasformarlo in una conferma della propria linea. Le opposizioni, al contrario, hanno puntato a smontare il racconto governativo e a denunciare un uso politico della riforma.

Dentro questo clima, ogni voce critica diventa un potenziale bersaglio. E una figura come Ranucci, da tempo identificata con un giornalismo d’inchiesta capace di mettere in difficoltà i palazzi del potere, finisce inevitabilmente nel mirino. L’accusa di “comizio fazioso” si inserisce perfettamente in questa logica: spostare il fuoco dai contenuti alle intenzioni, trasformare il giornalista in attore politico, depotenziare così la sua autorevolezza.

Ma la reazione di Ranucci suggerisce che questa strategia può rivelarsi controproducente. Perché se l’attacco appare infondato o confuso, il rischio è che a uscirne indebolito sia proprio chi lo ha lanciato.

Il significato politico della controreplica

La forza del post di Ranucci sta anche in un altro aspetto: il tono. Non c’è cautela, non c’è diplomazia, non c’è quella prudenza da comunicato istituzionale che spesso smorza le polemiche. C’è invece una risposta netta, costruita su due pilastri: il ridicolo dell’accusa e la rivendicazione del rispetto della legge.

Questo doppio binario è efficace perché agisce su due livelli. Da un lato sgonfia la polemica facendo apparire gli accusatori poco informati o precipitosi. Dall’altro ribalta l’accusa di illegalità o scorrettezza, rivendicando apertamente il rispetto delle regole. In sostanza, Ranucci non si limita a difendersi: contrattacca, insinuando che il vero problema sia la superficialità o la strumentalità dell’attacco politico.

È anche un modo per parlare al proprio pubblico, che vede in lui un simbolo di giornalismo scomodo e che spesso interpreta gli attacchi politici come tentativi di intimidazione o delegittimazione. Il post, infatti, non è solo una risposta a Ruspandini o a Fratelli d’Italia: è anche un messaggio alla platea che segue Report e che tende a leggere questi scontri come segnali di una tensione crescente tra informazione e potere.

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Una polemica destinata a restare

È difficile pensare che la vicenda si chiuda qui. Perché tocca nervi scoperti: il referendum, la par condicio, il ruolo del servizio pubblico, il rapporto tra giornalisti e politica, la libertà di espressione durante le campagne elettorali. E soprattutto perché coinvolge un volto come Sigfrido Ranucci, che da anni rappresenta un punto di conflitto aperto tra una certa idea di giornalismo d’inchiesta e una certa idea di potere politico.

Il risultato, almeno per ora, è uno scontro che ha già prodotto un effetto evidente: ha riportato al centro del dibattito il nome di Ranucci, ha acceso i social e ha mostrato ancora una volta quanto sia fragile il confine tra critica politica, polemica elettorale e attacco all’informazione.

Fratelli d’Italia ha tentato di colpire il conduttore di Report sul terreno della par condicio. Ma la replica del giornalista ha trasformato quell’attacco in una polemica più grande, dove a finire sotto esame non è soltanto il comportamento di Ranucci, bensì anche il modo in cui una parte della politica usa accuse pubbliche contro chi ritiene scomodo. Ed è proprio questo, forse, il dato più pesante uscito da questa giornata: non la singola battuta, non il singolo post, ma il segnale di uno scontro sempre più duro tra chi governa e chi continua a raccontare ciò che il potere preferirebbe non vedere messo sotto i riflettori.

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