La scena, al Forum Internazionale del Turismo di Milano, è di quelle che sembrano scritte apposta per diventare un titolo. Sul palco la ministra del Turismo Daniela Santanché rivendica con enfasi l’orgoglio nazionale: “Siamo orgogliosi del Made in Italy”. In sala, però, la realtà racconta altro. Perché i gadget distribuiti all’evento – borse brandizzate con i loghi Italia.it, Ministero del Turismo ed Enit – risultano fabbricati in India. E non è un dettaglio da poco: è l’ennesimo cortocircuito tra narrazione e coerenza, tra retorica dell’italianità e pratiche che, nei fatti, la smentiscono.
A rendere il quadro ancora più imbarazzante c’è l’atmosfera descritta all’interno del Palazzetto del Ghiaccio: oltre le prime file, la sala fatica a riempirsi. E le sedie vuote nelle file più arretrate finiscono per diventare parte della scenografia, riempite “solo” dai gadget stessi. Un’immagine che, da sola, vale più di mille comunicati: l’evento che dovrebbe celebrare il turismo e l’eccellenza italiana si ritrova a fare i conti con una platea a metà e con una contraddizione simbolica perfetta.
L’apertura “patriottica”: video emozionale e inno cantato in prima fila
La terza edizione del Forum si apre poco dopo le 14 con un copione solenne: video emozionale, atmosfera istituzionale, e poi l’inno d’Italia cantato in prima fila dalla ministra Santanché insieme al presidente del Senato Ignazio La Russa. È l’immagine di un evento costruito per trasmettere compattezza, ufficialità, identità nazionale.
Il problema è che, appena si sposta lo sguardo oltre il perimetro “televisivo” delle prime file, emergono due elementi che fanno a pugni con la narrazione: l’affluenza non traboccante e i gadget stranieri. In pratica, ciò che funziona davanti alle telecamere si incrina appena entra in scena il “dietro”, quello che il pubblico vede e tocca.
Sedie vuote e gadget come riempitivo: il dettaglio che diventa metafora
Nel racconto dell’evento, un particolare torna con forza: la sala “fatica a riempirsi”, e le sedie delle ultime file restano vuote. Non è solo un’annotazione logistica. È una fotografia politica, perché un forum “internazionale” dedicato al turismo – settore strategico e spesso sbandierato – dovrebbe essere un appuntamento capace di attrarre operatori, stakeholder, pubblico.
Invece, le file vuote vengono “riempite” dai gadget, come se l’oggetto promozionale finisse per sostituire la presenza reale delle persone. E qui la metafora è quasi inevitabile: la comunicazione che prende il posto della sostanza, la scenografia che prova a coprire l’assenza di partecipazione.
La borsa con la “Venere in jeans”: branding tricolore, produzione indiana
Il gadget in questione è una borsa con una grafica pensata per essere un manifesto: una rivisitazione moderna della Venere di Botticelli, con giubbotto in jeans e fascia tricolore. Iconografia culturale italiana + segno patriottico: un condensato di italianità “pop” e riconoscibile, perfetto per le foto, perfetto per i social.
E qui arriva la crepa: proprio quelle borse, marchiate con i loghi istituzionali Italia.it, Ministero del Turismo ed Enit, sono indicate come “Made in India”. E dunque: “Altro che italianità”, come viene sottolineato nel racconto dell’episodio.
Il cortocircuito non è semplicemente “un prodotto importato”. È che l’oggetto scelto come simbolo identitario – la Venere, la fascia tricolore, il messaggio “Made in Italy” – viene prodotto altrove. In termini di comunicazione politica è un boomerang perfetto: la parola d’ordine proclamata dal palco viene smentita dalla scritta sull’etichetta.
“Orgogliosi del Made in Italy”: la frase che diventa un autogol
In questo contesto, la dichiarazione della ministra (“Siamo orgogliosi del Made in Italy”) non resta un passaggio retorico: diventa il detonatore della figuraccia. Perché se l’evento avesse evitato la retorica identitaria, il “Made in India” sarebbe rimasto un dettaglio organizzativo. Ma quando l’intero impianto comunicativo è costruito sul tricolore, sull’orgoglio nazionale e sull’eccellenza italiana, l’incoerenza non è più marginale: è strutturale.
E infatti l’effetto pubblico è prevedibile: la frase viene rimbalzata insieme al particolare della produzione in India, generando quella sensazione di distanza tra ciò che si proclama e ciò che si fa. La politica contemporanea vive di simboli, e qui il simbolo si è girato contro chi lo ha usato.
Il nodo politico: quando “italianità” significa anche filiere e scelte concrete
La questione va oltre l’imbarazzo mediatico. Nel dibattito pubblico, il “Made in Italy” non è solo una formula: richiama filiere produttive, lavoro, qualità, protezione dell’industria nazionale, valorizzazione di imprese e artigianato. E un ministero che ha come missione anche la promozione dell’immagine del Paese finisce inevitabilmente giudicato sulle scelte concrete.
Per questo l’episodio pesa. Perché non riguarda un acquisto privato o un fornitore qualsiasi: riguarda un evento istituzionale di un ministero che si presenta come paladino dell’italianità. E l’oggetto “istituzionale” più visibile – la borsa brandizzata – arriva dall’estero.
Un danno d’immagine facile da capire, difficile da raddrizzare
Ci sono figuracce che si possono archiviare in fretta e figuracce che restano appiccicate perché raccontano un paradosso semplice. Questa appartiene alla seconda categoria. La ragione è banale: non servono spiegazioni tecniche per capirla. Basta la sequenza:
1. palco: “orgogliosi del Made in Italy”;
2. platea: borse con loghi istituzionali;
3. etichetta: “Made in India”.
È una di quelle storie che, nel circuito mediatico, diventano immediatamente meme politico perché sono autosufficienti. E il rischio, per chi governa, è che l’episodio venga letto come sintomo: non un incidente, ma un modo di comunicare (molto) e fare (poco coerentemente).
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VIDEO:
Il Forum Internazionale del Turismo avrebbe dovuto essere una vetrina di credibilità e strategia. Invece, il racconto che emerge è quello di un evento con sedie vuote e un autogol comunicativo che colpisce al cuore la retorica del governo: il “Made in Italy” rivendicato dal palco mentre i gadget ufficiali sono prodotti in India.
La figuraccia di Santanché non sta solo nella contraddizione materiale, ma nella fragilità del messaggio: quando si usa l’identità nazionale come slogan, poi bisogna reggere la prova dei fatti. E qui i fatti – banalmente, un’etichetta – hanno parlato più forte del palco.


















