Francesca Albanese senza paura e con coraggio risponde alla domanda incalzante di Santoro – VIDEO

Nel cuore del dibattito politico e culturale italiano, una delle voci più discusse e al tempo stesso divisive è quella di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati. Le sue analisi, spesso durissime nei confronti di Israele, hanno acceso polemiche non solo a livello nazionale, ma anche internazionale, tanto che gli Stati Uniti hanno recentemente imposto sanzioni nei suoi confronti, accusandola di “antisemitismo sfrenato” e di “sostegno al terrorismo”.

Nonostante queste accuse, Albanese continua a portare avanti la sua tesi con forza, arrivando a utilizzare un termine che Michele Santoro, in una riflessione pubblica, ha definito da maneggiare con “estrema parsimonia”: genocidio.

Santoro: “Attenzione al termine genocidio”

Secondo Santoro, parlare di genocidio in relazione a Israele significa entrare in un terreno scivoloso. Non perché il concetto non abbia una sua legittimità giuridica, ma perché la parola evoca direttamente la memoria della Shoah, il più grande sterminio della storia moderna, subito proprio dal popolo ebraico.

“Dire che Israele commette un genocidio – osserva Santoro – equivale quasi a dire agli ebrei: voi che avete subito il più grande genocidio della storia, oggi vi comportate da razzisti. È un’accusa gravissima e politicamente esplosiva”.

Per Santoro, il genocidio non è mai un atto isolato, ma un processo: una catena di persecuzioni, disumanizzazioni e violenze che portano progressivamente alla distruzione di un popolo. È per questo che invita alla cautela: il termine, proprio perché così potente, rischia di trasformarsi in un’arma più che in una categoria giuridica.

Albanese: “Genocidio è un crimine da prevenire”

Albanese ribatte partendo da una definizione strettamente legale: il genocidio non è soltanto un atto consumato, ma soprattutto un intento. L’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un popolo attraverso omicidi, sofferenze fisiche e psicologiche, condizioni di vita insostenibili.

Secondo la relatrice ONU, in Palestina sono presenti tutti i segnali di questo rischio. Le dichiarazioni di alcuni dirigenti israeliani – che arrivano a negare la stessa esistenza dei civili palestinesi, riducendoli a “terroristi” o addirittura a “animali” – rappresentano per Albanese un campanello d’allarme inequivocabile.

“Il genocidio – afferma – non è solo un crimine da condannare dopo che si è consumato, ma soprattutto da prevenire. Ed è un obbligo per gli Stati intervenire quando esiste il pericolo che venga commesso”.

Il “peccato originale” dello Stato di Israele

Albanese richiama anche un concetto evocato in passato da Shimon Peres: il “peccato originario” dello Stato di Israele, nato da un atto coloniale. Secondo la giurista, nelle posizioni attuali della comunità internazionale e dei movimenti civili c’è un rifiuto sempre più netto del colonialismo, che però rischia di tradursi in una delegittimazione della stessa esistenza dello Stato ebraico.

Per Albanese, chiedere la fine dell’apartheid non significa negare il diritto di Israele a esistere, ma esigere che non sia più uno Stato fondato su un sistema di occupazione militare e di discriminazione verso milioni di palestinesi privati del diritto di voto e di cittadinanza.

Due strade possibili: due Stati o pari diritti

La relatrice ONU individua due scenari possibili:

1. La soluzione dei due Stati, con la fine dell’occupazione militare e dello sfruttamento coloniale, e la nascita di un vero Stato palestinese indipendente.


2. Uno Stato unico, che garantisca a tutti – ebrei e palestinesi – pieni diritti di cittadinanza.

 

“Non si può continuare – sottolinea Albanese – con 5 milioni di palestinesi che vivono sotto il controllo militare israeliano senza alcun diritto politico. Questa situazione deve finire in un modo o nell’altro”.

VIDEO: il nodo politico e morale

Lo scontro tra la cautela di Santoro e la fermezza di Albanese rivela il cuore del dibattito: possiamo parlare di genocidio senza relativizzare la Shoah? E, soprattutto, può la comunità internazionale restare inerte di fronte a ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania?

Santoro teme l’uso di un termine che rischia di incendiare il discorso pubblico e di rafforzare polarizzazioni già esplosive. Albanese, invece, rivendica l’urgenza di chiamare le cose con il loro nome, proprio per evitare che un genocidio si consumi sotto gli occhi del mondo, nell’indifferenza generale.

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Quel che è certo è che il dibattito non si fermerà. Perché la parola “genocidio”, al di là delle definizioni giuridiche, porta con sé non solo un peso storico insopportabile, ma anche la responsabilità di interrogare la coscienza collettiva: quando smettere di tacere e agire per fermare l’irreparabile?

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