L’intervento infuocato della relatrice speciale dell’Onu per i Territori Palestinesi Occupati: “L’Onu asfaltata, Gaza trasformata in una trappola di morte. L’ultimo pezzo di Palestina si difende con la fame e la dignità”.
Un’accusa senza precedenti
In un’intervista che ha scosso l’opinione pubblica internazionale, Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, ha lanciato da La7 – durante la trasmissione In Onda – una durissima requisitoria contro Israele, gli Stati Uniti e le attuali modalità di gestione della crisi umanitaria a Gaza.
Le sue parole, espresse con forza e precisione, hanno denunciato una deriva senza precedenti nel sistema internazionale di gestione dei conflitti e delle emergenze. “Sostituire le Nazioni Unite con quella trappola di morte che è la Gaza Humanitarian Foundation è l’ennesimo tentativo di ferire al cuore la possibilità di resistere e di esistere della popolazione palestinese a Gaza”, ha dichiarato.
Il collasso dell’ONU e la privatizzazione dell’aiuto umanitario
Al centro della denuncia, la scelta del governo israeliano – con il sostegno diretto di Washington – di affidare la distribuzione degli aiuti umanitari alla Gaza Humanitarian Foundation, una struttura privata con sede negli Stati Uniti e in Svizzera, dotata di contractor.
Per Albanese, si tratta di un atto gravissimo, “un’entrata a gamba tesa mai vista negli ultimi 80 anni” nella storia delle relazioni internazionali. “La funzione dell’Onu come faro del diritto internazionale è stata completamente asfaltata negli ultimi 20 mesi, in particolare da Israele con il supporto degli Stati Uniti”, ha affermato.
La relatrice ha poi denunciato come si stia colpendo l’ultimo pilastro del sistema multilaterale: quello umanitario. “Nessuno finora aveva osato sostituire l’Onu nella gestione delle emergenze. Farlo con una fondazione privata, legata a interessi di parte, è un precedente pericoloso e illegittimo”.
“L’unica cosa legale che Israele e Usa possono fare è andarsene”
Una delle frasi più forti dell’intervento è stata quella in cui Albanese ha affermato senza mezzi termini:
> “L’unica cosa legale che Israele e Stati Uniti possono fare nei Territori palestinesi occupati è levarsi di mezzo”.
Un’espressione che sintetizza il senso profondo del suo appello: smettere di interferire con la volontà e la sopravvivenza del popolo palestinese, smettere di legittimare strutture parallele che bypassano le regole del diritto internazionale, e riconoscere il diritto dei palestinesi a vivere, a resistere, e a decidere del proprio destino.
Il piano di Katz e la denuncia di una “pulizia etnica”
Albanese ha anche criticato duramente il piano del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che propone la costruzione di una “città umanitaria” sulle macerie di Rafah per ospitare 600.000 palestinesi sfollati. Un progetto che prevede accessi controllati dalle forze armate israeliane per impedire il ritorno di Hamas.
“Quello che Israele chiama ‘immigrazione volontaria’ dei palestinesi è un eufemismo tristissimo – ha detto Albanese –. È dal 14 ottobre 2023 che dico che l’obiettivo reale dell’offensiva su Gaza è la pulizia etnica”. Secondo Albanese, la strategia israeliana punta a spingere i palestinesi verso il valico di Rafah, attendendo che la fame e la disperazione li inducano a fuggire verso l’Egitto.
> “Ma i palestinesi resistono – ha aggiunto – perché sanno che è l’ultimo pezzo di Palestina che gli resta. Preferiscono morire in patria piuttosto che vivere da rifugiati per la terza o quarta volta”.
La questione dello Stato palestinese e la convivenza
Nel finale dell’intervista, la relatrice speciale ha voluto affrontare anche il nodo politico centrale: la prospettiva di uno Stato palestinese e la possibilità di una convivenza pacifica con Israele.
“Ci siamo fatti bloccare dalla paranoia su cosa succederebbe agli israeliani se i palestinesi avessero uno Stato, come se stessero lì ad aspettare di tagliare la gola a tutti gli israeliani”, ha affermato con tono polemico.
Albanese ha ricordato che i palestinesi non sono tutti musulmani – “storicamente, il 20-30% della popolazione araba non ebrea era cristiana” – e che la questione non è religiosa, ma giuridica e politica.
> “Che ci siano due Costituzioni o una sola, dovranno deciderlo palestinesi e israeliani insieme. Ma l’essenziale – ha concluso – è rientrare nei limiti del diritto internazionale”.
Una voce isolata o una sveglia per l’Occidente?
Le parole di Francesca Albanese scuotono la diplomazia internazionale e rischiano di riaccendere un dibattito troppo spesso silenziato in Europa e negli Stati Uniti. La sua denuncia richiama alla responsabilità giuridica e morale i principali attori del conflitto, accusandoli di aver stravolto l’architettura della cooperazione globale per meri interessi geopolitici.
Un monito che non può essere ignorato. Non solo per ciò che riguarda Gaza, ma per il futuro stesso delle Nazioni Unite, del diritto internazionale e della credibilità delle democrazie occidentali.
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La drammatica testimonianza di Francesca Albanese rappresenta più di una semplice denuncia: è un appello alla coscienza collettiva dell’Occidente. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni ambigue e pongono una questione fondamentale: cosa resta del diritto internazionale se può essere scavalcato da fondazioni private, da alleanze militari, da interessi economici?
Il caso di Gaza non è soltanto una tragedia umanitaria: è il termometro della crisi di un intero sistema multilaterale, ormai privo di strumenti e volontà per garantire giustizia ed equità. La sostituzione dell’ONU con enti paralleli, la privatizzazione dell’aiuto umanitario e la strategia di trasferimento forzato dei palestinesi segnano una linea d’ombra che rischia di diventare la norma, non l’eccezione.
Albanese ha scelto di non tacere. Ora tocca alla politica, ai media, alle istituzioni democratiche raccogliere il messaggio e decidere da che parte stare: dalla parte del diritto o da quella del silenzio complice. Perché, come ha ricordato lei stessa, l’ultimo pezzo di Palestina non si difende solo con la fame e la dignità, ma anche con la verità.




















