Gasparri esulta, ma Sigfrido Ranucci rompe il silenzio senza sé, senza ma… ULTIM’ORA

Sigfrido Ranucci rompe il silenzio sulle indagini sulle stragi di mafia e lo fa in un modo spiazzante: non commenta direttamente, non polemizza, ma condivide sui social un’agenzia che contiene un durissimo attacco contro di lui. Il testo è una nota del presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, diffusa dopo l’audizione in Commissione Antimafia del procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Salvatore De Luca, dedicata – tra le altre cose – al ruolo del neofascista Stefano Delle Chiaie nelle stragi di mafia.

Ranucci allega l’agenzia e scrive solo una frase:
«Posso solo dire che il tempo sarà ancora una volta galantuomo…»
Poi, quasi a rivendicare il proprio lavoro, ricorda che Report va in onda ogni domenica su Rai 3 alle 20.30.

Un modo sobrio ma chiarissimo per dire: io non mi smentisco, vediamo chi avrà ragione alla fine.

L’audizione De Luca e l’entusiasmo di Gasparri

Nella nota diffusa alle agenzie, Gasparri definisce l’audizione del procuratore De Luca in Antimafia come un “momento storico” per le indagini sul fenomeno mafioso. Secondo il resoconto del capogruppo azzurro, De Luca avrebbe sostenuto che l’inchiesta “Mafia-appalti” fu una delle concause delle stragi di Capaci e via D’Amelio, cioè parte del contesto che portò Cosa Nostra a colpire Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ma il passaggio che Gasparri esalta con particolare enfasi è un altro: quello sulla cosiddetta “pista nera” delle stragi. Sempre secondo il racconto del senatore, il procuratore di Caltanissetta avrebbe liquidato l’ipotesi di un ruolo decisivo dell’estrema destra e di Stefano Delle Chiaie nelle stragi mafiose con un giudizio netto, usando l’espressione “zero tagliato”.

Per Gasparri, questa presa di posizione servirebbe a “fare luce e smentire i depistatori”: nel mirino, in modo esplicito, il senatore ed ex magistrato Roberto Scarpinato e, sul fronte mediatico, proprio Sigfrido Ranucci, indicato come uno dei principali “diffusori” della tesi della pista nera.

Il bersaglio politico: Scarpinato, Ranucci e la narrazione sulle stragi

La nota di Gasparri non si limita a riportare il contenuto dell’audizione di De Luca, ma lo utilizza per un’operazione politica a tutto campo.

Da un lato, attacca Scarpinato, ricordando che per anni si è occupato di stragi da magistrato, pur facendo parte della Procura di Palermo, mentre la competenza formale sulle stragi di Capaci e via D’Amelio è della Procura di Caltanissetta. Gasparri presenta questo elemento come un’ulteriore prova per “delegittimare” il senatore pentastellato e il suo lavoro di allora.

Dall’altro lato, il capogruppo forzista sfrutta la presunta demolizione della pista nera per colpire il lavoro giornalistico: accusa apertamente Ranucci di aver alimentato quella ricostruzione, di aver dato spazio a ipotesi che – a suo dire – sarebbero state ora “spazzate via” dalle parole del procuratore di Caltanissetta.

Il messaggio politico è evidente:

la Commissione Antimafia, attraverso De Luca, avrebbe rimesso i “paletti” sulle stragi;

le ricostruzioni che chiamano in causa apparati deviati, neofascisti e figure come Stefano Delle Chiaie sarebbero, nella lettura di Gasparri, frutto di forzature e “depistaggi” compiuti nel tempo sia da alcuni magistrati, sia da una certa informazione d’inchiesta.


Che Ranucci scelga di rilanciare proprio questa agenzia – dove il suo lavoro viene descritto implicitamente come fuorviante – è tutt’altro che banale.

Il caso Pignatone: il colpo di coda nella nota di Gasparri

Nel suo testo, Gasparri non risparmia neppure un altro nome pesante della magistratura italiana: quello di Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo in diverse sedi chiave del Paese.

Secondo la ricostruzione contenuta nella nota, Pignatone avrebbe acquistato immobili da una società riconducibile a noti mafiosi, circostanza che – sempre per Gasparri – non avrebbe potuto ignorare. Il senatore sottolinea poi presunti conflitti di interessi, evocando casi in cui l’ex procuratore si sarebbe astenuto da alcune indagini e altri in cui non lo avrebbe fatto, pur trattandosi di vicende che toccavano società nelle quali il padre avrebbe avuto ruoli di vertice.

Si tratta di affermazioni pesanti, dal potenziale esplosivo, che Gasparri lega idealmente alla stessa linea di fondo: la necessità di “fare pulizia” nella narrazione delle stragi e nelle responsabilità di magistrati e giornalisti che, negli anni, avrebbero imboccato, a suo dire, piste sbagliate o interessate.

Ancora una volta, Ranucci non interviene per contestare nel merito. Non aggiunge spiegazioni, non contrattacca, non entra nella polemica giudiziaria. Pubblica l’agenzia così com’è, lasciando che siano le parole del senatore a parlare.

Che cos’è la “pista nera” che divide politica, magistrati e giornalismo

Per capire la portata di questo scontro, bisogna ricordare cosa si intende per pista nera nelle stragi di mafia.

Per anni, una parte delle inchieste giudiziarie, delle Commissioni parlamentari e del giornalismo investigativo ha lavorato sull’ipotesi che, dietro alle stragi di Capaci e via D’Amelio, non ci fosse solo la mafia, ma anche un intreccio con apparati deviati dello Stato, servizi segreti e ambienti dell’estrema destra eversiva.

In questo quadro entra il nome di Stefano Delle Chiaie, storico militante neofascista, legato a gruppi come Avanguardia Nazionale e più volte sfiorato da indagini sul terrorismo nero e sulle trame eversive del periodo delle stragi. Su di lui, in relazione alle stragi mafiose, non si è mai consolidata una verità processuale definitiva, ma inchieste e testimonianze hanno continuato a evocare il suo nome nei possibili retroscena.

È proprio su questo terreno che Report si è più volte mosso, dedicando servizi e approfondimenti alle possibili connessioni tra Cosa Nostra, pezzi dello Stato e ambienti neofascisti. Una linea che ha suscitato applausi e dure critiche, a seconda delle sensibilità politiche.

Ora, la versione riportata da Gasparri attribuisce al procuratore De Luca un giudizio liquidatorio nei confronti di questa pista: un “zero tagliato” che, se confermato nei verbali e nelle relazioni ufficiali dell’Antimafia, suonerebbe come una chiusura netta rispetto a quella chiave di lettura.

“Il tempo sarà galantuomo”: la risposta implicita di Ranucci

In questo contesto, la frase scelta da Ranucci assume un valore preciso:

“Il tempo sarà ancora una volta galantuomo”.

È una formula con cui il conduttore non entra nel confronto diretto con Gasparri, non replica punto per punto, ma affida alla durata delle indagini, ai futuri sviluppi, alla memoria dei fatti il compito di stabilire chi, tra magistrati, politici e giornalisti, avrà raccontato la verità più vicina ai fatti.

È anche un modo per rivendicare la legittimità del proprio lavoro: non una verità rivelata, ma un tentativo di ricostruzione che si inserisce in una storia lunga, fatta di depistaggi accertati, di mezze verità, di processi riaperti e di segreti ancora oggi coperti da classifiche e omissis.

Con un’unica, significativa aggiunta: il richiamo a Report e alla sua collocazione in palinsesto. Come a dire: noi continuiamo a fare il nostro mestiere, ogni domenica, in chiaro, davanti a chi vuole guardare.

Uno scontro che va oltre i singoli nomi

Al di là delle biografie e delle appartenenze, lo scontro che si apre – e che la condivisione di Ranucci rende pubblico – non riguarda solo lui, Gasparri, Scarpinato o Pignatone.

In gioco c’è qualcosa di più ampio:

La narrazione pubblica delle stragi di mafia: sono state solo una vendetta di Cosa Nostra contro lo Stato, o anche il punto d’incontro tra interessi mafiosi, pezzi deviati dei servizi e circuiti eversivi di estrema destra?

Il ruolo delle Commissioni parlamentari: strumenti di approfondimento e verità, o luoghi dove le maggioranze politiche di turno possono riscrivere, correggere e indirizzare il racconto del passato?

Il ruolo del giornalismo investigativo: voce scomoda che esplora piste minoritarie e non consolidate, o “cassa di risonanza” di teorie che, nella lettura dei critici, avrebbero confuso l’opinione pubblica?


La nota di Gasparri, con i suoi bersagli multipli, mostra la volontà di chiudere alcune di queste discussioni, o almeno di segnare un confine tra ciò che, per la maggioranza, è da considerarsi “verità accertata” e ciò che viene bollato come “depistaggio”.

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L’episodio che potremmo riassumere come “Ranucci shock” non sta tanto nel contenuto delle accuse, quanto nel gesto: un giornalista che rilancia un testo in cui viene sostanzialmente definito “depistatore” e risponde solo con una frase sul tempo che giudica.

In un Paese dove la memoria delle stragi è ancora ferita e parziale, la partita tra Commissione Antimafia, procure e informazione non è solo una disputa tecnica: è una contesa su cosa rimarrà nella storia.

Per ora, restano sul tavolo tre elementi:

1. Le parole – durissime – di Gasparri contro magistrati e giornalisti.


2. L’audizione del procuratore De Luca, destinata a essere riletta e soppesata nei suoi atti ufficiali.


3. La scelta di Ranucci di non arretrare di un millimetro dalla propria linea, limitandosi a ricordare che, sulle stragi e sui loro misteri, lo scontro non è chiuso: sarà il tempo, ancora una volta, a fare da giudice.

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