Il Protocollo Italia-Albania torna sotto esame: dubbi di legittimità su rimpatri e accoglienza. Possibile stop operativo ai centri di Gjader.
La Corte di Cassazione italiana mette nuovamente un freno al Protocollo Italia-Albania, uno dei pilastri della strategia del governo Meloni in materia migratoria. Con una decisione che rischia di paralizzare temporaneamente l’attuazione dell’intesa bilaterale, gli “ermellini” hanno rinviato alla Corte di giustizia dell’Unione europea due quesiti pregiudiziali che toccano il cuore giuridico del piano: la compatibilità con la direttiva rimpatri e con la direttiva accoglienza.
Due casi diversi, un unico nodo: la territorialità
I dubbi sollevati dalla prima sezione penale della Cassazione riguardano due distinti scenari attualmente riscontrabili nel centro per i rimpatri (Cpr) di Gjader, in Albania. Il primo è quello di un migrante in situazione di irregolarità amministrativa, ossia privo di titolo legale di soggiorno. Il secondo è il caso, ancor più delicato, di un richiedente asilo che ha presentato domanda di protezione internazionale una volta già detenuto all’interno della struttura albanese.
Per il primo caso, la Corte sospetta che il trasferimento in Albania possa essere in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri (Direttiva 2008/115/CE), che prevede criteri precisi e garanzie per l’allontanamento dei cittadini di paesi terzi. Per il secondo, l’interrogativo riguarda la direttiva accoglienza (Direttiva 2013/33/UE): il trasferimento in Albania di una persona che ha chiesto asilo potrebbe ledere i diritti connessi all’accoglienza nel territorio dell’Unione, specie se avviene dopo l’avvio della procedura.
La Cassazione cambia orientamento: il Cpr di Gjader non è “Italia”
Il punto dirimente è quello della territorialità giuridica. In una precedente pronuncia, la stessa sezione penale della Cassazione aveva di fatto equiparato il Cpr di Gjader ai centri di detenzione amministrativa situati in Italia, legittimando così i trasferimenti. Ma con la nuova ordinanza, i giudici sono tornati sui loro passi, evidenziando che la struttura si trova fuori dai confini comunitari e, quindi, soggetta a un diverso regime di diritti e tutele.
Da qui il rinvio alla Corte di Giustizia Ue, che dovrà ora pronunciarsi sull’effettiva compatibilità del protocollo bilaterale con le normative europee. In particolare, sarà centrale stabilire se un paese membro può esternalizzare parte delle sue procedure di rimpatrio o accoglienza verso un paese terzo, come l’Albania, senza violare i diritti fondamentali garantiti dalla legislazione dell’Unione.
Ripercussioni immediate: verso il blocco operativo dei centri?
Nel frattempo, la situazione operativa rischia lo stallo. Come riportato da il Manifesto, è probabile che i magistrati sospendano qualsiasi altra decisione relativa a casi simili, in attesa della pronuncia della Corte Ue. Questo significa, di fatto, il blocco dell’attuazione del Protocollo e la sospensione dei trasferimenti. I centri in territorio albanese – in particolare quello di Gjader – potrebbero presto tornare vuoti.
Una battuta d’arresto importante per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che aveva presentato l’accordo con il premier albanese Edi Rama come un modello replicabile e una soluzione innovativa al tema migratorio. Ma le preoccupazioni giuridiche sollevate dalla Cassazione rivelano le fragilità del piano, esponendolo ora a un lungo contenzioso giuridico a livello europeo.
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Un banco di prova anche politico
Oltre agli aspetti tecnici e normativi, il rinvio alla Corte Ue rappresenta anche un banco di prova politico per il governo, in un contesto europeo sempre più sensibile ai temi dell’immigrazione e dello stato di diritto. Il governo italiano dovrà difendere il proprio piano su un terreno difficile, dove le garanzie dei diritti fondamentali prevalgono spesso sulle scelte di politica interna.
Nel frattempo, l’opposizione incalza e le Ong tornano a criticare duramente il progetto, denunciando rischi di trattamenti degradanti e violazioni sistematiche dei diritti dei migranti. La palla passa ora a Lussemburgo, dove i giudici della Corte Ue saranno chiamati a esprimersi su un dossier che potrebbe avere ripercussioni ben oltre il confine tra Italia e Albania.



















